di Davide De Lorenzi*
Il Carnevale di Bellinzona ha fatto discutere anche per alcuni episodi di violenza giovanile, riportati e commentati dal Cdt, con un confronto che dal piano della cronaca è passato su quello politico e sociale, attorno in particolare alla presenza dei minorenni, al ruolo dei genitori e delle società di carnevale.
Su questi temi occorre ragionare e discutere senza esasperare i toni e cadere in facili giudizi. Evidentemente, se da un lato è vera l’inaccettabile gravità di certa violenza accaduta, dall’altro ci sono migliaia di ragazzi adeguati e responsabili.
Iniziamo a capire che cosa si nasconde dietro a certi comportamenti, provando a togliere la maschera — o il passamontagna — a questi ragazzi che possono assumere atteggiamenti anche violenti.
Negli adolescenti di oggi si può riscontrare una grande sensibilità emotiva, che può avere conseguenze positive quando sfocia nell’empatia e nella capacità di relazione, ma che può trasformarsi in una grande fragilità quando fa rimanere in balia delle proprie emozioni, senza capirle né gestirle. Paura, rabbia e frustrazione possono così trasformarsi in reazioni impulsive; un insulto ricevuto esige così, per loro, una risposta immediata, magari attraverso il gruppo dei pari, anche con una violenza sproporzionata. Il branco diventa spazio di protezione e riconoscimento, ma anche moltiplicatore di tensioni. In questo quadro i social network amplificano conflitti, rendono pubbliche le provocazioni, alimentano dinamiche di sfida permanente.
Le famiglie sono le prime responsabili dell’educazione emotiva e valoriale dei propri figli, ma molte sono disintegrate o sono in condizioni di difficoltà, strette tra tempi di lavoro, trasformazioni culturali e una costante immersione nel digitale.
Lasciarle sole non aiuta, servono confronto, dialogo e senso della misura, ad esempio pensando ai ragazzini che frequentano il Carnevale fino all’alba.
Su questo tema si potrebbe ragionare su criteri di gradualità, su orari differenziati, su forme di accompagnamento. Infatti tra un undicenne e un diciassettenne esiste una bella differenza, così come pesa la presenza — o l’assenza — di un adulto di riferimento. La scuola resta uno dei pochi luoghi in cui è possibile lavorare sulle competenze emotive e sul dialogo, pur tra molte difficoltà.
Anche oratori parrocchiali e associazioni potrebbero offrire un contributo prezioso, se promossi con convinzione, per offrire ambiti di socializzazione sani e costruttivi.
Come ben spiegato da Bruno Giussani sul Cdt del 19 febbraio la sfida del presente è accompagnare le persone e in primis i giovani in un mondo dove l’Intelligenza artificiale (IA) seppur tra grandi potenzialità rischia di toglierci la capacità di pensiero e di relazione: «c’è la necessità di non rimanere soli dietro gli schermi, dove siamo vulnerabili e manipolabili, ma di ricreare spazi di socializzazione, di ristabilire dei legami».
Il rischio è che ci si chiuda, capiti, si fa per dire, solo dal chatbot dell’IA. In fondo il Carnevale - nonostante eccessi e situazioni deplorevoli - è un ambito importante in cui vivere relazioni e uscire dalla bolla in cui spesso siamo racchiusi.
*docente