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Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand

di Dennis Pellegrini/Catt.ch

Dopo la presentazione della Giuria Ecumenica internazionale (che trovate qui), il Festival del Film di Locarno ha vissuto questa mattina, domenica 9 agosto, un altro dei suoi momenti più raccolti: il culto ecumenico celebrato alle 11.15 nella Chiesa nuova (o dell'Assunta), organizzato dalla Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane nel Ticino (CLCCT) in collaborazione con la Giuria Ecumenica. Un appuntamento che, ogni anno, prova a far dialogare due mondi apparentemente distanti — la sala buia e lo spazio sacro — e che quest'anno ha trovato nella predica del gesuita zurighese Franz-Xaver Hiestand, cappellano universitario e critico cinematografico da oltre quarant'anni, il suo momento più denso.

Hiestand ha aperto il suo intervento partendo da un dato concreto: il calo degli spettatori nelle sale svizzere, quasi un quarto in meno rispetto al periodo pre-pandemico. Un'emorragia che — ha osservato — non è troppo diversa da quella che vivono le Chiese, svuotate a loro volta di fedeli. Da questa comune fragilità è partito per tracciare una parentela più profonda: «Entrambi tendono all'ampiezza degli orizzonti», ha detto, «entrambi si rivolgono all'infinito». Cinema e Chiesa condividono, secondo il predicatore, lo stesso interesse per lo sviluppo interiore dell'uomo e per il modo in cui una vita può realizzarsi — al punto da poter dire, con tono volutamente solenne, che «il cinema è la cattedrale dell'epoca moderna»: uno spazio che, come una navata gotica, si fa invisibile per lasciare risplendere la luce, dove le immagini si radicano in profondità nell'anima così come le parole in uno spazio sacro.

Il cuore della predica è stato però dedicato a The Odyssey di Christopher Nolan, e in particolare alla scena in cui Ulisse, legato all'albero maestro della sua nave, ascolta il canto delle Sirene senza potervi cedere. Hiestand ha collocato l'episodio nel genere letterario delle tentazioni, lo stesso a cui appartiene il racconto evangelico proclamato durante il culto — Matteo 4,1-11, le tre tentazioni di Gesù nel deserto. Una tradizione cristiana antica e medievale, ha ricordato, vedeva già in Ulisse incatenato un simbolo dell'arte di vivere cristiana, fino a scorgervi un'eco della croce: come l'eroe si lascia legare per attraversare senza naufragare il canto ammaliante, così il cristiano si lega al legno della croce per attraversare il mare del mondo.

Ma è nella lettura che ne dà Nolan che il predicatore ha trovato lo spunto più originale. Nel film, ha spiegato, le Sirene non tentano più con la promessa della conoscenza, come già in Omero, ma diventano voce della coscienza: non richiamano la gloria, bensì i defunti e la responsabilità di ciò che si è mancato di custodire. Una scelta di regia — il canto delle sirene rimane per lo spettatore quasi ovattato, un sibilo lontano — che sposta il fuoco dall'incanto sonoro all'effetto che esso produce sul volto di Ulisse, lasciando allo spettatore la libertà di interpretare, secondo la propria disposizione interiore, cosa significhi davvero affrontare il proprio passato.

Due altri momenti hanno segnato la celebrazione. Dopo l'invocazione del perdono, il segno della luce: le candeline distribuite ai fedeli sono state accese dalla fiamma del Cero pasquale, gesto che richiama la dignità propria di ogni battezzato. E in chiusura, la colletta raccolta è stata destinata a sostenere l'iniziativa di SWISSAID per la crisi alimentare in corso in Niger — un modo per ricordare che lo sguardo rivolto all'infinito, di cui aveva parlato Hiestand, non distoglie lo sguardo dalle urgenze più concrete del presente.

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