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Ven 13 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Dio accompagna il cieco nato alla scelta della fede: così de Raemy ai Quaresimali

    Il terzo appuntamento dei Quaresimali guidati da mons de Raemy si è svolto a Giubiasco presso l’Angolo d’Incontro. Al centro dell’appuntamento molto seguito in presenza da diverse decine di partecipanti, c’è stata lettura seguita dal commento della pericope evangelica che narra il miracolo della guarigione del cieco nato narrato dal Vangelo di Giovanni (Gv 9,1-41). Il vescovo ha ricordato all’inizio il percorso dei Quaresimali 2026 fino ad ora compiuto: si percorre una “sinfonia di vocazioni”, quindi di “modi di rispondere alla chiamata del Signore”. Così il primo appuntamento è stato dedicato a Marta, Maria e Lazzaro, gli amici di Gesù;  il secondo incontro sulla Samaritana e il 12 marzo la pericope del cieco nato.

    L’unica volta di un cieco nato

    “È l’unica volta in tutta la Sacra Scrittura – ha osservato de Raemy - in cui si parla di un uomo nato cieco, non solo di un cieco. È Gesù che lo vede e a quel punto si attiva un colloquio, con la domanda degli apostoli. ‘Come mai fin dalla nascita la sua vita è segnata da questa cecità?’ Gli apostoli hanno colto l’attenzione speciale di Gesù nei confronti di quest’uomo e lo interrogano: “Come mai uno nasce cieco e gli altri no?”. Inizia un dialogo su chi ha peccato: “lui,l ‘uomo cieco o i suoi genitori?”. Quindi la chiave di lettura della cecità sarebbe una punizione divina. Gesù spiega che non è una reazione di Dio, ma è per l’azione di Dio, per dimostrare che Dio si interessa di noi, per questo incontriamo questa condizione”. Una risposta “sorprendente - ha sottolineato il vescovo, proseguendo che - quasi che la condizione di infermità di quest’uomo fosse necessaria per permettere l’interesse di Dio per noi”. Nella Bibbia ha ricordato de Raemy c’è già qualche situazione, come il libro di Giobbe, pone questa domanda sulla causa della sofferenza. Il libro di Giobbe risponde solo: “non abbiamo noi uomini una risposta, le vie di Dio sono insondabili”. Anche nel libro di Tobia, con il protagonista che è diventato cieco, si trova la stessa domanda: “Perché sei benvoluto da Dio, sei messo a prova”. Anche questa risposta non è quella che dà Gesù. Gesù dice: “questa è per Dio l’occasione di provarci che non è una punizione.

    Così il vescovo Alain ha commentato “l’intenzione di Dio non è mai di punire con una malattia, ma di salvarci. Cristo si commuove davanti alla morte, pensiamo a Lazzaro. Gesù abbraccia la Samaritana, è l’unico che osa avvicinarsi a questa donna. Lo stesso Gesù dice: ‘Bisogna che compiamo le opere di Colui che mi ha mandato finchè è giorno’. Nella Scrittura la vita di una persona viene paragonata ad una giornata. È quindi un’affermazione simbolica: Io sono qui per darvi il vero volto di Dio, dirvi che Dio non punisce e non privilegia. Nell’incontro tra Nicodemo e Gesù, Gesù dice che ‘bisogna rinascere’, cioè guardare Dio con occhi nuovi rispetto a queste dinamiche di punizione e ricompensa”. Mons. de Raemy allora ha ripreso san Paolo quando dice: “La creazione è stata sottoposta a caducità, nella speranza che la stessa creazione sia liberata dalla schiavitù”, quindi dalla corruzione: “quindi c’è un mondo nuovo per il quale Gesù è venuto. Il mondo come è adesso non è del tutto come Dio lo vuole.
    Ma Dio ci accompagna in questo mondo così come è, per trasformarlo con noi. Lo si vede in questa condizione del cieco nato, che non ha chiesto nulla a Gesù, ma la sua situazione diventa un modo per Gesù per indicarci il nuovo sguardo che dobbiamo avere su Dio e sulla nostra missione nel mondo”. Poi Gesù fa il miracolo, spuntando per terra, facendo della saliva e spalmando il fango ricavato sugli occhi del cieco. Un fatto che mons. de Raemy ha rinviato alla Genesi con la creazione dell’uomo, plasmato con polvere del suolo. In Isaia la polvere della Genesi è definita “argilla” plasmata da Dio. In Giobbe si legge
    “lo Spirito di Dio mi ha creato e il Soffio dell’onniponente mi fa vivere (…), anch’io sono stato formato dal fango”. “L’intenzione di Gesù non è quindi solo la guarigione, ma un rinnovarci”, ha commentato il vescovo. Gesù ordina successivamente al cieco di andare a lavarsi nella piscina di Siloe, “che  - ha ricordato de Raemy - significa dall’ebraico ‘inviante’ e non inviato (come dal greco). Il cieco, va, torna e
    ci vede.  L’Evangelista trasforma il nome della piscina da ‘inviante’ ad ‘inviato’ per significare che Gesù è la vera acqua che ci purifica, Lui, infatti, che viene chiamato nel Vangelo di Giovanni, per 50 volte, ‘l’inviato di Dio’”. Così, con linguaggio simbolico, questa di Gesù è l’unica luce che è capace di aprire gli occhi sul vero senso della
    Scrittura e della vita. A questo punto entrano in scena coloro che avevano visto il mendicante cieco, sbigottiti davanti a questo fatto, tanto che taluni pensano che non sia lui. Il cieco nato afferma di essere lui. La gente non riesce a vedere e immaginare che questo malato dalla nascita possa essere guarito. Il cieco racconta cosa gli è successo: non vedeva e ora vede, dando anche la prova della sua fiducia in Gesù: è andato a lavarsi, come gli ha detto di fare Gesù, ma avrebbe anche potuto non andare. Non si mette a spiegare cose che non conosce. Allora lo conducono dai farisei. Il miracolo era avvenuto di
    sabato. “Questa – spiega il vescovo - è l’unica cosa che preoccupa i farisei: non la guarigione, ma il sabato violato dall’azione di Gesù”. I farisei gli chiedono di nuovo di spiegare la procedura della sua guarigione: il cieco ripete nuovamente la dinamica della sua guarigione. “Un po’ come Bernadette a Lourdes – dice de Raemy - che davanti ai gendarmi non fa che raccontare con le stesse parole, ciò che ha vissuto nell’incontro con la Vergine”. I farisei dialogano tra loro e c’è “dissenso” . C’è chi si pone dalla parte della legge violata e chi invece si chiede del segno e della potenza di guarigione. Questo  - ha sottolineato il vescovo -  “ci aiuta a non considerare i farisei una
    sola categoria, così come nessuna persona deve essere categorizzata”.

    Il cieco guarito e l’identità di Gesù: un cammino progressivo

    I farisei chiedono al cieco cosa pensi di Gesù, e lui, spontaneamente risponde “è un profeta”. “Un profeta è uno che apre, non che chiude, uno che fa cose nuove, uno che non corrisponde a pregiudizi”, commenta il vescovo. Il Vangelo dice: “Ma i giudei non credettero che fosse stato cieco” … “fiché non chiamarono i genitori e li interrogarono”. I genitori confermano che è il figlio, ma non sanno come mai ora ci veda e chi gli abbia aperto gli occhi. “Ovviamente – spiega de Raemy - sanno dal figlio chi ha fatto il miracolo, ma ‘avevano paura dei giudei perché avevano già stabilito che chi avesse riconosciuto Gesù come il Crsto, sarebbe stato espulso dalla Sinagoga’. Si sente fortemente in questo brano di Giovanni l’esperienza delle prime comunità cristiane: i cristiani agli albori pregavano nelle Sinagoghe e condividevano l’esperienza dei giudei, poi, poco a poco, si sono staccati o sono stati espulsi perché c’era questo conflitto sull’identità di Gesù. Per questo il Vangelo considera i giudei ‘quelli che non hanno riconosciuto il messia’, traducendo l’esperienza cristiana dell’espulsione dalle sinagoghe”. Il vescovo definisce l’attitudine dei genitori “ambivalente”: da un lato non si pronunciano sulla verità, dall’altro forse vogliono lasciare spazio al cieco giovane. “Si potrebbe intravvedere in questo secondo atteggiamento – osserva de Raemy - una dinamica sinodale: dare la voce a tutti, a maggior ragione una persona che ha una disabilità”. Il brano si conclude con il cieco che continua a dialogare con queste persone incredule e alla fine, davanti alla ridda di domande, con fare umoristico pone una sottile questione: non è che “volete diventare anche voi suoi discepoli?”.  Osserva il vescovo che il cammino del cieco, in questo dialogo, “poco a poco – come accaduto alla Samaritana - lo conduce a parlare di Gesù. Una gradualità anche nel riconoscere chi lo ha miracolato: dal dire che lo ha guarito ‘un uomo di nome Gesù’, a riconoscerlo come ‘profeta’, poi ‘un uomo che compie la volontà di Dio’ e alla fine ‘uno che viene da Dio’ che diventa ‘Signore’, quando parlerà con Gesù”.

    Un dialogo tra pregiudizi e libertà

    I farisei arrivano a condannare l’attegiamento di Gesù. Il cieco guarito dice “voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta”. Di fatto, - osserva il vescovo “non è così, Dio ascolta anche i peccatori che riconoscono di essere tali (il pubblicano)”. Infine dice l’ex cieco: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla”. Ma per i farisei non è così: “Tu sei nato nel peccato ed insegni a noi?”. Per i farisei la disabilità resta segno di peccato, al punto che con – pregiudizio – lo cacciano. “Il pregiudizio sulla disabilità – osserva de Raemy – è di oggi. Pensiamo ai casi dei bambini disabili non nati, verso i quali proviamo la tentazione di eliminarli. Riconoscere una dignità uguale per tutti, anche per i cosidetti considerati diversi, oggi non è scontato”.

    Infine arriva il momento dell’incontro tra il cieco guarito e Gesù, che “seppe” che i farisei lo avevano cacciato. “Quando lo trovò”, scrive Giovanni (e questo fa pensare al Pastore che cerca la pecora smarrita, Gesù gli chiede “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. A quel punto l’ex cieco gli chiede: “E chi è, Signore, perché io creda in Lui?”. “Il Figlio dell’uomo – spiega il vescovo - era un modo per parlare del Messia nel senso di un personaggio del quale non si poteva sapere in anticipo già tutto”. Gesù allora gli dice: “Lo hai visto: è Colui che parla con te”. Ora – vuol dire Gesù- ai gli occhi pronti per capire chi è. “Alla Samaritana – chiafica de Raemy - aveva detto’Io sono’usando l’espressione che
    Dio utilizza nella Scrittura per rivelarsi davanti a Mosè al roveto. Qui dice ‘lo hai visto, è Colui che parla con te’. Non è quindi colui che parla a te o di te, ma ‘con te’. E l’ex cieco dice: ‘Credo Signore!’. Quel Messia che si attendeva in Gesù si dimostra un Dio realmente presente, non solo un inviato: si mostra Dio in mezzo a noi, che l’ex cieco vede e che ora parla con lui. Da qui l’affermazione di fede di quest’uomo guarito espressa con un atto volontario che nasce dall’esperienza diretta dell’amore di Gesù. La presenza di Gesù è vissuta qui non come spiegazione di tutto ma come condivisione per andare avanti. In
    modo libero l’uomo ex cieco crede e lo accetta perché Gesù è entrata in
    relazione”.

    Cos’è la fede?

    La fede allora, osserva de Raemy, è un atto libero. Il cieco crede che Gesù è più di ciò che vede. Il vescovo cita allora diversi pensatori: “Nessuno crede se non vuole” (Agostino); Andrè Gide poeta francese dice: “nelle parole di Cristo c’è più luce rispetto ad ogni altra parola umana, ma non basta riconoscere questo per essere cristiano: bisogna credere. E io non credo”, dice questo autore. In altre parole: “Vedo la luce nel Vangelo, ma io non credo”. Newman dice “Noi crediamo perché amiamo”. “In altre parole  -commenta de Raemy  - crediamo perché abbiamo fatto l’esperienza dell’amore. Il cieco nato se gli si fosse chiesto cosa crede, non avrebbe forse recitato il credo ma avrebbe detto: ‘in Lui credo perché si è fermato e mi ha amato come sono’. Lui vede con gli occhi più che gli occhi sono in grado di vedere e accoglie un amore più grande di tutte le definizioni che siamo in grado di dare”.

    La conclusione

    La pericope si conclude con l’ultimo dialogo tra Gesù e i farisei nel quale Gesù dice: “Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”, cioè “quelli che pensano di saper spiegare tutto, in realtà non hanno questa libertà a lasciarmi entrare da loro”, ha commentato il vescovo. A queste parole i farisei replicano: “Siamo ciechi anche
    noi?”. A questo punto Gesù constata: “Se foste ciechi, non avreste alcun
    peccato, ma, siccome dite: 'Noi vediamo', il vostro peccato rimane”. De Raemy al proposito ha osservato, che costoro pensano di vedere ma in realtà non vedono perché non si sono aperti a tutta la realtà. Un tema quello di queste guide spirituali che pensano di sapere tutto, che alla fine, ha osservato il vescovo, ahinoi oggi si riscontra anche come abuso spirituale che apre la strada ad altre forme di abusi: “vedo tutto e ti guido e ti dico cosa fare”. “Beati quelli che sono ancora un po’ ciechi, perché almeno non peccano”, ha concluso de Raemy citando un autore francese.

    Prossimi incontri

    Giovedì 19 marzo: Vicariato del Luganese e Malcantone-Vedeggio, a Cademario, presso il monastero delle Clarisse sul tema «Sulle orme di San Francesco e Santa Chiara» (meditazione offerta dalle Clarisse).

    Giovedì 26 marzo: Vicariato delle Tre Valli a Bodio, Centro Giovani, sul tema «Sulle orme della Veronica e di Simone di Cirene».

    Gli eventi sono tutti alle 20.15 e si possono seguire in presenza o sul canale YouTube della Diocesi di Lugano.

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