di Silvia Guggiari
Una laurea in giurisprudenza, due anni di carriera da avvocato poi la vocazione che lo porta ad entrare in seminario, diventare sacerdote, studiare diritto canonico e frequentare la Pontificia Accademia Ecclesiastica di Roma e diventare diplomatico per la Santa Sede, ruolo che ricopre in diversi paesi nel mondo quali Honduras, Ruanda, Kuwait, Iran, Iraq, Libano, Algeria, Siria, Malta e Libia. Esperienze molto diverse, spesso in contesti di guerra e povertà, che hanno profondamente ampliato il modo di guardare al mondo e alle altre religioni di mons. Thomas Habib che, dopo 30 anni, è rientrato nel suo paese, in Egitto, dove da sei anni è vescovo della diocesi copta cattolica di Sohag.
In questi giorni, mons. Habib sta girando il Ticino, ospite dell'organizzazione Aiuto alla Chiesa che soffre, e nelle parrocchie sta raccontando di come nel suo paese sia ancora complicato essere cristiani, sebbene il governo abbia fatto notevoli passi avanti.
Diplomatico in contesti difficili
Il presule, da noi intervistato, ci racconta la sua esperienza di diplomatico: in particolare ricorda gli incarichi in Iraq e Siria, dove ha vissuto direttamente le conseguenze della guerra, assistendo a famiglie divise, giovani senza istruzione, povertà e migrazioni. In Iraq ha anche subito un attentato, ma nonostante questo "non mi sono mai sentito abbandonato. Durante la mia vita sacerdotale – racconta il vescovo - ho visto veramente la mano di Dio sempre sopra di me che mi aiuta e mi protegge anche del male e dalla guerra". In Siria lo ha colpito soprattutto la situazione dei bambini, molti dei quali hanno perso anni di scuola a causa della guerra, e quella delle ragazze costrette in alcuni casi a matrimoni precoci per necessità economiche. "La difficoltà più grande l'ho vissuta in paesi dove ho dovuto confrontarmi con un regime, come il Ruanda o l'Iraq: davanti a un regime non si riesce ad aiutare la popolazione, perché l'odio tra loro supera qualsiasi intenzione di bene".
Il rientro in Egitto
Il vescovo egiziano non nasconde di aver fatto fatica a tornare nel suo Paese dopo 30 anni, "ma la mia Chiesa aveva bisogno e non potevo dire di no". Habib racconta di aver trovato una società più tradizionale e prudente nei confronti del cambiamento rispetto a quelle che aveva conosciuto all’estero. Al tempo stesso, riconosce che l’Egitto sta attraversando una fase di trasformazione e che il governo sta favorendo maggiore apertura e sviluppo: "L'Egitto ha vissuto anni tremendi, segnati da numerosi attacchi nei confronti dei cristiani da parte dei Fratelli Musulmani. Con l'attuale presidente, al Sisi, sembra ci sia un reale cambiamento e maggior sicurezza. Basti pensare che quando si rivolge alla popolazione non la distingue tra musulmani e non musulmani, ma semplicemente con ‘fratelli egiziani’”. Un piccolo segnale che mostra grande apertura da parte del governo nel costruire maggiore unità nazionale, ma "nelle realtà rurali e tra le fasce meno istruite della popolazione permangono divisioni e diffidenze. Per questo, penso che occorreranno ancora diverse generazioni perché il cambiamento sia pienamente radicato".
Povertà e migrazione
Attualmente, la condizione dei cristiani si intreccia con una più generale crisi economica e sociale dell’Egitto. L’aumento della popolazione, l’inflazione, la svalutazione della moneta e la difficoltà di trovare lavoro spingono molti giovani a trasferirsi nelle grandi città o all’estero, soprattutto nei Paesi del Golfo. Questo provoca anche forti conseguenze sulle famiglie, spesso separate dalla migrazione. Di fronte a questa situazione, nella sua diocesi, una tra le più povere del Paese, grazie ad organizzazioni internazionali come Aiuto alla Chiesa che soffre, mons. Habib ha avviato diversi progetti di sostegno e promozione sociale, rivolti in particolare alla popolazione cristiana: come l'acquisto di piccoli mezzi di trasporto che vengono affidati ai più bisognosi per essere utilizzati come taxi, iniziative per le donne, programmi di doposcuola rivolti ai bambini e opportunità lavorative per giovani disoccupati. Un altro progetto offre formazione tecnica, per esempio nel settore elettrico, fornendo poi gli strumenti necessari per avviare una piccola attività. Un’attenzione particolare è rivolta alle donne e ai giovani, con l’obiettivo di rafforzarne autonomia e dignità. La diocesi sostiene inoltre corsi linguistici sempre nella convinzione che "la formazione possa offrire ai ragazzi maggiori possibilità professionali".
La visita in Ticino
In questi giorni, monsignor Thomas Habib Halim è stato in visita in diverse parrocchie della diocesi: Coldrerio, Novazzano, Lugano, Morbio Inferiore, Vacallo, Balerna. Sabato 12 settembre, alle 17.30, celebrerà la S. Messa nella collegiata di San Vittore a Balerna, mentre domenica 13 settembre alle 10.30, celebrerà la S. Messa a San Vitale martire a Chiasso. Ma qual è il messaggio che vuole portare in Ticino? - gli chiediamo prima di congedarci. "Il desiderio è quello di portare la testimonianza della Chiesa egiziana e, nello stesso tempo, quello di ricevere solidarietà, esperienza e sostegno dalle realtà cattoliche svizzere. Se un membro della comunità cristiana soffre, tutti sono chiamati a sentirsi coinvolti e a contribuire, ciascuno secondo le proprie possibilità, alla costruzione di un mondo migliore. Questo è quello che desidero dalla Chiesa universale e per il quale mi sento di ringraziare la diocesi di Lugano che mi ha accolto con grande senso di fraternità", conclude il vescovo egiziano.