di Dennis Pellegrini/Catt.ch
Sabato 8 agosto è stato presentato in prima mondiale, in Concorso Internazionale al Festival del Film di Locarno, Violence du corps de l'autre (titolo internazionale Nobody's Violence), il nuovo lungometraggio del regista canadese Denis Côté. Un film che, come suggerisce già il titolo, parla di potere, di sfruttamento e, soprattutto, di corpo.
La trama: patti di morte in una foresta profonda
Protagonista è Mira (Larissa Corriveau), donna solitaria e taciturna che vive tra un viaggio e l'altro nella sua auto, in compagnia del suo cagnolino. Mira viene assoldata da Ludo (Philippe Rebbot), figura chiave del film: un uomo viscido e manipolatore che sfrutta il proprio carisma per attrarre a sé persone fragili e disperate, per poi servirsene nel suo lavoro sporco. Il compito di Mira è di fatto quello di accompagnare la morte: portare a persone che ne fanno esplicita richiesta una sostanza letale che le aiuti a porre fine alla propria esistenza. Nel corso del film Mira incrocia le vite più disparate, uomini e donne che hanno ormai deciso di farla finita, e finisce per imbattersi in Madeleine e Ludo, due spiriti liberi ed edonisti che vivono nel folto della foresta. È proprio l'incontro con un uomo intrigante a costringerla a una pausa, e a interrogarsi sulle proprie scelte di vita.
Il film, girato in Canada e interamente in lingua francese, dura 118 minuti; accanto a Corriveau e Rebbot recitano Xavier Bergeron, Gabrielle Lazure e Pierrette Robitaille. La sceneggiatura porta la firma dello stesso Côté, la fotografia è di Vincent Biron, il montaggio di Terence Chotard, la produzione di Voyelles Films. Presentando il proprio lavoro, il regista ha dichiarato di aver voluto esplorare, attraverso Mira, «la vita accanto alla morte», un viaggio che non cerca risposte ma «le fragili forze che ci legano all'esistenza».
Un inno e una critica all'edonismo
Violence du corps de l'autre si muove su un doppio registro: è insieme inno e feroce critica a un edonismo fuori controllo. Il corpo vi appare sdoppiato, quasi diviso contro se stesso: da un lato è ciò che produce piacere, luogo di passioni difficili da contenere; dall'altro è un corpo che invecchia, che si logora, che fa male. Non è un caso che nel film convivano l'euforia sensuale dei due edonisti della foresta e la disperazione lucida di chi chiede di morire: sono due facce della stessa medaglia, due modi diversi di fare i conti con un corpo che non si riesce più ad ascoltare.
Deleuze travisato: un edonismo che non è individualismo
Nel film sono presenti numerosi richiami, anche espliciti, alla filosofia post-strutturalista, e in particolare al pensiero di Gilles Deleuze. Ma è proprio qui che, a mio avviso, occorre fare chiarezza, perché il Deleuze evocato dai personaggi del film — e più in generale quello che circola oggi in tanta cultura pop — è un Deleuze spesso travisato da chi lo cita.
L'edonismo di Deleuze non è infatti la ricerca individualista di un piacere puramente personale, la caccia egoistica alla propria gratificazione a scapito di tutto e tutti. È piuttosto un'etica fondata sulla gioia, che affonda le proprie radici in Spinoza e in Nietzsche. Per Spinoza la gioia è l'aumento della nostra potenza di agire, ciò che accade quando un incontro tra corpi accresce la nostra capacità di esistere; non è un piacere che si consuma isolandosi dal mondo, ma qualcosa che si genera proprio negli incontri, nelle relazioni, negli affetti che ci compongono. Da Nietzsche, invece, Deleuze eredita l'idea di un'affermazione della vita che non passa attraverso la negazione del dolore o la fuga dal limite, ma attraverso un dire sì integrale all'esistenza, corpo compreso, in tutta la sua ambivalenza. Ridurre questo pensiero a un puro invito al godimento immediato, come talvolta accade nelle letture più superficiali che se ne fanno anche fuori dal cinema, significa tradirne il cuore filosofico.
Riscoprire il corpo, ascoltare il dionisiaco
È questo, in fondo, il pensiero che il film mi lascia addosso: abbiamo bisogno di riscoprire pienamente la nostra corporeità. Viviamo in un mondo che per millenni ha inseguito la ragione e l'ordine, per riprendere ancora una volta Nietzsche; forse abbiamo bisogno di riscoprire quel dionisiaco che abita in ciascuno di noi, a partire da un ascolto più pieno e più maturo del nostro corpo. Un corpo che ha molto da dirci, e che spesso sta male proprio perché non gli riconosciamo la giusta importanza nella nostra vita.
Noi siamo corpo. Abbiamo sensazioni che vanno certamente educate, ma che al tempo stesso ci offrono indicazioni preziose per capire chi siamo e che cosa davvero ci rende felici. Violence du corps de l'autre lo ricorda con la forza scomoda di un film che non offre consolazioni facili, ma che restituisce al corpo — nel piacere come nel dolore, nella vita come nella morte — la sua parola.