Nel giro di due giorni, il 28 e il 29 giugno, a Lugano si è intrecciato in modo quasi naturale un doppio anniversario. Nella chiesa di San Rocco, domenica 28, si è celebrata la messa per il decimo anniversario della morte di Mimi Lepori-Bonetti. Il giorno dopo, lunedì 29, solennità dei Santi Pietro e Paolo, la cripta della Basilica del Sacro Cuore ha ospitato la messa per i quarant'anni dall'ordinazione episcopale di mons. Eugenio Corecco, che proprio in quella cripta riposa. A guidare entrambe le celebrazioni è stato P. Mauro-Giuseppe Lepori, Abate Generale dell'Ordine Cistercense.
San Rocco: "portare la croce" non è subire, ma appartenere
Nell'omelia per Mimi Lepori-Bonetti, P. Mauro è partito dal versetto del Vangelo che, preso alla lettera, suonerebbe quasi scandaloso: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me". Parole che, ha osservato l'Abate, "se pronunciate da qualsiasi altra persona che Gesù Cristo" farebbero pensare a "un narcisista manipolatore". Ma proprio qui, ha spiegato, sta la differenza: Cristo può dirlo perché è "il centro del cosmo e della storia", non per pretesa, ma per una rivelazione che riguarda "la realtà e verità ultima di tutti e di tutto". Affermando la sua centralità, Cristo ci rivela l'ontologia di tutta la realtà.
L'importante è però capire che la centralità di Cristo è il più bel gesto di tenerezza che il Mistero abbia potuto esprimere nei nostri confronti. Prosegue P. Mauro: “Nulla dà pace e sicurezza alla vita dissipata e disorientata dell'uomo peccatore come l'annuncio che c'è un punto attorno al quale tutto si ricompone, tutto si rinnova, tutto si raccoglie, e che questo punto è la tenera, mite e umile presenza del Nazareno”.
Il passaggio più personale dell'omelia arriva quando il discorso si sposta sulla vita di Mimi. P. Mauro ha parlato della sua "lunga e penosa malattia", ma l'ha collocata dentro una lettura più ampia, quella di "una vita tutta spesa a servire la Chiesa e il bene e la dignità degli altri". E prosegue l'Abate: "la nostra croce è la grazia pasquale di riconoscere come le pene e i sacrifici della vita sono ormai irrorati dal Sangue di Cristo. La nostra croce è l'esperienza spirituale, psicologica e fisica attraverso la quale l'amore di Cristo diventa il nostro amore, e la vita di Cristo la nostra vita”.
Citando san Paolo ai Galati, P. Mauro ha chiuso il ragionamento con parole che suonano quasi come un ritratto: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me!".
La cripta del Sacro Cuore: la libertà di Pietro, la libertà di Corecco
Il giorno seguente, nella cripta dove Corecco è sepolto dal 1995, il registro cambia ma il filo resta lo stesso. Le letture della solennità di Pietro e Paolo — la liberazione dal carcere di Erode, le parole di san Paolo nella seconda lettera a Timoteo — hanno offerto a P. Mauro lo spunto per parlare di libertà come dono, non come conquista. "Pietro si accorge di essere stato liberato da un angelo dalla prigione di Erode", ha detto, sottolineando come l'apostolo, "prima sempre fin troppo intraprendente e irrefrenabile", debba imparare ad accogliere una liberazione "totalmente gratuita".
È a questo punto che l'omelia si volge verso Corecco, definendo la sua malattia come una delle forme possibili di quella "libertà apostolica" che si esprime anche "rimanendo a lungo in prigione", accostando la sua vicenda a quella di san Paolo a Cesarea e a Roma e a quella del cardinale vietnamita Van Thuân, tredici anni recluso. Del vescovo ticinese, P. Mauro ha detto che la malattia non riuscì "a spegnere e neppure ad affievolire la sua passione di pascere il gregge affidatogli".
Il momento più denso dell'omelia, però, è la citazione diretta delle parole che lo stesso Corecco pronunciò il 29 giugno 1986, il giorno della sua ordinazione episcopale. Parole che P. Mauro ha voluto far risuonare intatte, quarant'anni dopo: "La comunione ecclesiale si esprime senza dubbio come legame nella carità e fraternità reciproca [...]. Non si esaurisce tuttavia in un semplice rapporto psicologico e affettivo. La comunione è prima di tutto un rapporto oggettivo e strutturale che determina tutte le componenti essenziali del nostro essere Chiesa". E ancora, sulla natura del cristiano: "I cristiani in effetti sono un popolo di persone che, al di là di ogni barriera di sangue, di razza, di lingua e di cultura, si appartengono reciprocamente e si costituiscono come Corpo mistico di Cristo".
Parole scritte nel 1986 da un vescovo allora appena consacrato, di cui P. Mauro ha colto ancora oggi l'attualità, definendo la libertà cristiana come "la libertà crocifissa della carità, la libertà dell'amore crocifisso che eternamente risplende nelle piaghe del Corpo del Risorto".
Una memoria che continua a parlare
Difficile non notare, ascoltando le due omelie, come P. Mauro Lepori abbia scelto di non trattare questi anniversari come semplici commemorazioni. In entrambi i casi la malattia non viene raccontata come una sconfitta da compensare con il ricordo, ma come il luogo dove si è giocata, paradossalmente, la libertà più vera di entrambi. È lo stesso P. Mauro a offrire la chiave che tiene insieme le due riflessioni, quando parla di una libertà che si scopre "tanto più libera quanto più la nostra vita è presa e portata da un Altro, attraverso gli altri, là dove non avremmo mai voluto andare".
Eugenio Corecco & Mimi Lepori Bonetti
Per chi non li ha conosciuti direttamente, vale la pena ricordare in breve le due figure. Eugenio Corecco, nato ad Airolo nel 1931, canonista di fama internazionale e amico personale di Giovanni Paolo II, fu eletto vescovo di Lugano nel 1986. Nei nove anni del suo episcopato fondò la Facoltà di Teologia di Lugano e si impegnò in quella che i suoi biografi chiamano la "rifondazione della vita di fede" della diocesi, prima di morire il 1° marzo 1995, a 63 anni, dopo una malattia che lo accompagnò fino all'ultimo giorno di ministero.
Mimi Lepori Bonetti, nata a Lugano nel 1949, fu invece una delle prime donne ticinesi ad affermarsi in politica a livello nazionale: deputata in Gran Consiglio dal 1983 al 1993, consigliera nazionale del PPD dal 1993 al 1995, per vent'anni corresponsabile di Caritas Ticino e poi fondatrice dell'agenzia sociale Consono. Cattolica impegnata, morì a Lugano il 25 giugno 2016 dopo una lunga malattia.