Quando l'auto del Papa ha imboccato le strade di Barcellona nel pomeriggio del 9 giugno, migliaia di fedeli con ombrelli aperti contro il sole aspettavano già davanti al sagrato della cattedrale della Santa Croce e Sant'Eulalia. Con i 23 gradi miti della città catalana, c'era chi saltava, chi cantava, chi agitava bandiere vaticane e spagnole. Leone XIV si è voltato verso di loro, ha alzato la mano in segno di saluto, ed è entrato tra le volte gotiche di uno degli edifici simbolo della Catalogna. Era il quarto giorno del suo quarto viaggio apostolico, e Barcellona lo attendeva con tutta la sua vitalità.
Nella cattedrale gotica: la Chiesa come corpo vivo
La tappa alla cattedrale, costruita tra il XIII e il XV secolo, non era una visita di cortesia. Leone XIV vi ha presieduto la preghiera dell'Ora Media, e la sua omelia — letta alternatamente in spagnolo e catalano — ha subito fissato il tema portante dell'intera giornata: l'unità. Partendo dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi, in cui l'apostolo paragona la Chiesa a un corpo umano con molte membra, il Papa ha sviluppato una riflessione densa e concreta.
"La Chiesa è frutto di un atto d'amore che la precede e che viene da Dio", ha detto Leone XIV, "e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell'amore." Non una metafora astratta, ma una grammatica dell'azione quotidiana: "Per noi lavorare insieme non è una scelta di 'stile', ma una necessità fisiologica."
Il Papa ha richiamato il predecessore Francesco — che nell'8 dicembre 2021 aveva inviato un videomessaggio in occasione dell'inaugurazione della Torre della Vergine alla Sagrada Familia — e ancor prima san Giovanni Paolo II, che pregando l'Angelus a Barcellona nel 1982 aveva lodato la capacità dei catalani di "condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti." Un filo che attraversa i pontificati e arriva fino ad oggi, a ricordare che Barcellona porta nel suo stesso nome vocazione all'accoglienza.
Scrivendo nel libro d'onore della cattedrale, Leone XIV ha lasciato un augurio diretto: "Che la benedizione di Dio accompagni tutti con i suoi doni, in particolare la pace e l'unità."
Eulalia, la martire di tredici anni
Dopo la preghiera, il Papa è sceso nella cripta della cattedrale, dove sono conservate le spoglie di sant'Eulalia, patrona di Barcellona. Vissuta nel III secolo, a soli tredici anni si era opposta alle persecuzioni di Diocleziano. Arrestata, torturata, si era rifiutata di abiurare la fede. La tradizione vuole che subì tredici supplizi — uno per ogni anno della sua breve vita — prima di morire martire intorno al 304 d.C.
Leone XIV si è fermato in raccoglimento davanti alla sua tomba, e nell'omelia aveva già evocato la sua figura come specchio per il presente: "Pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre." Un'eredità spirituale che il Papa ha proposto non come peso, ma come bussola.
Allo stadio olimpico: quarantamila giovani e tre storie vere
La sera ha cambiato scena e scala. Allo stadio olimpico Lluís Companys — che trentaquattro anni fa aveva ospitato le Olimpiadi — quarantamila giovani attendevano il Papa per la veglia di preghiera. Prima di entrare, Leone XIV ha benedetto trentatré ambulanze destinate all'Ucraina: un gesto silenzioso ma preciso, che ha ancorato la festa alla realtà della guerra.
Il lungo giro in papamobile tra la folla è stato segnato dall'emozione visibile del Pontefice quando la folla ha intonato il canto che riprende il motto del viaggio: Alça la mirada — "Alza lo sguardo." Poi lo spettacolo del Castell, la torre umana tipica catalana: sette metri di corpi impilati uno sull'altro, con un bambino in cima. "Una bella manifestazione di ciò che siamo capaci di fare noi esseri umani quando lavoriamo uniti per un obiettivo comune", ha commentato il cardinale arcivescovo Juan José Omella Omella.
L'omelia è cominciata in catalano — un omaggio atteso, accolto dalla folla come un dono autentico — con l'immagine di Nicodemo, il personaggio biblico che va da Gesù di notte. "Siamo anche noi come Nicodemo, pellegrini nella notte", ha detto il Papa. Le "notti" della vita — la fatica di credere, il senso di inadeguatezza, i fallimenti — non sono trappole ma soglie: "Ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno... ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre."
Tre giovani, tre ferite, una risposta
Prima dell'omelia, il Papa aveva ascoltato tre testimonianze. Ferran, battezzato nella notte di Pasqua, aveva raccontato di aver inseguito obiettivi e curato la propria immagine per coprire "un vuoto immenso." Leone XIV ha risposto invitando a "coltivare quella sana inquietudine", denunciando apertamente come "l'idolatria del profitto e del rendimento... non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza."
Carmina ha parlato di depressione e di un tentativo di suicidio, fermandosi più volte per la commozione. Il Papa l'ha ringraziata per il coraggio, poi ha rivolto un appello a tutti: "È necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani." E ancora: "Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza."
Cecilia, infine, ha raccontato l'infanzia segnata dalla violenza domestica, il padre che tenta di uccidere la madre, il centro minorile, il difficile cammino verso il perdono. Leone XIV ha affrontato il tema senza eufemismi: "Tante notizie di cronaca nera riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi." Il perdono, ha detto, "è un potente rimedio contro il male", ma è "un cammino lungo" che "si procede a piccoli passi."
Un popolo che cammina insieme
Chiudendo la veglia, Leone XIV ha offerto un'immagine di futuro: "Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è."
La benedizione finale è tornata al catalano, come a sigillare un dialogo cominciato nella cattedrale gotica e concluso sotto le stelle dello stadio olimpico.
Il 9 giugno a Barcellona è stato questo: un Papa che ascolta ferite reali, che cita una martire di tredici anni per parlare all'oggi, che scende nelle cripte e sale sui palchi. Un pontificato che sembra voler tenere insieme, con ostinazione, ciò che il mondo tende a separare: il dolore e la speranza, l'antico e il presente, la fede e la vita concreta. Martedì, 10 giugno, l'inaugurazione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Familia. Ma quel che resta di ieri è già, da solo, un messaggio compiuto.
fonte: agenzie/catt.ch
I testi integrali del Papa
PREGHIERA DELL’ORA MEDIA nella Cattedrale della Santa Croce e Sant'Eulalia
VEGLIA DI PREGHIERA allo Stadio Olimpico “Lluís Companys”