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L'invito ad "Alzare lo sguardo" come cifra dello storico viaggio di Leone in terra spagnola

di Cristina Vonzun/catt.ch

«Alzate gli occhi» («Alzad la mirada»). È stato questo il tema del viaggio apostolico del Papa in Spagna che volge al termine, un viaggio che ha colpito non solo per le parole pronunciate, ma anche per le immagini e i gesti che lo hanno scandito e che continuano in queste ultime ore sulle isole Canarie.

Quell’invito ad alzare lo sguardo

Gli occhi li hanno alzati tutti: l'immensa folla di oltre un milione e duecentomila persone che ha accompagnato il Papa con il Santissimo Sacramento per più di un chilometro attraverso il centro di Madrid; li abbiamo alzati noi stessi per contemplare la bellezza del capolavoro voluto da Antoni Gaudí quando, guardando verso l'alto, abbiamo visto accendersi nella notte di Barcellona la croce che corona la Torre di Gesù Cristo, illuminando dalla Sagrada Família il cielo sopra l'Eixample.

Lo sguardo alzato verso chi soffre

Ma il Papa ha invitato anche ad alzare lo sguardo verso il prossimo. Lo ha fatto con la tappa alle Canarie, una delle principali porte d'ingresso in Europa per i migranti provenienti dall'Africa. Lì lo sguardo si è posato sui volti di rifugiati e profughi, ma si è anche abbassato verso il mare, quando il Pontefice ha gettato una corona di fiori nelle acque dell'Atlantico in memoria di quanti, inseguendo un futuro migliore, hanno trovato la morte negli abissi. Ecco allora l'alfa e l'omega del viaggio: dall'Eucaristia di Madrid alla croce bianca della Sagrada Família, fino al volto di Cristo riconosciuto nei migranti. È questa forse la cifra di un pellegrinaggio apostolico che ha mostrato il volto di un Papa infaticabile, forte e sereno, capace di esprimere una teologia profondamente contemporanea e, al tempo stesso, saldamente radicata in una tradizione viva, mai ridotta a semplice memoria museale. «Da sette secoli – ha osservato qualcuno – non si aveva memoria di una processione del Corpus Domini guidata da un Papa per le vie di una capitale europea fuori da Roma». Ma non per sola tradizione. «La religiosità che da secoli anima questo Paese – ha detto il Papa - non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello». In queste parole c'è molto di Robert Francis Prevost; vi risuona soprattutto l'eredità di sant'Agostino, maestro di una teologia che conduce alla contemplazione di Dio e invita costantemente a riconoscerne l'immagine in chi soffre, nel povero, nell'escluso, in ogni persona che vive ai margini e attende di essere soccorsa.

Cinque grandi assi portanti

Cinque sono stati gli assi portanti del viaggio. Anzitutto il superamento delle attuali polarizzazioni geopolitiche attraverso il dialogo e il rispetto reciproco. Quindi una fede che si traduce in opere, vicina ai poveri e agli esclusi, ma anche capace di offrire un contributo prezioso per affrontare le tensioni internazionali e le fratture sociali. Terzo elemento, la centralità dei giovani, incontrati a Madrid, Barcellona e chiamati a non lasciarsi imprigionare dall'indifferenza o dalla logica della contrapposizione, ma a diventare protagonisti di un rinnovamento sociale fondato sul dialogo, sulla partecipazione e sulla ricerca del bene comune. Giovani messi difronte alle notti della società occidentale: depressione, abusi, femminicidi, “idolatria della performance e culto dell’immagine capace di anestetizzare le coscienze”. Un invito a ritrovare Dio allora, nel proprio cuore, all’interiorità, a farsi “pellegrini anche nella notte della fede” per ritrovare l’essenziale. Un invito forte anche a non “spiritualizzare il dolore riconducendolo in modo superficiale alla volontà di Dio”, per i ragazzi e le ragazze che hanno questa tentazione. Quarto tema, l'attenzione ai migranti e alla dignità di ogni persona con denuncia audace delle “mafie” che sfruttano questi poveretti e di un’Europa che non fa abbastanza.

La Chiesa aperta

Infine, ma non in ordine cronologico se guardiamo allo sviluppo del viaggio, c’è l'immagine di una Chiesa aperta, costruita da «pietre vive». Proprio la Sagrada Família è stata indicata dal Pontefice come un segno eloquente di unità e di comunione. Attraverso la sua architettura, ha spiegato, essa racconta una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma apre le proprie porte come braccia spalancate per accogliere ogni persona. Chi ha seguito questo viaggio, credente o non credente che sia, ne ha sicuramente raccolto un fascino grandissimo. Se c'è un'immagine destinata a rimanere impressa, non è soltanto quella della croce illuminata che svetta sulla Sagrada Família o della folla raccolta intorno all'Eucaristia, ma quella di uno sguardo capace di unire l’Alto con la storia, il Cielo e terra, Dio e l’uomo, perché – ci è stato raccontato in immagini, gesti e parole, una fede che guarda veramente in alto non distoglie mai gli occhi dalla storia.

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