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Manhunt: quando i figli del computer cercano la salvezza nella violenza

di Dennis Pellegrini/Catt.ch

Presentato oggi al Concorso Internazionale del Festival di Locarno, Manhunt è il secondo lungometraggio del regista canadese Wayne Wapeemukwa, cineasta indigeno (Michif) già premiato al Toronto International Film Festival con il suo esordio Luk'Luk'I (2017). Un film che, dietro l'apparenza di un thriller psicologico, nasconde una delle riflessioni più lucide e scomode viste di recente sulla mascolinità contemporanea — e sull'abisso in cui può precipitare quando incontra la solitudine, internet e il bisogno disperato di appartenere a qualcosa.

La storia

Manhunt si ispira liberamente a un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2019 nella Columbia Britannica settentrionale: due adolescenti di Vancouver Island, dopo aver ucciso tre persone, fuggirono verso nord attraverso città fantasma e foreste sconfinate, mentre la loro fuga veniva seguita in diretta su social e telegiornali come una sorta di reality macabro. Furono ritrovati morti settimane dopo, in riva a un fiume.

Il film reinventa questa vicenda attraverso due personaggi, Joey e Kit. Joey è un ragazzo cresciuto nel silenzio tra gli schermi, abbandonato dal padre e segnato dalla dipendenza della madre dagli oppioidi: nell'assenza di affetto ha imparato a rifugiarsi nella simulazione, in mondi virtuali che può controllare come non ha mai potuto controllare la propria vita. Kit viene invece da una famiglia benestante, ma altrettanto vuota sul piano emotivo: si lascia attrarre dall'intensità di Joey come una falena dalla fiamma, in un legame ambiguo fatto di fascinazione, pietà e desiderio di dissolversi in qualcosa di reale. Insieme intraprendono un viaggio verso nord che è, insieme, fuga e ricerca di senso — e che si trasformerà in tragedia.

Non solo cronaca nera: una parabola sulla mascolinità del nostro tempo

Quello che rende Manhunt rilevante non è la ricostruzione del caso di cronaca, ma la lente attraverso cui il regista lo racconta. Wapeemukwa parla apertamente, nelle note di regia, di un film pensato per un pubblico giovane e maschile che si è formato — o deformato — dentro quella galassia digitale che va sotto il nome di "manosfera" (o, più appropriatamente, “maschiosfera”): una costellazione di canali YouTube, podcast e profili social che promuovono un'idea rigida e spesso violenta di virilità, e che negli ultimi anni ha trovato nei suoi modelli più controversi, come Andrew Tate, dei veri e propri punti di riferimento per milioni di adolescenti fragili. Non è un caso che proprio nelle scorse settimane Tate e il fratello Tristan siano stati arrestati a Miami, in attesa di estradizione nel Regno Unito, dopo che la procura britannica ha formulato nuove accuse di stupro e tratta di esseri umani nei loro confronti: la cronaca, ancora una volta, sembra rincorrere ciò che il cinema aveva già intuito.

Il film non si limita però a denunciare questi fenomeni dall'esterno: prova a entrarci dentro, a capire come la vergogna, la solitudine e il bisogno di appartenenza possano trasformarsi in rabbia e, infine, in ideologia. È lo stesso Wapeemukwa a raccontare di essere partito da un'esperienza personale — un amico d'infanzia scivolato nel nazionalismo bianco — per interrogarsi su come "gli uomini diventino ciò che temono".

Il videogioco come chiave di lettura, non come capro espiatorio

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui usa il videogioco. Non come luogo in cui "sfogare" semplicisticamente la violenza — la solita equazione un po' pigra tra videogiochi violenti e violenza reale — ma come struttura simbolica attraverso cui Joey interpreta il mondo. A un certo punto il confine tra realtà e finzione collassa apertamente: il ragazzo arriva a percepire le persone che incontra come NPC, cioè come "non-player character", i personaggi non giocanti governati dall'intelligenza artificiale che popolano i videogiochi, privi di volontà propria e dunque — nella sua percezione distorta — privi anche di reale dignità. È un dettaglio che dice molto: quando l'unico linguaggio con cui hai imparato a stare al mondo è quello di un videogioco, anche le persone reali rischiano di perdere consistenza, di diventare oggetti in una simulazione che credi di poter controllare.

Una struttura in due tempi, con un punto di non ritorno

Sul piano narrativo, Manhunt si divide chiaramente in due parti, separate da un episodio tragico segnato da un'immagine simbolica dal sapore quasi infernale. La prima metà ha un ritmo volutamente lento, attraversato da una tensione sorda: lo spettatore avverte che sta per accadere qualcosa, pur senza sapere cosa, e il film gioca proprio su questo scarto tra attesa e imprevedibilità dei protagonisti. Superato il punto di rottura, la seconda parte accelera bruscamente: cambia il ritmo, ma cambia anche l'estetica dei due ragazzi, segno visibile di una metamorfosi interiore ormai compiuta. È una scelta di regia semplice ma efficace: il corpo che si trasforma come specchio di una coscienza che si sta perdendo.

Un finale prevedibile, ma con un affondo che non lo è

L'epilogo, per quanto in fondo prevedibile nella sua traiettoria tragica, riserva un momento che vale da solo il film: un monologo dal tono quasi nichilista, feroce nella sua critica alla società dell'immagine in cui viviamo — quella che ci impone di aderire a canoni di performance, forma fisica, ideologia, persino a un'idea precostituita di cosa significhi "essere uomini". È una pressione che oggi colpisce soprattutto i più giovani, ed è forse la pagina più politica e più necessaria del film.

Ma Manhunt fa anche un'altra cosa, meno visibile ma altrettanto importante: rifiuta la scorciatoia consolatoria del "capro espiatorio". Non ci racconta — come troppo spesso si tende a fare — che dietro un ragazzo fragile e violento debba per forza nascondersi una famiglia disfunzionale, un colpevole facile da individuare. È la stessa operazione, del resto, tentata con intelligenza dalla recente miniserie Netflix pluripremiata Adolescence: la realtà è quasi sempre più complicata di quanto il nostro bisogno di spiegazioni vorrebbe ammettere, e additare un solo responsabile finisce per essere un modo di non guardare davvero il problema.

Una domanda aperta: dove sono i modelli maschili positivi?

Se c'è un limite — o meglio, un'assenza dichiarata — in Manhunt, è che il film non offre alternative: descrive con lucidità il male, ma non indica vie d'uscita. Ed è qui che mi permetto un'osservazione personale. Il cinema di oggi sta, in realtà, provando timidamente a colmare questo vuoto, a proporre figure maschili positive che non passino né dalla forza né dalla sopraffazione: penso al nuovo Peter Parker interpretato da Tom Holland in Spider-Man: Brand New Day, o all'allenatore Ted Lasso di Jason Sudeikis, il cui show — arrivato di recente alla quarta stagione su Apple TV — ha fatto della gentilezza quasi un manifesto politico. Sono piccoli segnali, ma dicono che accanto al racconto necessario del disagio maschile, sta crescendo anche il desiderio di raccontarne la cura.

Manhunt non offre consolazione, e forse è giusto così: non è compito del cinema rassicurarci. Ma nel mostrarci con tanta precisione dove nasce la rabbia di una generazione di ragazzi cresciuti tra schermi e assenze, ci lascia comunque un compito — quello di non voltarci dall'altra parte.

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