Consenso Cookie

Questo sito utilizza servizi di terze parti che richiedono il tuo consenso. Scopri di più

Vai al contenuto
Lun 30 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
Advertisement
  • no_image

    Dalla guerra alla salvezza in Ticino grazie al coraggio di una donna di Ascona

    di Laura Quadri 

    Il sogno di diventare medico interrotto dalla Seconda guerra mondiale e poi, inaspettata, l’occasione di poter comunque mettere in pratica le proprie conoscenze in favore dell’educazione dei bambini ebrei – centinaia quelli salvati e ospitati nel borgo di Ascona – giunti in Svizzera, dopo una fuga disperata dai Paesi in guerra. È una storia toccante, segno di un’umanità profonda, quella di Lilly Volkart (1897-1988), allora, negli anni Quaranta del Novecento, giovane donna zurighese, giunta sulle rive del Lago Maggiore e qui decisa a portare avanti un’opera umanitaria di grande significato per decine di giovani: a loro infatti offrì oltre che istruzione e formazione professionale, quell’amore e quel clima famigliare di cui erano stati privati. Oggi questa storia può essere letta e meditata nelle pagine del romanzo dal titolo «Il coraggio di Lilly» (edizioni TRE60) che Mattia Bertoldi, scrittore ticinese, ha voluto negli scorsi mesi dedicarle dopo diverse ricerche in archivio. Il romanzo verrà presentato il 26 luglio nell’ambito delle iniziative estive delle Biblioteche cantonali «Chilometro zero», alla Biblioteca cantonale di Bellinzona alle ore 18.30 e poi a Osco, presso il Salone Pro Osco, il 31 luglio alle 17. 

    Mattia Bertoldi, chi è Lilly Volhart, in che contesto ha operato? 

    «Lilly Volkart è nata a Zurigo nel 1897 ma si è trasferita ad Ascona all'inizio degli anni Venti. Da questo periodo in avanti e fino alla sua morte, nel 1988, ha dedicato la vita all'accoglienza di bambini e ragazzi nella sua abitazione, nei pressi del Monte Verità. Dotata di uno spiccato senso pedagogico, durante gli anni della Seconda guerra mondiale è arrivata a ospitare contemporaneamente oltre 110 persone in tre case diverse. Lilly è poi stata un punto di riferimento anche più tardi, a livello internazionale e locale; ha per esempio ospitato diversi reduci della Rivoluzione ungherese durante gli anni Cinquanta, ma dava il benvenuto anche ai giovani ticinesi che in lei hanno trovato una seconda possibilità ».

    Come è arrivato a conoscenza della sua storia?

    «Mi sono imbattuto in Lilly nel 2014, durante alcune ricerche dedicate alle personalità provenienti da fuori Cantone che hanno trovato una seconda casa in Ticino. Ciò che mi ha più affascinato è stato il modo con cui la Volkart ha creato un microuniverso composto da decine di bambini che, nonostante il difficile periodo, sono riusciti a farsi forza e a rimanere uniti. Per esempio ho ricreato in un capitolo l'abitudine di Lilly di celebrare sia le festività cristiane, sia quelle ebraiche, una scelta che permetteva a tutti i bambini di conoscere la cultura e la religione degli altri. Sono quindi voluto entrare in quella casa e riportare in superficie una storia ignota ai più, e ho pensato che il romanzo potesse rappresentare la forma ideale». 

    Cosa spinge Lilly a questo grande e generoso gesto di accoglienza? 

    «Durante la stesura del romanzo ho avuto la fortuna di contare su Ein Zuhause für jüdische Flüchtlingskinder - Lilly Volkart und ihr Kinderheim in Ascona 1934-1947, un saggio di Eveline Zeder pubblicato nel 1998 da Chronos Verlag. Qui sono presenti alcune informazioni biografiche legate a Lilly, che crebbe in una famiglia di liberi pensatori e dimostrò una spiccata indipendenza fin da piccola. Anche per questo motivo, ho ritenuto importante creare dei capitoli che mostrassero il suo percorso da Zurigo (dove gestì un pensionato studentesco ad appena vent'anni) ad Ascona, dove poté realizzare il sogno di lavorare a stretto contatto coi bambini, nonostante l'impossibilità di studiare medicina e diventare pediatra. Qui mise in atto strategie pedagogiche basate sull'autonomia (quasi di stampo montessoriano) grazie alle quali imprimeva un forte senso di responsabilità ai suoi ospiti». 

    Possiamo soffermarci sugli anni cruciali della vicenda, che videro la fondazione della casa di accoglienza nel borgo di Ascona? Fino a quando andrà avanti il progetto? 

    «Lilly Volkart fu attiva per tutta la vita. Partì da due bambini (i figli dei coniugi Max Tobler e Minna Tobler-Christinger, entrambi medici) e arrivò ad accoglierne 4000 nel corso della sua esistenza. Durante la stesura del romanzo ho avuto la fortuna di parlare con due persone che vissero da lei negli anni Quaranta: Franco Debenedetti Teglio e Michel Stopnicer. Il loro racconto di chi era Lilly e di cosa significasse vivere in quella casa durante quegli anni è stato molto importante per dare ancor più verosomiglianza al romanzo».

    Lilly non è stata l’unica svizzera ad aver contribuito a salvare durante la guerra profughi ebrei. Cosa ci dice più in generale la sua vicenda sul Ticino quale luogo di accoglienza soprattutto durante la Guerra? 

    «Con questo romanzo ho voluto raccontare la storia di Lilly Volkart, sottolineando la sua apertura nei confronti di chi fuggiva dalla guerra anche grazie all'aiuto di diverse persone e istituzioni (in particolare il collegio Papio, che in quel periodo aprì per la prima volta le sue porte a studenti di origine ebraica). Gli storici ci insegnano però che la realtà non era bianca o nera, bensì si componeva di diverse scale di grigi. Per alcuni il Ticino è stato terra di accoglienza, per altri ha rappresentato una chiusura che ha condannato diverse persone alla morte. Io ho cercato di rappresentare anche questo lato della medaglia sottolineando le difficoltà che Lilly ha avuto nel gestire un gruppo così numeroso di bambini in una regione non sempre così propensa ad accogliere il diverso».

    News correlate

    News più lette