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A Gerusalemme credenti di religioni diverse in marcia per un'altra città

Rabbini – uomini e donne –, sacerdoti – uomini e donne –, religiosi e religiose, musulmani e drusi, militanti israeliani e palestinesi hanno sfilato insieme, il 18 maggio nel tardo pomeriggio, fino alla Porta di Giaffa. I cartelli parlavano di giustizia, pace e dignità umana. I canti si alternavano tra ebraico, arabo e inglese. Niente di spettacolare. Ma nel clima attuale, la semplice idea di marciare insieme era già un atto politico.

Da quattro anni, questa marcia si propone come risposta simbolica alla Marcia delle bandiere del Giorno di Gerusalemme. Quest’ultimo attira ogni anno decine di migliaia di nazionalisti religiosi. Dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, le tensioni sono diventate ancora più visibili. Anche quest’anno gruppi di giovani ebrei hanno scandito slogan ostili agli arabi nel quartiere musulmano della città vecchia.

Quest’anno, segno che il clima non si sta rasserenando, la via commerciale di Giaffa aveva lasciato posto a via King David. Invece di partire cantando da piazza di Sion (Kikar Zion), i militanti della pace si erano prima riuniti nel giardino del Ymca per mescolare canti, preghiere e discorsi, prima di intraprendere una marcia che è rimasta silenziosa finché potevano essere uditi dalle finestre dei palazzi circostanti. Solo una volta sul viale Yitzhak Kariv, sotto gli alberi, quasi al riparo dagli sguardi, hanno osato pregare cantando. Ma il cuore c’era, per ciascuno. E la gioia di stare insieme, e per molti di ritrovarsi.

Tra gli organizzatori figuravano in particolare membri dei Rabbini per i Diritti dell’uomo, di Tag Meir, del Rossing Center, di Women Wage Peace, ecc. Diversi responsabili religiosi ebrei hanno insistito sul fatto che la fede deve condurre alla protezione della dignità umana e non all’umiliazione dell’altro.

Quest’anno, per la prima volta, il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha registrato un breve messaggio video per incoraggiare la partecipazione alla marcia. Il patriarca latino di Gerusalemme ha invitato i fedeli a non cedere allo scoraggiamento e a restare presenti nello spazio pubblico, nonostante la guerra e le tensioni.

La difficoltà a partecipare da parte dei cristiani di Palestina

I cristiani erano in effetti più numerosi rispetto agli anni precedenti. Si incontravano religiosi, alcune comunità internazionali, sacerdoti e laici impegnati nel dialogo interreligioso. Ma i cristiani palestinesi si contavano quasi sulle dita di una mano.

Questa assenza diceva molto del clima attuale. Per molti palestinesi cristiani di Gerusalemme e d’Israele, partecipare a questo tipo di evento resta complicato. Alcuni dubitano ancora dell’efficacia di queste iniziative. Altri temono di essere strumentalizzati in contesti in cui i rapporti di forza restano profondamente ineguali.

fonte: terrasanta.net/redazionecatt

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