di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Tra gli sguardi più intensi sulla ricerca d'identità visti finora a Locarno79 c'è senza dubbio Destroy All Girls, presentato in Concorso Cineasti del presente. Il titolo del film deriva da una provocatoria frase realmente stampata in passato come scherzo sulle etichette interne di un marchio di abbigliamento per skater californiani. Nella pellicola, questa citazione evoca simbolicamente la sottocultura maschilista dei gruppi di strada in cui la protagonista cerca rifugio.
Scritto e diretto da Erin Vassilopoulos, che torna al festival dopo il suo esordio Superior, il film (USA/Germania, 2026, 87') racconta la storia di Alexa, che a un certo punto della vicenda decide di farsi chiamare semplicemente Alex, come primo passo di una ricerca di sé che attraverserà tutto il racconto. Nel cast, tra gli altri, Ani Mesa-Perez, Gil Perez-Abraham, Florencia Lozano e Dominic Bruce.
Alex vive in una famiglia rigida e conservatrice, dove madre e patrigno rappresentano un mondo chiuso che la opprime profondamente. L'unico legame autentico sembra essere quello con il fratello, rimasto paralizzato in seguito a un incidente, di cui lei si prende cura con dedizione e affetto. Ma quando il peso di quella "gabbia" familiare diventa insostenibile, Alex trova rifugio in un gruppo di pattinatori di strada: un mondo anarchico, spensierato, portato però anche all'eccesso e a un nichilismo di fondo.
È qui che il film costruisce la sua riflessione più interessante. L'illusione iniziale è che la libertà coincida con la rottura totale, con l'andare all'estremo opposto rispetto a ciò da cui si fugge. Ma Vassilopoulos mostra con lucidità come anche questo mondo, portato ai suoi eccessi, finisca per rivelarsi un'altra forma di prigione: Alex si accorge che quella spensieratezza sfrenata non è lei, non più di quanto lo fosse la rigidità da cui era scappata.
Il film lascia intuire un pensiero che ha radici antiche, quasi aristoteliche: la virtù, e con essa l'autenticità di sé, si trova nel mezzo tra due estremi, non nella scelta di uno contro l'altro. È significativo che sia proprio nella figura del fratello — capace di una fermezza gentile, lontana sia dalla rigidità dei genitori sia dal caos del gruppo di skater — che Alex sembri infine ritrovare un punto d'appoggio.
Una lezione che vale ben oltre la vicenda specifica del film: chi si allontana da un contesto percepito come oppressivo rischia di cercare la propria liberazione nell'estremo opposto, senza rendersi conto che ogni estremismo, di qualunque segno, porta con sé le stesse logiche di rigidità e di negazione dell'altro.