di Maria Acqua Simi
“Fino a dove? Fino a quando?”. La domanda che campeggiava nei giorni scorsi sulla prima pagina dell’Osservatore Romano non è solo un titolo efficace: è il grido che attraversa queste ore drammatiche. Una nuova guerra si è accesa nel cuore del Medio Oriente, mentre erano ancora in corso negoziati delicatissimi sul nucleare iraniano. E ancora
una volta il nostro mondo si è scoperto fragile, confuso ed esposto a decisioni che pochi prendono e che milioni subiscono.
All’Angelus di domenica scorsa Papa Leone XIV ha usato parole inequivocabili: «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile». E poi la supplica a fermare «la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile» e il richiamo a un ritorno alla diplomazia e alla responsabilità morale. L’appello del Santo Padre è forse l’analisi più realistica di quanto sta accadendo, perché dice una cosa chiara e lineare: una volta oltrepassata una certa soglia - l’uccisione di leader, l’attacco a infrastrutture vitali, il coinvolgimento di milizie e potenze regionali- il conflitto tende ad autoalimentarsi in una spirale senza fine.
Cosa sta accadendo è sotto gli occhi di tutti: Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran decapitando la leadership iraniana in poche ore, sperando in un cambio di regime o in una destabilizzazione regionale che favorisse gli israeliani. Solo che Teheran e le sue istituzioni erano pronte a uno scenario di questo tipo e il sistema ha retto: la reazione militare è stata incessante (colpiti i Paesi del Golfo e persino una base britannica a Cipro) mentre Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso, è stato eletto nuova Guida Suprema del Paese. La Repubblica islamica intanto è divisa tra una parte della popolazione che ha esultato per la morte dell’ayatollah che solo poche settimane fa aveva fatto massacrare migliaia di manifestanti inermi, e un’altra, grossa, parte del Paese che invece si è riversata in piazza per commemorazioni del leader ucciso. Cosa ci dice tutto questo dal punto di vista geopolitico? Che il cambio di regime sarà tutt’altro che facile. Anche gli analisti non concordano: c’è chi ipotizza un collasso controllato dell’Iran, chi scommette su un conflitto breve di quattro o cinque settimane, chi invece ritiene che siamo di fronte a un capovolgimento storico dei rapporti di forza in Medio Oriente.
Non v’è dubbio che siamo di fronte a qualcosa di epocale, che ci riguarda tutti: la storia recente di quella regione insegna che le guerre raramente restano dentro i confini tracciati sulla carta. Ogni bomba genera conseguenze imprevedibili, come la morte di quasi duecento bambine iraniane colpite mentre erano sui banchi di scuola. Ogni vittima alimenta nuove rivalse. E intanto morti si aggiungono a morti, distruzioni a distruzioni, mentre il conflitto si allarga a macchia d’olio toccando lo Stretto di Hormuz, il Libano, i Paesi del Golfo. E non è solo il Medio Oriente a tremare: è l’economia globale (i prezzi del greggio sono schizzati alle stelle, le Borse tremano), è il nostro continente europeo così diviso e incerto, sono i nostri equilibri già precari.
Colpisce, in questo scenario, la leggerezza con cui il diritto internazionale viene evocato o dimenticato a seconda delle convenienze. L’uccisione di un capo di Stato, per quanto sanguinario e brutale come lo fu Khamenei, segna un salto ulteriore nella normalizzazione della forza come linguaggio politico. Sembra che nessuno senta più il bisogno di giustificarsi davvero. È la legge del più forte a imporsi, svuotando il diritto e la diplomazia di ogni significato.
Forse la contraddizione più bruciante è quella dell’Unione Europea, nata come progetto di pace dopo gli orrori della seconda guerra mondiale e oggi incapace di una voce unitaria. Navi militari salpano mentre si condannano le violazioni del diritto. Si invocano i valori comuni ma si resta imprigionati nei veti incrociati. Non era questo il sogno dei padri fondatori: De Gasperi, Schumann, Adenauer. In questo contesto, le parole del Papa sono rimaste forse l’atto di realpolitik più convincente. «Continuiamo a pregare per la pace», ha detto. Qualcuno potrebbe liquidarle come consolatori, le solite frasi di circostanza che ogni Papa deve dire. Ma pregare, soprattutto in questo tempo di Quaresima, è riconoscere che la salvezza non può derivare da strategie o atti di forza. Bisogna chiedere di riscoprire una creatività diplomatica e politica capace di generare del bene e questo lo si può fare solo rifiutando la logica della tifoseria, ricordandosi che tutte le vite hanno un valore inestimabile e che non vi è diversità tra quella di una bambina uccisa in un bombardamento e quella di un soldato caduto al fronte. La preghiera non sostituisce la diplomazia, ma la fonda. È il luogo in cui il cuore dell’uomo viene rimesso davanti alla propria responsabilità morale. È la richiesta che Dio renda intelligente il nostro muoverci nella Storia quando il mondo intero sembra aver smarrito la bussola e la zavorra morale. È la forza silenziosa che sostiene la via del dialogo. «Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli», ha detto il Papa. Se è un dono, va desiderato e atteso. In un mondo che corre verso la legittimazione permanente della guerra, inginocchiarsi è forse l’atto più rivoluzionario.