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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (22 febbraio 2026)
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  • COMMENTO

    V Domenica di Quaresima. Commento al Vangelo

    Verso la Pasqua di risurrezione 2022

    Il coordinamento della Formazione biblica nella Diocesi di Lugano ha pensato di accompagnare lettrici e lettori di catt.ch, in continuità con quanto proposto negli ultimi due anni, con una serie di commenti ai vangeli domenicali quaresimali (rito cattolico romano). Questa è la quinta puntata con Antonio Ruccia, allievo di don Tonino Bello, vicario foraneo dell’Arcidiocesi di Bari, responsabile della parrocchia di San Giovanni Battista nel capoluogo pugliese e docente di teologia pastorale alla locale Facoltà teologica. Le traduzioni dei testi evangelici sono tratte dai volumi ABSI delle traduzioni ecumeniche commentate pubblicate tra il 2017 e il 2021 (per ogni informazione: info@absi.ch).

    LA PRO-VOCAZIONE DELL’AMORE. DALLA MISERIA ALLA MISERICORDIA

    Dal vangelo secondo Giovanni (8,1-11)[1]

    81e Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2All’alba, però, si recò di nuovo nel Tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, insegnava loro. 3Allora gli scribi e i farisei conducono una donna sorpresa in adulterio e, dopo averla collocata in piedi al centro, 4gli dicono: «Maestro, questa donna è stata colta sul fatto in adulterio. 5Mosè, nella Torah, ci comandò di lapidare donne come questa. Tu, dunque, che cosa ne dici?». 6Dicevano questo mettendolo alla prova per poter accusare lui. Ma Gesù, chinatosi in giù, scriveva col dito per terra. 7E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi non ha mai fallito nella sua vita, scagli per primo una pietra contro di lei». 8E chinatosi di nuovo, continuava a scrivere per terra. 9Ma quelli, dopo aver udito ciò, se ne andavano uno per uno, cominciando dai più anziani e rimasero soltanto Gesù e la donna che era al centro. 10Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannato?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neppure io ti condanno; va’ [e] d’ora in poi non fallire più».

    Non è un sermone di piazza, né tanto meno una sentenza proclamata davanti a tutti quella contenuta nelle parole di Gesù a Gerusalemme. È una vera e propria pro-vocazione. Una di quelle che non solo lasciano stupefatti, ma che non ammettono repliche, perché alla fine ognuno è coinvolto e non può nemmeno osare aprir bocca.

    Anche in questo caso la pro-vocazione non è intesa in senso negativo per esprimere la supremazia su qualcuno. È una pro-vocazione a spingersi verso il futuro, il domani, l’avvenire e a vivere da persone libere che amano e non si stancano di continuare ad amare anche quando il mondo sembra precipitarti addosso.

    Gesù la pronuncia dinanzi alla porta del Tempio. Nel luogo sacro per eccellenza. Nel luogo in cui nessuno avrebbe mai pensato che Dio potesse mettersi in discussione contraddicendo la Torah che Lui stesso aveva dato.

    Gesù al Tempio, sebbene sollecitato da un episodio increscioso come l’adulterio, lo dice apertamente: amare è il contrario che condannare.

    La donna condotta a Gesù è penalmente condannabile dalla Torah. Lei aveva travisato il senso del suo essere donna e moglie. Aveva agito lasciandosi coinvolgere dalla passione e si era ritrovata a diventare strumento di condanna per quell’uomo di Nazaret, che sull’amore aveva costruito un popolo inerme che camminava proclamando beati i poveri e gli ultimi.

    Chi stava condannando la donna, stava condannando, per certi versi, i deboli, gli esclusi, le donne, i lebbrosi, i mendicanti e chi nella vita era ed è ritenuto un nulla. Uomini e donne senza Tempio, senza religione e senza un Dio che fosse dalla loro parte.

    Di fronte alla domanda fatta da scribi e farisei, Gesù china il capo e scrive per terra, nella polvere di quella terra da cui tutto proviene, uomo e donna compresi.

    Che cosa avrà scritto? Mi viene da pensare ad brano della Scrittura visto il contesto del Tempio. Se questa è un’ipotesi, credo che la risposta stia nel primo libro di Samuele: “Solleva l’indigente dalla polvere e dall’immondizia rialza il povero” (1 Sam 2,8).

    Per Gesù non vi era alcun dubbio: passare dalla miseria alla misericordia.  La sua era una pro-vocazione lapidaria: il peccato uccide, l’amore crea!

    In tal modo stava affermando che non è la condanna a promuovere l’uomo, né la sua assoluzione a riabilitarlo. Gesù stava indicando una strada nuova. Quella della creazione che lo genera ad una vita nuova. È il passaggio dal fango alla vita. È qui il significato del “vai e non peccare più”.

    La pro-vocazione di Gesù è quella di essere creatori di amore. Di essere persone che si giocano tutto per dare vita e per mettere in vita. Non basta uscire dal peccato, bisogna creare il per-dono. In altri termini essere un dono per tutti. E’ questo che Gesù vuole dalla donna e da ciascuno di noi.

    È lo stare dalla parte di chi dona tutto per la vita di tutti, affinché tutti abbiano una dignità. È impegnarsi per una morale che sia segno e impegno per un mondo di amore. È l’impegno contro ogni tipo di violenza e di supremazia; contro le dittature e i personalismi; contro le strutture di peccato che creano morte; contro le atomiche e gli armamenti; contro le discriminazioni perpetrate ai danni di donne e minori; contro le logiche di chi sottomette l’altro per far emergere se stesso.

    È l’impegno a creare la fraternità e saper accogliere chi è finito sul lastrico e sulla strada. È l’impegno a creare amore anche dove sembra impossibile. È la logica di inventarsi un futuro di lavoro e di pace e di generare strumenti di carità che permettano di poter mostrare che le croci non risolvono i problemi. Anzi è necessario contribuire ad eliminarle per creare una nuova vita, una società non solo di non-violenti, ma soprattutto di viventi.

    Il futuro si chiama AMORE. Va’ e anche tu fa lo stesso! (Lc 10,37)

    [1] Traduzione del testo: absi, GIOVANNI, Edizioni Terra Santa, Milano 2021, pp. 127-129.

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