di Katia Guerra
Sono immagini a grande impatto, su Nigeria, Myanmar e Siria, che raccontano le ferite lasciate da conflitti spesso dimenticati, ma che restituiscono anche il coraggio e la resilienza delle popolazioni costrette a scappare e difendersi dalla violenza. È questa, in sintesi, la mostra «Fede e guerra», un progetto iniziato due anni fa e sempre in evoluzione, inaugurata martedì 27 ottobre con una serata pubblica e attualmente esposta al Centro pastorale San Giuseppe di Lugano. Una proposta che ha incrociato il suo cammino con Christian Solidarity International (CSI), un’organizzazione umanitaria impegnata a sostenere le vittime di violenza e discriminazione religiosa, attiva anche nei tre paesi protagonisti della mostra.
Una libertà che non è scontata
«A volte diamo per scontata la libertà di espressione e di religione, ma in realtà è un’eccezione perché una grande parte della popolazione mondiale non gode di questi diritti o almeno non nella pratica: l’esposizione ci sembra un modo efficace per sensibilizzare su questo tema», ha sottolineato Letizia Libotte, coordinatrice CSI in Ticino, durante la serata di martedì moderata dal giornalista Roberto Porta.
Gli scatti di Memora, dalla Nigeria
Gli scatti sono stati catturati sul campo da Carlo Cozzoli e Davide Canella, fotografi di Memora, collettivo lombardo che si prefigge di raccontare e documentare storie di conflitti e trasformazioni sociali. «Noi crediamo nella fotografia stampata, nelle esposizioni, che ci permettono di incontrare le persone, far vivere le immagini e attraverso di esse parlare dell’attualità», evidenzia Davide Canella. «Il tema della religione è quasi sempre connesso ai contesti di guerra e di crisi. Fede e guerra li ritroviamo nei nostri reportage», aggiunge Carlo Cozzoli. In particolare, nel nord-est della Nigeria, la popolazione è preda di estremisti islamici, ma anche dei pastori Fulani, di fede musulmana. Cozzoli è stato in ciò che resta dei villaggi attaccati e nei campi profughi dove si sono rifugiati i superstiti. Oltre che sul territorio, i segni della violenza sono sulla pelle delle persone, nelle cicatrici lasciate dai colpi di machete e nelle bruciature di chi è riuscito a scappare dalle case in fiamme.
Perseguitati, ma costruttori di pace
«Quando gli estremisti vengono e bruciano la chiesa o la tua casa, il messaggio per noi cristiani è chiaro: “Dovete andare via e non tornare mai più”», racconta don Gideon Obasogie, della diocesi di Maiduguri, intervenuto all’inaugurazione in videocollegamento. «Noi siamo circondati dall’estremismo islamico: perseguitati, ma anche costruttori di pace e di speranza. Ecco perché non appena gli estremisti ci hanno lasciato un po’ tranquilli abbiamo subito iniziato a ricostruire. Il nostro messaggio come Chiesa è di non cedere al desiderio di vendicarsi, ma di cercare la pace. Ho visto molti segni di fede qui e questo mi dà molta gioia: le violenze e le perdite subite sono diventate segno di amore e di partecipazione alla passione di Cristo morto e risorto».
Dietro ad ogni immagine della mostra ci sono storie di persone che sono rimaste ferite o che hanno deciso con coraggio di condurre la loro battaglia per la sopravvivenza, e di luoghi che oggi non esistono più, cancellati dalla furia della violenza. È anche un modo per tenere traccia degli avvenimenti e documentarli, altrimenti destinati a essere cancellati dagli occhi e finire nell’oblio.
Dalla Siria al Myanmar
Nelle immagini di «Intima’», Davide Canella racconta la vita dei cristiani siriani dopo la caduta del regime di Assad. «Questa parola - Intima’ - è araba e significa senso di appartenenza, di legame con una comunità e l’ho sentita pronunciare molte volte durante il mio viaggio». È ciò che contraddistingue molte storie dei cristiani siriani, come quelle che raccontano il lutto in seguito all’attentato alla chiesa di Mar Elias a Damasco e la missione delle giovani donne assire che sorvegliano le chiese distrutte. Dalle tenebre emerge anche una luce dal monastero di Mar Musa. «In questo luogo, un antico monastero bizantino, si è creata spontaneamente una comunità di cristiani e musulmani, riuniti per discutere delle scritture, leggerle insieme e creare un dialogo interreligioso». Il reportage di Carlo Cozzoli, in Myanmar, uno dei paesi meno accessibili ai media, è un’immersione nella rivoluzione delle giovani generazioni, in cui emerge l’angoscia, insieme al coraggio e alla determinazione nel combattere contro il regime militare.
La persecuzione religiosa al centro della riflessione
Il Centro pastorale San Giuseppe di Lugano ospita una mostra fotografica dal titolo «Fede e guerra». Proposta da Christian Solidarity International (CSI) con il sostegno della Diocesi di Lugano e del Centro pastorale San Giuseppe, la mostra è ideata da Memora, un collettivo di fotoreporter con esperienza in territori di conflitto, e ha già riscosso notevole successo a Milano, Firenze e Genova. I fotografi Carlo Cozzoli e Davide Canella documentano l’attualità ponendo grande attenzione all’aspetto umano.
Al centro tre conflitti dimenticati. «Cicatrici della terra» racconta le storie di persone che convivono ogni giorno con il terrorismo di gruppi come Boko Haram, ISWAP e i pastori Fulani negli Stati nigeriani del Borno e del Benue, in una guerra segnata da violenza, corruzione e povertà. «Rivoluzione in Myanmar» segue passo a passo i guerriglieri della «Gen Z» che combattono contro la giunta militare al potere in quella che è una delle guerre più sanguinose del presente, scoppiata nel 2021 e oggi lontana dall’attenzione mediatica. «Intima’» illustra il legame profondo delle comunità cristiane siriane con terra, fede e vita comunitaria, minacciato dalla violenza settaria in corso sin dalla caduta di Assad. Nigeria, Siria, Myanmar sono paesi in cui CSI è operativa con progetti di aiuto. Con il collettivo Memora condivide anche temi quali i conflitti e il loro impatto sulle popolazioni civili, la persecuzione religiosa, la dignità intrinseca di ogni persona, la speranza che nasce dalla fede cristiana, la solidarietà.
La mostra è aperta fino al 15 novembre da lunedì a domenica dalle 10 alle 17. È possibile prenotare visite guidate per gruppi e scuole contattando l’ufficio di CSI in Ticino: info@csi-svizzera.ch, 044 982 33 50, www.csi-svizzera.ch/eventi.