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"Down the Arm of God": la fede messa alla prova dal freddo e dall'altro

di Dennis Pellegrini/Catt.ch

A Locarno79 arriva uno dei titoli più attesi della Piazza Grande: Down the Arm of God, diretto da Peter Brunner e scritto a quattro mani con Caleb Landry Jones, che ne è anche protagonista. Presentato martedì sera alla stampa, il film ha debuttato in prima mondiale ieri sera, mercoledì 12 agosto, sulla Piazza. Ispirato a eventi reali, il film racconta la storia di Nick, giovane pastore alla sua prima missione in una piccola comunità del Texas. Esplorando i dintorni boschivi della cittadina, scopre un accampamento di persone senza dimora che sopravvivono all'addiaccio. Quando una violenta tempesta di ghiaccio distrugge il loro rifugio, Nick chiede alla propria congregazione di accoglierle: una richiesta che spacca la comunità e lo mette in rotta di collisione con chi dovrebbe condividere la sua stessa fede.

Dietro la macchina da presa non c'è solo un film, ma un progetto durato cinque anni. Brunner ha costruito il lungometraggio insieme a persone che vivono realmente la condizione di senzatetto, coinvolgendole come collaboratrici alla pari nella scrittura e nell'interpretazione dei personaggi. La produzione si è radicata ad Amarillo, dove il regista ha intessuto una rete di sostegno con enti locali per accompagnare il cast prima, durante e dopo le riprese: documenti, alloggi, trasporti, cure mediche. L'accampamento del film è stato ricostruito sul sito reale che aveva ispirato il progetto, raccontato in un articolo del Texas Observer. Il film è accompagnato da un curriculum didattico sviluppato con The Art of Elysium, pensato per prolungare la riflessione oltre la sala, tra scuole e comunità.

Nelle note di regia, Brunner precisa l'intenzione del progetto: non un film di advocacy, ma un invito a interrogarsi, a "vedere" davvero l'altro oltre la sua condizione presente. Nell'intervista del press kit racconta come i personaggi si siano progressivamente allontanati dalle interviste iniziali per essere plasmati dalle persone reali incontrate lungo il percorso. Sul rapporto con Landry Jones, texano lui stesso, Brunner osserva che l'attore comprende "cultura, ritmi e contraddizioni" di quella terra in un modo che lui, europeo, non potrebbe mai avere da solo.

Ho visto il film all’anteprima, e devo dire che è uno dei titoli più potenti visti da tempo: crudo, drammatico, capace di travolgere emotivamente fino alle lacrime nel finale. Ciò che resta, più della trama, è la tentazione — a cui il film non cede fino in fondo — di dividere nettamente buoni e cattivi, chi accoglie e chi respinge. Guardando la comunità che si chiude, ho provato fastidio per certi atteggiamenti di rifiuto e pregiudizio, ma ho cercato anche di comprenderne la paura: aprire la porta a chi non si conosce, quando si hanno una famiglia e dei figli da proteggere, non è mai un gesto scontato. È una reazione umana, anche se il film la spinge fino a esiti estremi.

Resta il nodo di fondo: il nostro cervello, per pigrizia, etichetta ciò che non conosce, e quell'etichetta diventa un muro contro l'incontro vero. Solo la conoscenza reale dell'altro può sgretolare il pregiudizio costruito per autodifesa. Guardando Down the Arm of God ho ripensato alla parabola del buon samaritano, spesso citata ma qui quanto mai calzante: un sacerdote e un levita, custodi scrupolosi della legge, passano oltre l'uomo ferito senza vederlo; è lo straniero, il samaritano disprezzato, a fermarsi e a prendersene cura. Gesù sembra dirci che la fede si dimostra più in ciò che si fa che in ciò che si professa — ed è esattamente la domanda che questo film, con la sua durezza, pone a ciascuno di noi.

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