«È ancora tutto molto recente, confuso e le indagini sono in corso», dice Marco Dugato, criminologo e professore di Sociologia della devianza all’Università Cattolica di Milano, commentando gli atti di violenza e vandalismo esplosi nei giorni scorsi in piazza Duomo. «Quello che emerge è che ci sono diversi livelli».
Quali?
Anzitutto distinguerei la manifestazione (studentesca e regolarmente autorizzata, ndr) dagli scontri, perché – seppure ci sia stata un’origine comune – poi hanno preso due direzioni completamente diverse, tant’è che gli scontri sono proseguiti anche la domenica con logiche slegate da quelle della manifestazione. E con una regia completamente differente: da un lato c’era un’organizzazione, una rivendicazione politica su alcune istanze; dall’altro, era un’auto-organizzazione estemporanea di gruppi che si aggregavano via social per andare a compiere azioni mirate, molto specifiche e con dinamiche diverse.
È allarmante anche il fatto che la maggior parte dei ragazzi fermati dalla polizia fossero minorenni, alcuni addirittura di 11-12 anni.
Questo secondo me è l’elemento comune: la fortissima presenza di ragazzi molto giovani che spesso non comprendono neanche quelle che sono le istanze come il caro-vita, pur provandole sulla loro pelle, ma indirettamente, come vissuto di una difficoltà delle famiglie. Molti non sanno neppure perché sono lì, è quanto sta emergendo adesso anche dai pochi racconti dei genitori. Questi ragazzi non erano partiti con l’idea di compiere certe azioni, ma si sono lasciati trascinare. Ripeto, si sono intrecciati diversi livelli: da una dimensione materiale a una, per esempio, performativa.
In che senso?
Il fatto che molte di queste azioni siano state organizzate online e poi filmate avevano lo scopo di essere eclatanti, non avevano un significato politico, come è stato in altre manifestazioni di qualche mese fa a Milano dove il bersaglio era la banca perché l’idea era quella di andare a colpire un simbolo del capitalismo. Qui invece è molto più estemporaneo rispetto a quel tipo di vandalismo e c’è questa dimensione performativa. In alcuni casi forse c’è anche una dimensione di emulazione rispetto a quello che è avvenuto in Francia o in altri Paesi. Inoltre si aggiunge un sentimento di disagio da parte di molti ragazzi dovuti al fatto di non sentirsi parte di una società che li valorizza, li identifica. Quindi se compiono un’azione così forte dal punto di vista della distruzione, non hanno la percezione di vandalizzare la loro città, perché in qualche maniera se ne sentono estranei.
C’è quindi anche un problema di riconoscimento…
La stessa dimensione performativa – come la chiamo io -, quindi finire sui social è un modo per essere ricordato o identificato. Un dato interessante è che si tratta di una componente legata al mondo della seconda generazione, anche se poi non riguarda solo i ragazzi svantaggiati o comunque isolati da un punto di vista identitario, ma anche gli italiani. Non è affatto facile capire cosa c’è dietro questa azione, anche per questo c’è stata la grande difficoltà di gestione della piazza, soprattutto dal punto di vista preventivo. Non voglio entrare in questioni di ordine pubblico, ma il fatto di avere a che fare non con il classico soggetto, con un gruppo sociale o politico che manifesta, ma con ragazzi che agivano sporadicamente, immagino come sia stato difficile gestire la situazione.
Tra i giovani c’è comunque un malessere diffuso, non imputabile a un unico fattore…
C’è un malessere trasversale, anche amplificato da una narrazione che viene dall’esterno e che poi si autoalimenta sui social. Non voglio dire che i social siano un male assoluto, però hanno un effetto di esasperazione, di esaltazione dei comportamenti. È importante però non concentrare l’attenzione sugli scontri, perché si rischia di far passare in secondo piano le ragioni legittime che stanno alla base di una manifestazione. C’è comunque un’assenza di politiche che guardano a una generazione di ragazzi più giovani che – più o meno giustamente – non si sentono considerati. Quindi il fatto che abbiano una reazione violenta può diventare una modalità di espressione di un disagio che non trova il canale ufficiale o la rappresentanza politica o associativa per poterlo manifestare.
In una recente indagine da lei condotta con colleghi della Cattolica sul tema dei conflitti e dell’aggressività in ambito ecclesiale erano già emersi elementi di allarme?
Non così forte, però sì. Alcuni elementi di disagio credo li percepisca chiunque viva a contatto con i ragazzi. È molto importante la presenza educativa sul territorio, creare spazi di aggregazione per raccogliere e incanalare anche la rabbia di tanti ragazzi che non si sentono ascoltati, compresi. Le scuole, le agenzie educative, le associazioni possono potenzialmente svolgere un ruolo fondamentale. Le stesse politiche possono incentivare e sostenere questo tipo di iniziative, penso alle attività degli insegnanti e degli educatori, i quali eviterebbero che tutto sia lasciato all’auto organizzazione, anche di proteste che poi sfociano in certe derive.
Fonte: Luisa Bove / chiesadimilano.it