Locarno79
La 79esima edizione del Locarno Film Festival raccontata dall'interno: 233 film, 103 prime mondiali e una Giuria ecumenica che da 53 anni cerca sullo schermo la dimensione spirituale. Dennis Pellegrini ha seguito il Concorso internazionale per catt.ch: qui i suoi commenti e le sue cronache dal Festival.
A Hong Sangsoo il Premio della Giuria ecumenica di Locarno79
"La mia settimana al Festival di Locarno, tra cinema e spiritualità, Piazza Grande e Chiesa Nuova"
"Down the Arm of God": la fede messa alla prova dal freddo e dall'altro
"Destroy All Girls" a Locarno79: la libertà non sta negli estremi
Locarno Film Festival e la sostenibilità: un impegno su tre fronti
"Nessuno vi farà del male": Quando il cinema sceglie la memoria invece della retorica
Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand
Il corpo che grida: "Violence du corps de l'autre" a Locarno79
Locarno 79: la Giuria Ecumenica premia il cinema che si batte per la giustizia
"Piazza nostra": le voci nascoste dietro 80 anni di Festival
Manhunt: quando i figli del computer cercano la salvezza nella violenza
Locarno79: il cinema torna tra grandi classici, star internazionali e uno sguardo al futuro
Locarno79
La 79esima edizione del Locarno Film Festival raccontata dall'interno: 233 film, 103 prime mondiali e una Giuria ecumenica che da 53 anni cerca sullo schermo la dimensione spirituale. Dennis Pellegrini ha seguito il Concorso internazionale per catt.ch: qui i suoi commenti e le sue cronache dal Festival.
A Hong Sangsoo il Premio della Giuria ecumenica di Locarno79
Si chiude il 79° Locarno Film Festival con il verdetto della Giuria ecumenica: il premio va al regista sudcoreano Hong Sangsoo per «Nun Dul Dega Eomne», storia di un ritorno in famiglia dopo dieci anni di lontananza. Al vincitore 10'000 franchi offerti dalle Chiese svizzere.
"La mia settimana al Festival di Locarno, tra cinema e spiritualità, Piazza Grande e Chiesa Nuova"
Dennis Pellegrini ci racconta i suoi giorni da inviato alla 79esima edizione del Locarno Film Festival, tra eventi che hanno ricordato l'importanza di raccontare, attraverso il cinema, anche la spiritualità e pellicole che non sono state da meno. In attesa, domani, dell'assegnazione del Premio della Giuria ecumenica.
"Down the Arm of God": la fede messa alla prova dal freddo e dall'altro
A Locarno79 "Down the Arm of God" di Peter Brunner: un pastore in Texas divide la sua comunità chiedendo di accogliere un gruppo di senzatetto durante una tempesta di ghiaccio. Un film costruito con chi vive quella condizione, tra fede, paura dell'altro e la parabola del buon samaritano.
"Destroy All Girls" a Locarno79: la libertà non sta negli estremi
A Locarno79 il film di Erin Vassilopoulos racconta la fuga di una giovane donna da una famiglia opprimente verso il mondo anarchico degli skater. Un viaggio tra due estremismi che, alla fine, insegna che la vera libertà si trova nell'equilibrio.
Locarno Film Festival e la sostenibilità: un impegno su tre fronti
Il Locarno Film Festival intreccia cinema e sostenibilità su tre fronti: sociale, ambientale ed economico. Tra inclusione, riduzione delle emissioni e ricadute positive sul territorio ticinese, la kermesse punta alla neutralità climatica entro il 2050.
"Nessuno vi farà del male": Quando il cinema sceglie la memoria invece della retorica
Dino Hodić affronta il genocidio di Srebrenica rifiutando la retorica: sobrietà, silenzi e il dialogo tra memoria personale e collettiva. Un documentario che chiede tempo e ascolto, ricordando che la memoria è strumento per comprendere il presente.
Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand
Alla Chiesa nuova di Locarno si è tenuto il culto ecumenico di Locarno79. Il gesuita Franz-Xaver Hiestand ha paragonato cinema e Chiesa, entrambi rivolti all'infinito, leggendo in chiave cristologica la scena delle Sirene in «The Odyssey» di Nolan.
Il corpo che grida: "Violence du corps de l'autre" a Locarno79
Al Festival del Film di Locarno il nuovo film di Denis Côté racconta il corpo tra edonismo ed eutanasia. Una riflessione su piacere, dolore e su un Deleuze spesso travisato, tra filosofia e vita vissuta.
Locarno 79: la Giuria Ecumenica premia il cinema che si batte per la giustizia
A Locarno 79 la Giuria Ecumenica delle Chiese svizzere assegnerà per la 53ª volta un premio di 10'000 franchi a un film del Concorso Internazionale. Presidente Viera Pirker, con Gadreau, Rajamäki e Stutte. Premiazione il 15 agosto. Domenica alle 11.15 il culto ecumenico.
"Piazza nostra": le voci nascoste dietro 80 anni di Festival
A Locarno, mentre il Festival compie 80 anni, la mostra "piazza nostra" al Museo Casorella dà voce a chi ha lavorato dietro le quinte: ex collaboratori, residenti e commercianti raccontano la storia della manifestazione attraverso interviste video e un percorso urbano.
Manhunt: quando i figli del computer cercano la salvezza nella violenza
Presentato a Locarno, Manhunt racconta la deriva di due ragazzi cresciuti tra schermi, manosfera e videogiochi. Una parabola lucida sulla mascolinità contemporanea, che rifiuta il comodo capro espiatorio.
Locarno79: il cinema torna tra grandi classici, star internazionali e uno sguardo al futuro
Locarno79 apre con 233 film, star come Rossellini, Aronofsky, Argento e Saldaña, e i classici Taxi Driver e Balla coi lupi in Piazza Grande. Tra i temi caldi: l'anticipo a luglio per gli 80 anni nel 2027 e la nuova giuria kids, che apre un confronto con Castellinaria.
A Hong Sangsoo il Premio della Giuria ecumenica di Locarno79
Cala il sipario sulla 79ª edizione del Locarno Film Festival, e con essa arriva l'ultimo verdetto che mi interessa raccontarvi: quello della Giuria ecumenica. Il riconoscimento è andato al regista sudcoreano Hong Sangsoo per il suo film «Nun Dul Dega Eomne».
Una famiglia, un ritorno, dieci anni di silenzio
Al centro della pellicola c'è Sanghee, che torna insieme al fratello a fare visita alla madre nella città sudcoreana di Jeju, dove questa gestisce un ristorante avviato con successo. È la prima volta dopo un decennio. Ad attenderla c'è un patrigno impegnato nelle riprese di un film su una "tomba d'erba" e una sorellastra che ha scoperto la pittura. Tra i membri della famiglia si scambiano notizie, consigli non richiesti e complimenti di rito, fino alla mattina della partenza, quando tutti insieme guardano un film girato proprio da Sanghee.
Le motivazioni della Giuria
Nel motivare la scelta, la Giuria ha insistito sul modo in cui il film interroga lo sguardo con cui osserviamo la nostra stessa vita, chiedendosi se siamo davvero capaci di cogliere ciò che resta invisibile e di raccontare storie vere. Il viaggio di Sanghee verso la riunione familiare diventa così l'occasione per riannodare aspettative e legami, con dialoghi capaci di toccare temi universali ed esistenziali e di offrire una riflessione profonda su creatività e arte. Secondo la Giuria, il film raggiunge una notevole intensità umana proprio dentro una superficie apparente, mettendo in scena con empatia e ironia sottile la fatica di vedersi e accettarsi davvero, gli uni con gli altri.
Il premio
Il riconoscimento è dotato di 10'000 franchi, offerti dalla Chiesa evangelica riformata e dalla Chiesa cattolica romana di Svizzera.
A comporre la Giuria ecumenica di quest'anno erano Viera Pirker (Germania, presidente), Juha Rajamäki (Finlandia), Sarah Stutte (Svizzera) e Jean-Luc Gadreau (Francia), che hanno valutato i 17 film in concorso nella sezione internazionale.
08/08/2026
Locarno 79: la Giuria Ecumenica premia il cinema che si batte per la giustizia
A Locarno 79 la Giuria Ecumenica delle Chiese svizzere assegnerà per la 53ª volta un premio di 10'000 franchi a un film del Concorso Internazionale. Presidente Viera Pirker, con Gadreau, Rajamäki e Stutte. Premiazione il 15 agosto. Domenica alle 11.15 il culto ecumenico.
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Raccogliamo le voci di alcuni pellegrini partenti per il pellegrinaggio diocesano a Lourdes. Enrica Dadò Lepori racconta di come, grazie al servizio prestato agli ammalati, durante il pellegrinaggio sia davvero possibile prendersi cura del proprio spirito. Lucia Leoni, invece, porta la sua testimonianza di volontaria per il quarto anno consecutivo.
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La Messa dell'Assunzione in eurovisione dal santuario della Madonna d'Ongero a Carona
Sarà trasmessa su RSI La1 dalle ore 11. A celebrare la Santa Messa sarà mons. Alain de Raemy. La chiesa, sorta tra il 1624 e il 1640, è uno splendido esempio barocco che deve molto del suo fascino all’opera di cinque famiglie di artisti del luogo.
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Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand
Alla Chiesa nuova di Locarno si è tenuto il culto ecumenico di Locarno79. Il gesuita Franz-Xaver Hiestand ha paragonato cinema e Chiesa, entrambi rivolti all'infinito, leggendo in chiave cristologica la scena delle Sirene in «The Odyssey» di Nolan.
"La mia settimana al Festival di Locarno, tra cinema e spiritualità, Piazza Grande e Chiesa Nuova"
di Dennis Pellegrini
Da grande appassionato di cinema, seguire la 79esima edizione del Locarno Film Festival per catt.ch e Catholica non è stato un incarico come un altro: è stata l'occasione di stare, per una decina di giorni, dentro quella febbre sospesa tra rigore cinefilo e grande evento che rende questa città di più di sedicimila abitanti capitale del cinema mondiale. 233 film, 103 prime mondiali, 69 Paesi: numeri che, camminando tra i manifesti del centro storico, si trasformano in code per gli accrediti, luci di Piazza Grande e conversazioni rubate fuori dalle sale.
05/08/2026
Locarno79: il cinema torna tra grandi classici, star internazionali e uno sguardo al futuro
Locarno79 apre con 233 film, star come Rossellini, Aronofsky, Argento e Saldaña, e i classici Taxi Driver e Balla coi lupi in Piazza Grande. Tra i temi caldi: l'anticipo a luglio per gli 80 anni nel 2027 e la nuova giuria kids, che apre un confronto con Castellinaria.
Il mio compito principale è stato seguire il Concorso Internazionale, la sezione che assegna il Pardo d'Oro e che quest'anno, per la 53ª volta, vede affiancata la Giuria Ecumenica delle Chiese cattolica e riformata svizzere: quattro sguardi – di una teologa, un pastore, un sacerdote e una critica cinematografica – chiamati a scegliere il film capace di rendere percepibile la dimensione spirituale, con un premio assegnato di 10mila franchi.
Ho avuto la fortuna di avvicinare la Giuria in due momenti. Il primo è stato il culto ecumenico di domenica scorsa alla Chiesa nuova, organizzato dalla Comunità di Lavoro delle Chiese cristiane nel Ticino, durante il quale il gesuita zurighese, anche critico cinematografico, Franz-Xaver Hiestand, ha definito il cinema una «cattedrale dell’epoca moderna» – immagine che porto ancora con me.
09/08/2026
Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand
Alla Chiesa nuova di Locarno si è tenuto il culto ecumenico di Locarno79. Il gesuita Franz-Xaver Hiestand ha paragonato cinema e Chiesa, entrambi rivolti all'infinito, leggendo in chiave cristologica la scena delle Sirene in «The Odyssey» di Nolan.
Il secondo è stato martedì: l'aperitivo e il pranzo organizzati per conoscere la Giuria, aperti da un saluto del direttore artistico del Festival, Giona Nazzaro e da alcune domande ai giurati. A colpirmi è stata soprattutto una frase di Juha Rajamäki: dal cinema, ha detto, possiamo imparare ad avere un primo piano sulle persone.
Nella Chiesa parliamo spesso di «campo largo», di sguardo che abbraccia il mondo intero – ma forse dovremmo ricordarci più spesso di stringere l'inquadratura sulla singola persona. È una riflessione che, da teologo prestato al giornalismo cinematografico, porterò a lungo con me.
Domani, sabato 15 agosto, ultimo giorno di Festival, la Giuria annuncerà infine il suo verdetto allo «Spazio Cinema».
Il mio sguardo, però, non si è fermato al solo Concorso. Ho potuto vedere film di altre sezioni, alcuni in prima mondiale, altri come grandi classici notturni di Piazza Grande. Tra tutte le proposte, mi hanno segnato Manhunt di Wayne Wapeemukwa, viaggio nichilista di due giovani canadesi che dalla solitudine scivolano nella violenza; I Rarely Wake Up Dreaming di Isabelle Stever, storia d'amore queer ucraina messa alla prova dalla transizione di genere di uno dei due partner e dalla guerra; Ketticè di Giovanni Tortorici, con una sorprendente Monica Bellucci, ritratto di una adolescenza palermitana nell'Italia berlusconiana; Objet a di Ann Oren, esplorazione stralunata del desiderio e del controllo attraverso due chirurghi della mano; Alberi erranti di Salvatore Mereu, favola sarda tratta da Alberto Capitta sulla ricerca della propria identità tra famiglie agli antipodi; e naturalmente Destroy All Girls di Erin Vassilopoulos, ritratto agrodolce di una fuga adolescenziale sui pattini in linea, tra le strade di New York e del New Jersey. Non sono mancati i grandi classici: Un re a New York di Chaplin, proiettato nella Retrospettiva dedicata al maccartismo hollywoodiano e che mi ha fatto ancora divertire molto, a settant'anni di distanza.
Dietro tutto questo, un Festival che continua silenziosamente il suo impegno sulla sostenibilità – energie rinnovabili, mobilità dolce, neutralità climatica entro il 2050 – a ricordarci che anche la settima arte non può prescindere da un rapporto responsabile con la realtà.
13/08/2026
COMMENTO"Down the Arm of God": la fede messa alla prova dal freddo e dall'altro
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12/08/2026
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06/08/2026
Manhunt: quando i figli del computer cercano la salvezza nella violenza
Presentato a Locarno, Manhunt racconta la deriva di due ragazzi cresciuti tra schermi, manosfera e videogiochi. Una parabola lucida sulla mascolinità contemporanea, che rifiuta il comodo capro espiatorio.
Tornando a casa la sera, tra i faretti che si spengono su Piazza Grande e le ultime chiacchiere dei cinefili sotto i portici, mi resta solo una domanda, che lascio aperta fino a domani, giorno del giudizio: sarà più forte in me l'entusiasmo per il film che riceverà il riconoscimento della Giuria Ecumenica, o quello per il vincitore del Pardo d'Oro? Confesso che, da cronista attento alla giustizia sociale, più che da scommettitore, un po' faccio il tifo perché coincidano.
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COMMENTO
"Down the Arm of God": la fede messa alla prova dal freddo e dall'altro
di Dennis Pellegrini/Catt.ch
A Locarno79 arriva uno dei titoli più attesi della Piazza Grande: Down the Arm of God, diretto da Peter Brunner e scritto a quattro mani con Caleb Landry Jones, che ne è anche protagonista. Presentato martedì sera alla stampa, il film ha debuttato in prima mondiale ieri sera, mercoledì 12 agosto, sulla Piazza. Ispirato a eventi reali, il film racconta la storia di Nick, giovane pastore alla sua prima missione in una piccola comunità del Texas. Esplorando i dintorni boschivi della cittadina, scopre un accampamento di persone senza dimora che sopravvivono all'addiaccio. Quando una violenta tempesta di ghiaccio distrugge il loro rifugio, Nick chiede alla propria congregazione di accoglierle: una richiesta che spacca la comunità e lo mette in rotta di collisione con chi dovrebbe condividere la sua stessa fede.
Dietro la macchina da presa non c'è solo un film, ma un progetto durato cinque anni. Brunner ha costruito il lungometraggio insieme a persone che vivono realmente la condizione di senzatetto, coinvolgendole come collaboratrici alla pari nella scrittura e nell'interpretazione dei personaggi. La produzione si è radicata ad Amarillo, dove il regista ha intessuto una rete di sostegno con enti locali per accompagnare il cast prima, durante e dopo le riprese: documenti, alloggi, trasporti, cure mediche. L'accampamento del film è stato ricostruito sul sito reale che aveva ispirato il progetto, raccontato in un articolo del Texas Observer. Il film è accompagnato da un curriculum didattico sviluppato con The Art of Elysium, pensato per prolungare la riflessione oltre la sala, tra scuole e comunità.
Nelle note di regia, Brunner precisa l'intenzione del progetto: non un film di advocacy, ma un invito a interrogarsi, a "vedere" davvero l'altro oltre la sua condizione presente. Nell'intervista del press kit racconta come i personaggi si siano progressivamente allontanati dalle interviste iniziali per essere plasmati dalle persone reali incontrate lungo il percorso. Sul rapporto con Landry Jones, texano lui stesso, Brunner osserva che l'attore comprende "cultura, ritmi e contraddizioni" di quella terra in un modo che lui, europeo, non potrebbe mai avere da solo.
Ho visto il film all’anteprima, e devo dire che è uno dei titoli più potenti visti da tempo: crudo, drammatico, capace di travolgere emotivamente fino alle lacrime nel finale. Ciò che resta, più della trama, è la tentazione — a cui il film non cede fino in fondo — di dividere nettamente buoni e cattivi, chi accoglie e chi respinge. Guardando la comunità che si chiude, ho provato fastidio per certi atteggiamenti di rifiuto e pregiudizio, ma ho cercato anche di comprenderne la paura: aprire la porta a chi non si conosce, quando si hanno una famiglia e dei figli da proteggere, non è mai un gesto scontato. È una reazione umana, anche se il film la spinge fino a esiti estremi.
Resta il nodo di fondo: il nostro cervello, per pigrizia, etichetta ciò che non conosce, e quell'etichetta diventa un muro contro l'incontro vero. Solo la conoscenza reale dell'altro può sgretolare il pregiudizio costruito per autodifesa. Guardando Down the Arm of God ho ripensato alla parabola del buon samaritano, spesso citata ma qui quanto mai calzante: un sacerdote e un levita, custodi scrupolosi della legge, passano oltre l'uomo ferito senza vederlo; è lo straniero, il samaritano disprezzato, a fermarsi e a prendersene cura. Gesù sembra dirci che la fede si dimostra più in ciò che si fa che in ciò che si professa — ed è esattamente la domanda che questo film, con la sua durezza, pone a ciascuno di noi.
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15/08/2026 - 4:05
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10/08/2026 - 14:38
La Messa dell'Assunzione in eurovisione dal santuario della Madonna d'Ongero a Carona
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09/08/2026 - 13:59
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COMMENTO
"Destroy All Girls" a Locarno79: la libertà non sta negli estremi
di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Tra gli sguardi più intensi sulla ricerca d'identità visti finora a Locarno79 c'è senza dubbio Destroy All Girls, presentato in Concorso Cineasti del presente. Il titolo del film deriva da una provocatoria frase realmente stampata in passato come scherzo sulle etichette interne di un marchio di abbigliamento per skater californiani. Nella pellicola, questa citazione evoca simbolicamente la sottocultura maschilista dei gruppi di strada in cui la protagonista cerca rifugio.
Scritto e diretto da Erin Vassilopoulos, che torna al festival dopo il suo esordio Superior, il film (USA/Germania, 2026, 87') racconta la storia di Alexa, che a un certo punto della vicenda decide di farsi chiamare semplicemente Alex, come primo passo di una ricerca di sé che attraverserà tutto il racconto. Nel cast, tra gli altri, Ani Mesa-Perez, Gil Perez-Abraham, Florencia Lozano e Dominic Bruce.
Alex vive in una famiglia rigida e conservatrice, dove madre e patrigno rappresentano un mondo chiuso che la opprime profondamente. L'unico legame autentico sembra essere quello con il fratello, rimasto paralizzato in seguito a un incidente, di cui lei si prende cura con dedizione e affetto. Ma quando il peso di quella "gabbia" familiare diventa insostenibile, Alex trova rifugio in un gruppo di pattinatori di strada: un mondo anarchico, spensierato, portato però anche all'eccesso e a un nichilismo di fondo.
È qui che il film costruisce la sua riflessione più interessante. L'illusione iniziale è che la libertà coincida con la rottura totale, con l'andare all'estremo opposto rispetto a ciò da cui si fugge. Ma Vassilopoulos mostra con lucidità come anche questo mondo, portato ai suoi eccessi, finisca per rivelarsi un'altra forma di prigione: Alex si accorge che quella spensieratezza sfrenata non è lei, non più di quanto lo fosse la rigidità da cui era scappata.
Il film lascia intuire un pensiero che ha radici antiche, quasi aristoteliche: la virtù, e con essa l'autenticità di sé, si trova nel mezzo tra due estremi, non nella scelta di uno contro l'altro. È significativo che sia proprio nella figura del fratello — capace di una fermezza gentile, lontana sia dalla rigidità dei genitori sia dal caos del gruppo di skater — che Alex sembri infine ritrovare un punto d'appoggio.
Una lezione che vale ben oltre la vicenda specifica del film: chi si allontana da un contesto percepito come oppressivo rischia di cercare la propria liberazione nell'estremo opposto, senza rendersi conto che ogni estremismo, di qualunque segno, porta con sé le stesse logiche di rigidità e di negazione dell'altro.
News più lette
10/08/2026 - 14:38
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15/08/2026 - 4:05
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09/08/2026 - 13:59
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Locarno Film Festival e la sostenibilità: un impegno su tre fronti
di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Dietro ai red carpet, alle proiezioni in Piazza Grande e al viavai di cineasti da tutto il mondo, il Locarno Film Festival porta avanti da anni un lavoro meno visibile ma altrettanto significativo: quello sulla sostenibilità. Non si tratta di un'etichetta di facciata, ma di una strategia che la manifestazione ticinese declina lungo tre assi complementari — sociale, ambientale ed economico — nella convinzione che un grande evento culturale possa e debba essere anche un motore di sviluppo responsabile per il territorio che lo ospita.
Un festival per tutti
Sul piano sociale, l'obiettivo dichiarato è quello di costruire un festival aperto, accessibile e capace di rispecchiare la varietà del suo pubblico. Nell'edizione di quest'anno questo si traduce in scelte concrete: la traduzione simultanea in italiano, tedesco, francese e inglese durante gli incontri, l'audiodescrizione in francese e tedesco per alcuni titoli, proiezioni pensate per chi ha esigenze sensoriali particolari, e una cerimonia di premiazione accompagnata dalla Lingua dei Segni Italiana.
A questo si affianca il lavoro, portato avanti tutto l'anno, di Locarno Factory ed Edu con le scuole del territorio: laboratori, incontri con i registi e progetti pensati per formare uno sguardo critico sui media audiovisivi fin dalla giovane età. Iniziative come Locarno Kids, l'Atelier du Futur (realizzato in collaborazione con la Mobiliare) o la Spring Academy con la CISA coinvolgono ogni anno migliaia di ragazzi, offrendo loro non solo intrattenimento ma vere occasioni di formazione e di primo contatto con il mondo del cinema.
La corsa verso la neutralità climatica
Il fronte ambientale è forse quello su cui il Festival ha investito con maggiore sistematicità negli ultimi anni. L'obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare alla neutralità climatica entro il 2050, un traguardo che passa innanzitutto dal monitoraggio delle proprie emissioni. Dal 2023 vengono infatti calcolate le emissioni dirette e indirette generate dalle attività della manifestazione, un dato che permette di misurare i progressi compiuti anno dopo anno.
Le scelte concrete non mancano: tutte le proiezioni, da Piazza Grande alle sale minori, sono alimentate al 100% da energia rinnovabile grazie alla collaborazione con SES. Sul fronte della mobilità, il Festival ha stretto accordi con FFS, Autopostale e Publibike per incoraggiare spostamenti a basso impatto. Anche la ristorazione ufficiale ha cambiato volto, con una netta riduzione delle proposte a base di carne a favore di menu vegetali e prodotti locali e biologici. Persino gli oggetti simbolo del Festival raccontano questo cambiamento: le borse ufficiali sono realizzate in fibra di cellulosa vegetale, mentre i porta badge contengono il 90% di poliestere riciclato. A ciò si aggiungono la digitalizzazione crescente delle pubblicazioni e del sito, la raccolta differenziata diffusa in tutte le sedi, la donazione degli scarti alla Fondazione Diamante e la collaborazione con Too Good To Go per recuperare il cibo avanzato dagli eventi.
Un motore per il territorio
Il terzo pilastro riguarda la ricaduta economica sul Locarnese e sul Canton Ticino. Il Festival non è solo una vetrina internazionale che porta pubblico e turismo in città, ma anche un generatore di competenze e opportunità professionali: oltre la metà dei fornitori coinvolti è di provenienza ticinese, e ogni edizione mette a disposizione centinaia di occasioni di lavoro e stage per i giovani della regione. Le collaborazioni con enti come LAC, OSI, MASI o Castellinaria contribuiscono a rafforzare un ecosistema culturale che va ben oltre le due settimane di programmazione.
A questo si aggiunge il ruolo di Locarno Factory come vero e proprio incubatore: residenze artistiche, mentorship e occasioni di incontro tra talenti emergenti e professionisti affermati alimentano ogni anno nuovi progetti, molti dei quali coinvolgono troupe giovani e a forte presenza femminile, radicate sul territorio.
Una visione d'insieme
A tenere insieme questi tre ambiti c'è un'adesione più ampia a standard internazionali: il Festival fa parte dell'UN Global Compact Network Switzerland and Liechtenstein ed è classificato al livello II del programma Swisstainable. Un impegno, insomma, che accompagna silenziosamente ogni edizione della kermesse, e che quest'anno — con Locarno79 in pieno svolgimento — continua a intrecciarsi con la programmazione cinematografica, ricordando che la settima arte, anche quando celebra la finzione, non può prescindere da un rapporto responsabile con la realtà che la ospita.
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COMMENTO
"Nessuno vi farà del male": Quando il cinema sceglie la memoria invece della retorica
di Katia Senjic*
Ci sono film sulla guerra che mostrano la distruzione. E poi ci sono film che raccontano ciò che resta dopo la distruzione: il silenzio, la memoria, le vite sospese. Nessuno vi farà del male di Dino Hodić appartiene decisamente a questa seconda categoria.
Il documentario affronta il genocidio di Srebrenica senza indulgere nello spettacolo del dolore. Non cerca immagini scioccanti né facili scorciatoie emotive. Al contrario, sceglie la misura, il tempo lungo dell'ascolto e la dignità delle persone. È una scelta coraggiosa, perché significa rinunciare all'effetto immediato per costruire qualcosa di più difficile: una comprensione profonda.
Uno degli aspetti più riusciti del film è il continuo dialogo tra la vicenda personale e quella collettiva. La storia di Hasan non rappresenta soltanto un individuo, ma diventa una porta d'accesso a una tragedia che continua a interrogare l'Europa intera. Allo stesso tempo, Hodić non nasconde la propria presenza: il documentario parla anche del bisogno del regista di confrontarsi con una memoria che appartiene alla sua stessa storia. Questa doppia prospettiva rende il racconto autentico e impedisce che la memoria si trasformi in un semplice esercizio storico.
Dal punto di vista cinematografico, il documentario colpisce per il suo equilibrio. La fotografia è sobria, il montaggio lascia respirare i silenzi e il ritmo non cede mai alla tentazione della spettacolarizzazione. È un cinema che si fida dello spettatore e della forza delle testimonianze, senza sentire il bisogno di guidarne continuamente le emozioni.
Personalmente, è proprio questa sobrietà ad avermi convinta. Di fronte a un tema come Srebrenica sarebbe stato facile cadere nella retorica o nel sentimentalismo. Hodić sceglie invece una strada più difficile e, proprio per questo, più efficace: lo spettatore viene invitato a riflettere, infatti gli si chiede attenzione e disponibilità. Non offre spiegazioni semplicistiche e non cerca di compiacere un pubblico abituato a ritmi veloci. È un'opera che domanda tempo, ascolto e partecipazione. Ma è esattamente questa richiesta a costituire uno dei suoi maggiori pregi.
Nessuno vi farà del male non è soltanto un documentario sulla guerra in Bosnia e il genocidio di Srebrenica. È una riflessione sulla responsabilità della memoria, sul rapporto tra passato e presente e sul dovere di continuare a raccontare ciò che è accaduto quando il rischio più grande diventa l'indifferenza o, ancora peggio, il negazionismo.
In un'epoca in cui le guerre sembrano susseguirsi senza lasciare il tempo di elaborare le precedenti, il film di Dino Hodić ricorda che la memoria non è un esercizio rivolto al passato, ma uno strumento per comprendere il presente e, forse, per immaginare un futuro diverso.
*co-coordinatrice del Centro per la Nonviolenza della Svizzera Italiana
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Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand
Alla Chiesa nuova di Locarno si è tenuto il culto ecumenico di Locarno79. Il gesuita Franz-Xaver Hiestand ha paragonato cinema e Chiesa, entrambi rivolti all'infinito, leggendo in chiave cristologica la scena delle Sirene in «The Odyssey» di Nolan.
Il cinema come cattedrale: al culto ecumenico di Locarno79 la predica di padre Hiestand
di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Dopo la presentazione della Giuria Ecumenica internazionale (che trovate qui), il Festival del Film di Locarno ha vissuto questa mattina, domenica 9 agosto, un altro dei suoi momenti più raccolti: il culto ecumenico celebrato alle 11.15 nella Chiesa nuova (o dell'Assunta), organizzato dalla Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane nel Ticino (CLCCT) in collaborazione con la Giuria Ecumenica. Un appuntamento che, ogni anno, prova a far dialogare due mondi apparentemente distanti — la sala buia e lo spazio sacro — e che quest'anno ha trovato nella predica del gesuita zurighese Franz-Xaver Hiestand, cappellano universitario e critico cinematografico da oltre quarant'anni, il suo momento più denso.
Hiestand ha aperto il suo intervento partendo da un dato concreto: il calo degli spettatori nelle sale svizzere, quasi un quarto in meno rispetto al periodo pre-pandemico. Un'emorragia che — ha osservato — non è troppo diversa da quella che vivono le Chiese, svuotate a loro volta di fedeli. Da questa comune fragilità è partito per tracciare una parentela più profonda: «Entrambi tendono all'ampiezza degli orizzonti», ha detto, «entrambi si rivolgono all'infinito». Cinema e Chiesa condividono, secondo il predicatore, lo stesso interesse per lo sviluppo interiore dell'uomo e per il modo in cui una vita può realizzarsi — al punto da poter dire, con tono volutamente solenne, che «il cinema è la cattedrale dell'epoca moderna»: uno spazio che, come una navata gotica, si fa invisibile per lasciare risplendere la luce, dove le immagini si radicano in profondità nell'anima così come le parole in uno spazio sacro.
Il cuore della predica è stato però dedicato a The Odyssey di Christopher Nolan, e in particolare alla scena in cui Ulisse, legato all'albero maestro della sua nave, ascolta il canto delle Sirene senza potervi cedere. Hiestand ha collocato l'episodio nel genere letterario delle tentazioni, lo stesso a cui appartiene il racconto evangelico proclamato durante il culto — Matteo 4,1-11, le tre tentazioni di Gesù nel deserto. Una tradizione cristiana antica e medievale, ha ricordato, vedeva già in Ulisse incatenato un simbolo dell'arte di vivere cristiana, fino a scorgervi un'eco della croce: come l'eroe si lascia legare per attraversare senza naufragare il canto ammaliante, così il cristiano si lega al legno della croce per attraversare il mare del mondo.
Ma è nella lettura che ne dà Nolan che il predicatore ha trovato lo spunto più originale. Nel film, ha spiegato, le Sirene non tentano più con la promessa della conoscenza, come già in Omero, ma diventano voce della coscienza: non richiamano la gloria, bensì i defunti e la responsabilità di ciò che si è mancato di custodire. Una scelta di regia — il canto delle sirene rimane per lo spettatore quasi ovattato, un sibilo lontano — che sposta il fuoco dall'incanto sonoro all'effetto che esso produce sul volto di Ulisse, lasciando allo spettatore la libertà di interpretare, secondo la propria disposizione interiore, cosa significhi davvero affrontare il proprio passato.
Due altri momenti hanno segnato la celebrazione. Dopo l'invocazione del perdono, il segno della luce: le candeline distribuite ai fedeli sono state accese dalla fiamma del Cero pasquale, gesto che richiama la dignità propria di ogni battezzato. E in chiusura, la colletta raccolta è stata destinata a sostenere l'iniziativa di SWISSAID per la crisi alimentare in corso in Niger — un modo per ricordare che lo sguardo rivolto all'infinito, di cui aveva parlato Hiestand, non distoglie lo sguardo dalle urgenze più concrete del presente.
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COMMENTO
Il corpo che grida: "Violence du corps de l'autre" a Locarno79
di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Sabato 8 agosto è stato presentato in prima mondiale, in Concorso Internazionale al Festival del Film di Locarno, Violence du corps de l'autre (titolo internazionale Nobody's Violence), il nuovo lungometraggio del regista canadese Denis Côté. Un film che, come suggerisce già il titolo, parla di potere, di sfruttamento e, soprattutto, di corpo.
La trama: patti di morte in una foresta profonda
Protagonista è Mira (Larissa Corriveau), donna solitaria e taciturna che vive tra un viaggio e l'altro nella sua auto, in compagnia del suo cagnolino. Mira viene assoldata da Ludo (Philippe Rebbot), figura chiave del film: un uomo viscido e manipolatore che sfrutta il proprio carisma per attrarre a sé persone fragili e disperate, per poi servirsene nel suo lavoro sporco. Il compito di Mira è di fatto quello di accompagnare la morte: portare a persone che ne fanno esplicita richiesta una sostanza letale che le aiuti a porre fine alla propria esistenza. Nel corso del film Mira incrocia le vite più disparate, uomini e donne che hanno ormai deciso di farla finita, e finisce per imbattersi in Madeleine e Ludo, due spiriti liberi ed edonisti che vivono nel folto della foresta. È proprio l'incontro con un uomo intrigante a costringerla a una pausa, e a interrogarsi sulle proprie scelte di vita.
Il film, girato in Canada e interamente in lingua francese, dura 118 minuti; accanto a Corriveau e Rebbot recitano Xavier Bergeron, Gabrielle Lazure e Pierrette Robitaille. La sceneggiatura porta la firma dello stesso Côté, la fotografia è di Vincent Biron, il montaggio di Terence Chotard, la produzione di Voyelles Films. Presentando il proprio lavoro, il regista ha dichiarato di aver voluto esplorare, attraverso Mira, «la vita accanto alla morte», un viaggio che non cerca risposte ma «le fragili forze che ci legano all'esistenza».
Un inno e una critica all'edonismo
Violence du corps de l'autre si muove su un doppio registro: è insieme inno e feroce critica a un edonismo fuori controllo. Il corpo vi appare sdoppiato, quasi diviso contro se stesso: da un lato è ciò che produce piacere, luogo di passioni difficili da contenere; dall'altro è un corpo che invecchia, che si logora, che fa male. Non è un caso che nel film convivano l'euforia sensuale dei due edonisti della foresta e la disperazione lucida di chi chiede di morire: sono due facce della stessa medaglia, due modi diversi di fare i conti con un corpo che non si riesce più ad ascoltare.
Deleuze travisato: un edonismo che non è individualismo
Nel film sono presenti numerosi richiami, anche espliciti, alla filosofia post-strutturalista, e in particolare al pensiero di Gilles Deleuze. Ma è proprio qui che, a mio avviso, occorre fare chiarezza, perché il Deleuze evocato dai personaggi del film — e più in generale quello che circola oggi in tanta cultura pop — è un Deleuze spesso travisato da chi lo cita.
L'edonismo di Deleuze non è infatti la ricerca individualista di un piacere puramente personale, la caccia egoistica alla propria gratificazione a scapito di tutto e tutti. È piuttosto un'etica fondata sulla gioia, che affonda le proprie radici in Spinoza e in Nietzsche. Per Spinoza la gioia è l'aumento della nostra potenza di agire, ciò che accade quando un incontro tra corpi accresce la nostra capacità di esistere; non è un piacere che si consuma isolandosi dal mondo, ma qualcosa che si genera proprio negli incontri, nelle relazioni, negli affetti che ci compongono. Da Nietzsche, invece, Deleuze eredita l'idea di un'affermazione della vita che non passa attraverso la negazione del dolore o la fuga dal limite, ma attraverso un dire sì integrale all'esistenza, corpo compreso, in tutta la sua ambivalenza. Ridurre questo pensiero a un puro invito al godimento immediato, come talvolta accade nelle letture più superficiali che se ne fanno anche fuori dal cinema, significa tradirne il cuore filosofico.
Riscoprire il corpo, ascoltare il dionisiaco
È questo, in fondo, il pensiero che il film mi lascia addosso: abbiamo bisogno di riscoprire pienamente la nostra corporeità. Viviamo in un mondo che per millenni ha inseguito la ragione e l'ordine, per riprendere ancora una volta Nietzsche; forse abbiamo bisogno di riscoprire quel dionisiaco che abita in ciascuno di noi, a partire da un ascolto più pieno e più maturo del nostro corpo. Un corpo che ha molto da dirci, e che spesso sta male proprio perché non gli riconosciamo la giusta importanza nella nostra vita.
Noi siamo corpo. Abbiamo sensazioni che vanno certamente educate, ma che al tempo stesso ci offrono indicazioni preziose per capire chi siamo e che cosa davvero ci rende felici. Violence du corps de l'autre lo ricorda con la forza scomoda di un film che non offre consolazioni facili, ma che restituisce al corpo — nel piacere come nel dolore, nella vita come nella morte — la sua parola.
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Locarno 79: la Giuria Ecumenica premia il cinema che si batte per la giustizia
Dal 5 al 15 agosto il Locarno Film Festival torna a illuminare le notti di Piazza Grande, ma non tutti gli sguardi che giudicano i film in concorso appartengono al Festival stesso. Da 53 edizioni, accanto alle giurie ufficiali, lavora in piena autonomia la Giuria Ecumenica delle Chiese cattolica e riformata svizzere, nata nel 1973 come prima giuria di questo tipo in un festival internazionale. Un'istituzione che continua a interrogare il cinema non solo per il suo valore artistico, ma per la sua capacità di parlare all'uomo.
Un premio per la giustizia, la pace e il rispetto
La Giuria Ecumenica valuta esclusivamente i film del Concorso Internazionale, la sezione che assegna il Leopardo d'Oro, e assegna un riconoscimento di 10'000 franchi, messo a disposizione dalle Chiese riformate (EKS) e dalla Chiesa cattolica (RKZ) della Svizzera. Il criterio non è la fede dichiarata dei registi, ma la capacità artistica di un'opera di rendere percepibile una dimensione spirituale e di sensibilizzare il pubblico su valori religiosi e sociali. La premiazione si terrà il 15 agosto allo Spazio Cinema, quando la giuria consegnerà personalmente il riconoscimento ai cineasti scelti.
Chi giudica: quattro sguardi, una bussola
A guidare la giuria 2026 è Viera Pirker, teologa tedesca, docente di pedagogia religiosa e didattica dei media all'Università Goethe di Francoforte, dove dirige il master "Religione – Media – Interculturalità". Formatasi tra Tubinga e Gerusalemme, studia da anni il rapporto tra religione e piattaforme social basate sull'immagine.
Al suo fianco siede Jean-Luc Gadreau, pastore battista francese, conduttore e critico cinematografico, oggi presidente di Interfilm Francia. Juha Rajamäki, teologo e sacerdote finlandese, arriva da una lunga carriera nella comunicazione ecclesiastica, tra regia televisiva e giornalismo. Completa il quartetto Sarah Stutte, giornalista cinematografica svizzera e coeditrice del "Cinema Jahrbuch", unico sguardo di formazione strettamente critico-cinematografica in un collegio a prevalenza teologica.
Il cambio della guardia dietro le quinte
Dopo oltre trent'anni di servizio, Charles Martig ha lasciato lo scorso anno il suo ruolo di delegato. Gli succedono Baldassare Scolari, delegato di Interfilm – dottorato alla LMU di Monaco, oggi docente alla BFH di Berna e a Basilea – e Silvan Maximilian Hohl, delegato di SIGNIS, regista formatosi tra Zurigo e Londra, produttore di due documentari e oggi Senior Account Manager presso l'agenzia Brand Affairs. «Non vediamo l'ora di assistere a grande cinema, a tanti momenti toccanti e a una giuria che si contenda i migliori film», hanno dichiarato i due neo-delegati.
Una voce che resta indipendente
La Giuria Ecumenica è invitata dal Festival ma non ne fa parte: seleziona secondo criteri propri, senza vincoli né dal Festival né dalle altre giurie. Nel 2023 aveva celebrato i suoi primi 50 anni a Locarno con un premio d'onore al regista ungherese István Szabó. Oggi, alla 53ª assegnazione, continua a rappresentare la possibilità che il cinema sia anche luogo di discernimento etico e spirituale.
Il Locarno Film Festival si tiene dal 5 al 15 agosto 2026. Informazioni sulla Giuria Ecumenica su www.ecumenical-jury-locarno.ch.
Culto ecumenico
Nell'ambito del Film Festival di Locarno, la Comunità di Lavoro della Chiese Cristiane nel Ticino (CLCCT), in collaborazione con la Giuria Ecumenica internazionale, offre un momento di preghiera e riflessione ecumenica presso la Chiesa nuova (o dell'Assunta) di Locarno. A predicare sarà il gesuita zurighese Franz-Xaver Heistand, cappellano universitario. Maggiori informazioni al link qui sotto.
09
ago
2026
Liturgia
Celebrazione Ecumenica al Festival del Film di Locarno
Giuria Ecumenica 2026
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"Piazza nostra": le voci nascoste dietro 80 anni di Festival
Una mostra al Museo Casorella e un percorso urbano raccontano Locarno attraverso gli occhi di chi il Festival lo ha fatto vivere, dietro le quinte
Mentre Locarno79 illumina ancora una volta Piazza Grande, a pochi passi dal cuore pulsante della kermesse si apre un racconto parallelo, più silenzioso ma non meno significativo. Dal 6 agosto al Museo Casorella prende avvio piazza nostra, una mostra che capovolge la prospettiva abituale sul Festival del film: non più i riflettori sulle star e sui red carpet, ma la memoria di chi ha reso possibile, anno dopo anno, la magia del cinema all'aperto.
Il progetto, ideato dagli storici Cyril Cordoba (Université de Fribourg) e Joséphine Métraux (métraux&), nasce da un lavoro di raccolta durato oltre un anno: più di cento ore di interviste, realizzate tra l'agosto 2024 e il novembre 2025, a ex collaboratori, residenti, spettatori affezionati e commercianti del centro storico. Voci che normalmente restano fuori dai racconti ufficiali della manifestazione, e che qui trovano finalmente spazio.
Una cabina che è già storia
La mostra si articola in due momenti distinti. Il primo si trova nella corte interna del Museo Casorella, all'interno dell'ex cabina di proiezione di Piazza Grande — un oggetto che porta con sé una storia propria, affascinante quanto quella che racconta. La struttura originaria risale al 1971, quando gli architetti Livio Vacchini e Luigi Snozzi trasformarono la piazza cittadina in una sala cinematografica a cielo aperto, ricavando la cabina da due gusci di piscine in plastica. Il modello fu poi rinnovato nel 1990 da Patricia Boillat, tra le fondatrici del settore "Image & Sound" del Festival, insieme all'architetto Rolando Ulmi. Qui, tra pannelli esplicativi e immagini d'archivio provenienti dalla Cinémathèque suisse, i visitatori potranno ripercorrere la genesi di un dispositivo tecnico diventato, col tempo, parte dell'identità stessa del Festival.
La città come archivio vivente
Il secondo tassello del progetto esce dalle sale del museo per invadere lo spazio urbano. Grazie a una mappa pieghevole, un percorso a piedi condurrà i visitatori nei luoghi evocati dalle testimonianze raccolte: dal leggendario Grand Hotel, con la sua piscina che fu per decenni punto d'incontro imprescindibile del Festival, fino ai retroscena organizzativi necessari a far vivere ogni sera, in Piazza Grande, l'esperienza cinematografica a ottomila spettatori. Lungo il tragitto, sette brevi video selezionati dal corpus di interviste saranno accessibili tramite codici QR — un modo per rendere la memoria orale immediatamente fruibile, quasi tattile, nello spazio stesso in cui quei ricordi sono nati.
Al termine dell'esposizione, l'intero archivio delle interviste video sarà depositato presso la Cinémathèque suisse, garantendo così l'accesso permanente a ricercatori, media e pubblico.
Un Festival nato controverso
Il progetto si inserisce in un anno particolarmente simbolico: il Festival del film di Locarno, fondato nel 1946, compie infatti ottant'anni. Una storia, ricorda Cordoba nel suo recente libro Désaccords à Locarno: une histoire politique du Festival international du film (1946-1991), tutt'altro che lineare: nei primi quattro decenni di vita, la rassegna fu spesso percepita come troppo sovversiva per una Svizzera ancora fortemente conservatrice, e attraversata da scandali e tensioni che lo storico colloca nel più ampio contesto socioculturale dell'epoca.
piazza nostra si propone dunque come un tassello ulteriore in questa rilettura storica: non un'agiografia della manifestazione, ma un tentativo di restituire complessità e pluralità di voci a un evento che ha segnato profondamente l'identità culturale della regione — e che oggi, con la candidatura di Locarno alla Rete delle Città Creative UNESCO per il cinema, guarda anche al proprio futuro come luogo di memoria condivisa.
Informazioni pratiche
L'inaugurazione ufficiale è fissata per l'8 agosto alle 14:00, con rinfresco a seguire. Il Museo Casorella (Via Bartolomeo Rusca 5, Locarno) resterà eccezionalmente aperto fino alle 23:00 dal 6 al 15 agosto, in concomitanza con il Festival; negli altri periodi l'orario è da martedì a domenica, festivi inclusi, dalle 10:00 alle 16:30. La mostra resterà visitabile fino al 10 gennaio 2027. Maggiori informazioni, immagini e la mappa del percorso sono disponibili su piazzanostra.ch.
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Manhunt: quando i figli del computer cercano la salvezza nella violenza
di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Presentato oggi al Concorso Internazionale del Festival di Locarno, Manhunt è il secondo lungometraggio del regista canadese Wayne Wapeemukwa, cineasta indigeno (Michif) già premiato al Toronto International Film Festival con il suo esordio Luk'Luk'I (2017). Un film che, dietro l'apparenza di un thriller psicologico, nasconde una delle riflessioni più lucide e scomode viste di recente sulla mascolinità contemporanea — e sull'abisso in cui può precipitare quando incontra la solitudine, internet e il bisogno disperato di appartenere a qualcosa.
La storia
Manhunt si ispira liberamente a un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2019 nella Columbia Britannica settentrionale: due adolescenti di Vancouver Island, dopo aver ucciso tre persone, fuggirono verso nord attraverso città fantasma e foreste sconfinate, mentre la loro fuga veniva seguita in diretta su social e telegiornali come una sorta di reality macabro. Furono ritrovati morti settimane dopo, in riva a un fiume.
Il film reinventa questa vicenda attraverso due personaggi, Joey e Kit. Joey è un ragazzo cresciuto nel silenzio tra gli schermi, abbandonato dal padre e segnato dalla dipendenza della madre dagli oppioidi: nell'assenza di affetto ha imparato a rifugiarsi nella simulazione, in mondi virtuali che può controllare come non ha mai potuto controllare la propria vita. Kit viene invece da una famiglia benestante, ma altrettanto vuota sul piano emotivo: si lascia attrarre dall'intensità di Joey come una falena dalla fiamma, in un legame ambiguo fatto di fascinazione, pietà e desiderio di dissolversi in qualcosa di reale. Insieme intraprendono un viaggio verso nord che è, insieme, fuga e ricerca di senso — e che si trasformerà in tragedia.
Non solo cronaca nera: una parabola sulla mascolinità del nostro tempo
Quello che rende Manhunt rilevante non è la ricostruzione del caso di cronaca, ma la lente attraverso cui il regista lo racconta. Wapeemukwa parla apertamente, nelle note di regia, di un film pensato per un pubblico giovane e maschile che si è formato — o deformato — dentro quella galassia digitale che va sotto il nome di "manosfera" (o, più appropriatamente, “maschiosfera”): una costellazione di canali YouTube, podcast e profili social che promuovono un'idea rigida e spesso violenta di virilità, e che negli ultimi anni ha trovato nei suoi modelli più controversi, come Andrew Tate, dei veri e propri punti di riferimento per milioni di adolescenti fragili. Non è un caso che proprio nelle scorse settimane Tate e il fratello Tristan siano stati arrestati a Miami, in attesa di estradizione nel Regno Unito, dopo che la procura britannica ha formulato nuove accuse di stupro e tratta di esseri umani nei loro confronti: la cronaca, ancora una volta, sembra rincorrere ciò che il cinema aveva già intuito.
Il film non si limita però a denunciare questi fenomeni dall'esterno: prova a entrarci dentro, a capire come la vergogna, la solitudine e il bisogno di appartenenza possano trasformarsi in rabbia e, infine, in ideologia. È lo stesso Wapeemukwa a raccontare di essere partito da un'esperienza personale — un amico d'infanzia scivolato nel nazionalismo bianco — per interrogarsi su come "gli uomini diventino ciò che temono".
Il videogioco come chiave di lettura, non come capro espiatorio
Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui usa il videogioco. Non come luogo in cui "sfogare" semplicisticamente la violenza — la solita equazione un po' pigra tra videogiochi violenti e violenza reale — ma come struttura simbolica attraverso cui Joey interpreta il mondo. A un certo punto il confine tra realtà e finzione collassa apertamente: il ragazzo arriva a percepire le persone che incontra come NPC, cioè come "non-player character", i personaggi non giocanti governati dall'intelligenza artificiale che popolano i videogiochi, privi di volontà propria e dunque — nella sua percezione distorta — privi anche di reale dignità. È un dettaglio che dice molto: quando l'unico linguaggio con cui hai imparato a stare al mondo è quello di un videogioco, anche le persone reali rischiano di perdere consistenza, di diventare oggetti in una simulazione che credi di poter controllare.
Una struttura in due tempi, con un punto di non ritorno
Sul piano narrativo, Manhunt si divide chiaramente in due parti, separate da un episodio tragico segnato da un'immagine simbolica dal sapore quasi infernale. La prima metà ha un ritmo volutamente lento, attraversato da una tensione sorda: lo spettatore avverte che sta per accadere qualcosa, pur senza sapere cosa, e il film gioca proprio su questo scarto tra attesa e imprevedibilità dei protagonisti. Superato il punto di rottura, la seconda parte accelera bruscamente: cambia il ritmo, ma cambia anche l'estetica dei due ragazzi, segno visibile di una metamorfosi interiore ormai compiuta. È una scelta di regia semplice ma efficace: il corpo che si trasforma come specchio di una coscienza che si sta perdendo.
Un finale prevedibile, ma con un affondo che non lo è
L'epilogo, per quanto in fondo prevedibile nella sua traiettoria tragica, riserva un momento che vale da solo il film: un monologo dal tono quasi nichilista, feroce nella sua critica alla società dell'immagine in cui viviamo — quella che ci impone di aderire a canoni di performance, forma fisica, ideologia, persino a un'idea precostituita di cosa significhi "essere uomini". È una pressione che oggi colpisce soprattutto i più giovani, ed è forse la pagina più politica e più necessaria del film.
Ma Manhunt fa anche un'altra cosa, meno visibile ma altrettanto importante: rifiuta la scorciatoia consolatoria del "capro espiatorio". Non ci racconta — come troppo spesso si tende a fare — che dietro un ragazzo fragile e violento debba per forza nascondersi una famiglia disfunzionale, un colpevole facile da individuare. È la stessa operazione, del resto, tentata con intelligenza dalla recente miniserie Netflix pluripremiata Adolescence: la realtà è quasi sempre più complicata di quanto il nostro bisogno di spiegazioni vorrebbe ammettere, e additare un solo responsabile finisce per essere un modo di non guardare davvero il problema.
Una domanda aperta: dove sono i modelli maschili positivi?
Se c'è un limite — o meglio, un'assenza dichiarata — in Manhunt, è che il film non offre alternative: descrive con lucidità il male, ma non indica vie d'uscita. Ed è qui che mi permetto un'osservazione personale. Il cinema di oggi sta, in realtà, provando timidamente a colmare questo vuoto, a proporre figure maschili positive che non passino né dalla forza né dalla sopraffazione: penso al nuovo Peter Parker interpretato da Tom Holland in Spider-Man: Brand New Day, o all'allenatore Ted Lasso di Jason Sudeikis, il cui show — arrivato di recente alla quarta stagione su Apple TV — ha fatto della gentilezza quasi un manifesto politico. Sono piccoli segnali, ma dicono che accanto al racconto necessario del disagio maschile, sta crescendo anche il desiderio di raccontarne la cura.
Manhunt non offre consolazione, e forse è giusto così: non è compito del cinema rassicurarci. Ma nel mostrarci con tanta precisione dove nasce la rabbia di una generazione di ragazzi cresciuti tra schermi e assenze, ci lascia comunque un compito — quello di non voltarci dall'altra parte.
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di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Da oggi, per undici giorni, Locarno smette di essere semplicemente una città sul Lago Maggiore e diventa, come ogni agosto dal 1946, capitale del cinema mondiale. Il Locarno Film Festival apre la sua 79esima edizione con un programma di 233 film, 103 dei quali in prima mondiale, provenienti da 69 Paesi diversi. La Piazza Grande, con il suo schermo tra i più grandi d'Europa e le migliaia di sedie disposte sotto le stelle, torna a essere il cuore pulsante di una manifestazione che, insieme a Cannes, Venezia e Berlino, è tra le più longeve e prestigiose del continente, da sempre trampolino di lancio per giovani cineasti in cerca di consacrazione internazionale.
Camminando per le vie del centro storico, tra le prime code per gli accrediti e i manifesti che tappezzano ogni vetrina, si respira già quell'atmosfera sospesa tra rigore cinefilo e febbre da grande evento che rende Locarno un caso unico nel panorama festivaliero: una città di sedicimila abitanti che per undici giorni ne accoglie centinaia di migliaia, tra pubblico, professionisti e stampa internazionale.
Verso l'ottantesima edizione: un festival che guarda già al futuro
Se quest'anno si festeggiano i 79 anni con leggerezza, la testa della Fondazione è già rivolta al 2027, quando il Festival taglierà il traguardo tondo dell'ottantesima edizione. Da tempo la direzione ha manifestato l'intenzione di anticipare le date della manifestazione dalla tradizionale collocazione di agosto alla seconda metà di luglio, un cambiamento di calendario che il Consiglio d'amministrazione ha confermato essere un obiettivo strategico, motivato dalla necessità di rafforzare la posizione internazionale del Festival in un settore cinematografico in profonda trasformazione.
La partita, però, non è semplice. L'incastro con Moon&Stars, l'altro grande appuntamento estivo di Locarno che occupa la stessa Piazza Grande con i suoi concerti, si sta rivelando più complesso del previsto anche per il crescente successo della rassegna musicale. Il Municipio della città, che ha di recente messo a concorso la gestione degli eventi musicali per il periodo 2027-2031, ha esplicitamente tenuto conto nella propria richiesta di manifestazione d'interesse dell'eventuale anticipo del Festival del film, ipotizzando che i concerti possano in futuro svolgersi anch'essi ad agosto. Il dialogo tra le due manifestazioni, entrambe identitarie per Locarno, e la ricerca di un equilibrio condiviso con la Città e con il tessuto turistico regionale saranno dunque uno dei grandi cantieri dei prossimi mesi.
Tre concorsi, un programma vastissimo
Il cuore artistico del Festival resta il Concorso Internazionale, che quest'anno propone 17 prime mondiali in lizza per il Pardo d'Oro: tra i nomi più attesi il regista sudcoreano Hong Sangsoo, già vincitore del massimo riconoscimento a Locarno nel 2015, il canadese Denis Côté, e lo svizzero-portoghese Basil Da Cunha, che presenta l'ultimo capitolo della sua trilogia dedicata al quartiere lisboeta di Reboleira. A presiedere la giuria è il regista belga Fabrice Du Welz, affiancato da produttori, attrici e programmatori internazionali.
Accanto al concorso principale trovano spazio il Concorso Cineasti del Presente, dedicato alle opere prime e seconde di autori emergenti, con sedici film da altrettanti Paesi, e i Pardi di Domani, riservati a corti e mediometraggi, articolati in un concorso nazionale svizzero, uno internazionale e un terzo dedicato a corti d'autore di registi già affermati. Non mancano il Pardo for Change, che premia il film capace di incarnare con maggior forza istanze ambientali, etiche e sociali, e lo Swatch First Feature Award per il miglior esordio. Il resto del programma si distribuisce tra Piazza Grande, la Retrospettiva di quest'anno – dedicata alla lista nera hollywoodiana e alla sinistra del cinema statunitense durante il maccartismo, con opere di Charlie Chaplin e Martin Ritt — e sezioni come Fuori Concorso, Semaine de la Critique, Open Doors Screenings e Panorama Suisse, che quest'anno conta 36 produzioni elvetiche.
Classici sotto le stelle e ospiti da tutto il mondo
Chi ama il cinema di ieri quanto quello di domani troverà a Locarno pane per i propri denti: come da tradizione, alcune serate di Piazza Grande si concludono oltre la mezzanotte con la proiezione di grandi classici. Quest'anno tocca a Cuore selvaggio di David Lynch, a Balla coi lupi di Kevin Costner — nella sua versione restaurata integrale di quattro ore — e a Taxi Driver di Martin Scorsese, presentato in occasione dei suoi cinquant'anni.
Sul fronte degli ospiti, l'edizione 2026 schiera un parterre di prim'ordine. Isabella Rossellini apre il Festival ricevendo l'Excellence Award, in una serata che la vede protagonista anche della proiezione di Cuore selvaggio, film che l'ha consacrata attrice cult negli anni Novanta. Darren Aronofsky riceve il Pardo d'Onore: il regista americano, che ha costruito la propria cifra stilistica su personaggi spinti al limite tra redenzione e autodistruzione — da Requiem for a Dream a The Wrestler, da Black Swan a The Whale — presenta a Locarno The Fountain e Mother!. James Gray, fresco del passaggio a Cannes con il nuovo Paper Tiger, riceve il Pardo alla Carriera: la sua è una carriera costruita fin dal Leone d'Argento vinto a soli venticinque anni con Little Odessa, nutrita dai ricordi d'infanzia nella comunità russo-ebraica di New York.
Asia Argento riceve il Life Achievement Award e presenta sia il film italiano Armony di Dario Albertini, sia La Muerte No Tiene Dueño, già applaudito a Cannes. Monica Bellucci è invece in concorso nel cast di Ketticè di Giovanni Tortorici, prodotto da Luca Guadagnino. Chiude il cerchio delle grandi presenze Zoe Saldaña, premio Oscar per Emilia Pérez, attesa il 10 agosto per un incontro pubblico al Forum @Spazio Cinema, dove riceverà un Pardo speciale.
Una giuria di ragazzi, e una domanda aperta su Castellinaria
Tra le novità più significative di questa edizione c'è la nascita dei Locarno Kids Screenings come sezione competitiva ufficiale: per la prima volta sette lungometraggi dedicati a bambini, ragazzi e famiglie concorrono per il Locarno Kids Award la Mobiliare, assegnato da una giuria di tredici ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 15 anni, che oltre a vedere i film in concorso seguono un percorso formativo quotidiano guidato da professionisti del settore per acquisire gli strumenti critici necessari alla valutazione delle opere. Un progetto che si inserisce nel più ampio programma educativo Locarno Kids, attivo dal 2021 e sostenuto dalla Mobiliare, e che punta a costruire fin dall'infanzia uno sguardo consapevole sul cinema.
È un'iniziativa che merita applausi per l'ambizione pedagogica, ma che apre anche una domanda legittima per chi segue da vicino la scena cinematografica ticinese: come si colloca rispetto a Castellinaria, il festival internazionale del cinema giovane nato a Bellinzona nel 1988, che da quasi quarant'anni rappresenta il punto di riferimento in Ticino per il cinema pensato da e per i più giovani? Le due manifestazioni si svolgono in periodi diversi dell'anno — Castellinaria tradizionalmente in autunno, i Locarno Kids Screenings dentro la cornice agostana del Festival maggiore — e rispondono a missioni non sovrapponibili: rassegna dedicata e specializzata l'una, sezione competitiva innestata in un festival generalista l'altra. Ma in un territorio piccolo come il Ticino, dove le risorse per l'educazione all'immagine sono limitate e spesso condivise tra le stesse scuole, gli stessi enti pubblici e gli stessi sponsor, la domanda su come le due realtà dialogheranno — o rischieranno invece di contendersi pubblico, attenzione mediatica e fondi — resta aperta, e sarà interessante osservarne gli sviluppi nelle prossime edizioni.
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