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Siria, alauite nel mirino: rapimenti e violenze contro le donne dopo Assad

di Luca Steinmann*

Dopo la caduta in Siria del regime di Assad, la comunità alauita è finita al centro di una resa dei conti che mescola vendetta politica, violenza settaria e criminalità. Sparizioni, rapimenti e violenze sessuali colpiscono soprattutto donne e ragazze, trasformandole in vittime di un odio settario.

Le donne tra le vittime principali

Gli occhi di Rana sono bassi mentre, concentrandosi, tenta di ricordare i mesi di prigionia. Ha 26 anni, un figlio e oggi vive nascosta, lontano da casa, per non essere rintracciata dai rapitori che, teme, possano essere protetti dalle autorità. Lo scorso anno è stata sequestrata per strada, portata in un luogo sconosciuto e tenuta prigioniera per mesi. Racconta di essere stata picchiata e violentata. I suoi rapitori, dice, la insultavano chiamandola «sporca alauita».

Gli alauiti sono una minoranza religiosa che prima della guerra civile, iniziata nel 2011, rappresentava una quota significativa della popolazione siriana. Vivono soprattutto lungo la costa mediterranea, nelle province di Latakia e Tartus. La loro tradizione religiosa ha una storia millenaria e racchiude riti che ricordano tanto l’islam quanto il cristianesimo: pregano inginocchiati sul Corano e, durante alcune funzioni, bevono il vino in riti che ricordano l’eucaristia.

Il loro destino è stato però legato soprattutto a quello della famiglia Assad, che apparteneva alla comunità alauita e per quasi mezzo secolo ha dominato la Siria. Il regime garantì alla comunità protezione e favorì l’ingresso di molti alauiti nelle istituzioni, nell’esercito e negli apparati di sicurezza, pur mantenendoli ai margini della vita economica e politica. Molti però subirono anch’essi repressione e marginalizzazione politica. Durante la guerra civile una parte consistente dei loro uomini finì nell’esercito per combattere le milizie che si opponevano ad Assad. Per molti non c’era altra scelta: tanti di questi gruppi erano animati da un’ideologia jihadista che considerava gli alauiti infedeli da eliminare e commise violenze e massacri contro di loro. Unirsi al regime era l’unico modo per difendersi.

Dopo Assad

Oggi Assad è fuggito e molte di queste milizie sono diventate parte delle forze armate del nuovo governo. Molti alauiti denunciano una vendetta collettiva: discriminazioni, esclusione dai posti pubblici, espropri, soprusi e violenze. Nel marzo 2025, ex combattenti ritiratisi sulla costa si sono mobilitati contro il nuovo potere e hanno attaccato postazioni delle forze di sicurezza, tentando di sottrarre la costa al controllo di Damasco e creare uno Stato alauita. La risposta è stata una campagna militare accompagnata da uccisioni di civili e violenze settarie. La commissione d’inchiesta ha contato 1.426 morti, la maggioranza civili; le Nazioni Unite hanno documentato uccisioni sommarie, sfollamenti e distruzione di proprietà.

Le donne si trovano nel punto più vulnerabile di questa frattura. Dopo i massacri del 2025, organizzazioni siriane e internazionali hanno iniziato a documentare sistematici rapimenti e sparizioni di donne siriane, la stragrande maggioranza alauite. Secondo la European Union Agency for Asylum, nel 2025 sono state segnalate oltre 80 sparizioni di donne, soprattutto alauite. Nel 2026 sparizioni, sequestri e violenze sessuali non sono diminuite e restano un fenomeno sistematico. I rapimenti non sembrano riconducibili a un’unica rete. La documentazione mostra sequestri a scopo di riscatto compiuti da gruppi criminali, ma anche casi attribuiti a gruppi legati alle autorità o a fazioni e apparati di sicurezza. Nelle testimonianze ricorrono insulti settari, torture, stupri e matrimoni forzati, oltre a casi di sparizione forzata e detenzione.

Rapimenti programmati

Gli esperti ONU hanno segnalato un pattern di rapimenti mirati contro donne e ragazze alauite. Rana racconta che, dopo essere stata liberata dai suoi aguzzini da parte delle autorità siriane, grazie alla pressione internazionale che il suo caso stava suscitando, fu trattenuta per settimane in prigione. Dice di essere stata accusata di adulterio e di essere stata spinta a dichiarare davanti a una telecamera di essersi allontanata volontariamente per convertirsi all’islam. Il presunto rapitore, racconta, fu invece liberato dopo essere stato brevemente incarcerato. La sua testimonianza non dimostra, da sola, un piano centralizzato. Ma si inserisce in una diffusa violenza contro gli alauiti, che in molti leggono come vendetta e nella quale la violenza sessuale è una pratica diffusa, per la quale, sostengono in molti, le autorità non fanno nulla per proteggerle, se non essere addirittura complici.

La questione non riguarda soltanto una minoranza religiosa, ma il modo in cui una società esce da mezzo secolo di dittatura e da una sanguinosa guerra civile senza trasformare la responsabilità individuale in colpa collettiva. Gli alauiti non sono Assad. Ma nella Siria post-Assad il rischio, per molti di loro, è proprio quello di essere giudicati come se fossero tutti nemici contro cui vendicarsi. E per alcune donne, come Rana, la paura ha ormai un volto preciso: quello di essere nuovamente trovate.

*reporter su molti fronti caldi

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