Il Kung Kao Po - il settimanale in lingua cinese della diocesi di Hong Kong - ha dato notizia della morte il 31 luglio scorso di p. Benedetto Chao, monaco trappista dell’abbazia di Nostra Signora della Gioia, il monastero che sorge sull’isola di Lantao a Hong Kong. Con i suoi 108 anni p. Chao era il più anziano monaco al mondo della famiglia trappista; un singolare primato che ora lascia in eredità a una monaca anche lei asiatica, sr. Sebastiana Yamaguchi Teruko, dell’abbazia di Imari in Giappone, che di anni ne ha comunque anche lei 107.
Non è però soltanto il dato straordinario di una vita religiosa durata per ben 79 anni a rendere molto significativa la storia p. Benedetto Chao. Con le sue esequie – che si celebreranno il 14 agosto – l’abbazia di Hong Kong darà infatti l’estremo saluto all’ultimo del gruppo dei monaci trappisti sopravvissuti alla persecuzione comunista in Cina e che poi negli anni Cinquanta - con il sostegno del vescovo mons. Enrico Valtorta, missionario del Pime - poterono ricostituire nell’allora colonia britannica in territorio cinese la loro comunità.
La morte di p. Benedetto Chao, che per oltre vent’anni è stato anche il priore della comunità, è - dunque - un’occasione preziosa per ricordare una storia di martirio che ha molte similitudini con quella dei monaci di Tibhirine, uccisi negli anni Novanta del XX secolo e proclamati beati tra i martiri d’Algeria. P. Chao era nato nel 1918 a Chengting (Zhengding), nella provincia dell’Hebei. Nel 1941, all’età di 23 anni, era entrato nell’originaria abbazia di Nostra Signora della Gioia (conosciuta anche con il nome francese di Liesse, cioè Letizia) che sorgeva proprio in quella zona dell’Hebei. La comunità monastica era nata nel 1928 come filiazione della prima (e unica altra) abbazia cistercense della Cina, Nostra Signora della Consolazione, eretta nel 1883 sulle montagne di Yangjiaping (poco lontano dalla Grande Muraglia, a circa 130 chilometri a nord di Pechino) da alcuni monaci provenienti dalla celebre abbazia francese di Notre Dame de Sept-Fons.
La comunità dei cistercensi in cui entrava p. Chao nel 1941 era una fraternità monastica che, pur avendo in Cina una storia di meno di settant’anni, aveva già conosciuto gli orrori della guerra: nel 1937 proprio il monastero di Nostra Signora della Gioia a Chengting era stato occupato una prima volta dai giapponesi, con diversi monaci imprigionati e uccisi. Fu però poi nel 1947, l’anno in cui p. Chao emise i suoi voti perpetui, che iniziò la parte più dolorosa del Calvario dei trappisti in Cina.
A essere presa di mira - questa volta dalle milizie comuniste di Mao - fu prima di tutto l’abbazia di Yangjiaping, dove vivevano 75 monaci, nella stragrande maggioranza ormai cinesi. Non era un caso quell’abbondanza di vocazioni locali. Il terzo abate di Nostra Signora della Consolazione, dom Louis Brun, aveva scritto in proposito: “Si è detto che i cinesi abbiano una certa attitudine per la contemplazione e siano più predisposti di alcuni altri popoli alla vita contemplativa, e a questo si dà come ragione la loro sobrietà, la loro vita dura, l’esistenza di molti monasteri buddhisti e taoisti, il carattere meditativo del popolo, meno portato all’azione di quello europeo … Noi potremmo dire - cosa che sarà presa da molti come un paradosso - che la Regola di san Benedetto sembra essere stata scritta per i cinesi”.
Nel 1947 Yangjiaping si trovava sulla linea del fronte della guerra tra comunisti e nazionalisti. E quando in estate i primi sfondarono le difese nemiche spinsero gli abitanti dei villaggi vicini a saccheggiare l’abbazia, intentando un processo rivoluzionario nei confronti dei monaci. Subirono pubbliche bastonature e torture per far loro abbandonare la fede. Poi, il 30 agosto, cominciò il martirio vero e proprio: distrutto con un incendio quanto restava del monastero, i comunisti deportarono in massa tutti i monaci conducendoli lungo itinerari impervi delle montagne del Nord della Cina in quella che fu chiamata la “marcia della morte”. Le mani legate con catene o fil di ferro che metteva a nudo le ossa, sotto piogge torrenziali, gli anziani e gli infermi portati a spalla dai fratelli, costretti a prendere cibo come gli animali, impediti di comunicare tra loro e frustati perché sorpresi nel dormiveglia a muovere le labbra in preghiera, ne morirono fino a tre al giorno lungo il percorso, per lo sfinimento e la miseria.
Nel gennaio 1948, poi, dopo un ultimo processo popolare a Panpou, furono fucilati p. Crisostomo Chang - il 29enne sotto-priore della comunità - e altri cinque monaci. P. Chang aveva detto ai compagni: “Noi moriamo per la causa di Dio. Innalziamo per l’ultima volta il nostro cuore verso di lui in un’offerta totale del nostro essere”. Anche per questo il suo nome figura come capofila tra i 33 martiri di Yangjiaping (30 monaci cinesi, un francese, un olandese e un canadese).
Non diversa fu poi la sorte di Liesse, dove si trovava il giovane p. Chao. Anche l’altro monastero dell’Hebei, in quelle stesse settimane, fu assaltato dai comunisti con due monaci uccisi: i trappisti furono costretti a riparare a Xindu, nei pressi di Chengdu nel Sichuan, ancora sotto il controllo dei nazionalisti, dove trasferirono la loro comunità. Ma l’abate aveva capito che anche quel rifugio sarebbe stato solo provvisorio. Per questo motivo fece sì che almeno alcuni monaci, tra cui p. Chao, potessero uscire dalla Cina e trasferirsi nel monastero di Notre Dame de la Prairie a Manitoba in Canada. L’anziano monaco aveva vista giusto: nel 1951 anche a Xindu la comunità dei trappisti fu costretta dalla persecuzione comunista a chiudere i battenti. E fu per questo che, attraverso il gruppo dei monaci rifugiatisi in Canada, nacque il progetto di ricostituire la comunità a Hong Kong.
Come richiede la spiritualità trappista il governatore britannico, su richiesta di mons. Valtorta, assegnò loro un terreno disabitato sulle alture dell’isola di Lantao. Qui gli otto monaci della rinata comunità costruirono con le loro mani il monastero che fu inaugurato ufficialmente il 19 febbraio 1956. Prima di rientrare dall’America, i monaci cinesi avevano sostato per alcuni mesi all’abbazia della Santissima Trinità nello Utah, per perfezionare l’inglese ma anche apprendere le tecniche casearie. Così a Lantao, per il loro sostentamento attraverso il lavoro, fecero arrivare delle mucche: nella comunità iniziarono a produrre latte, burro e formaggio che divennero presto famosi in tutta Hong Kong, facendo conoscere i trappisti e il loro “monastero del rifugio”, come venne chiamato.
Nel 1974 p. Benedetto Chao sarebbe stato poi eletto come terzo priore della rinata comunità monastica cinese, incarico che ha mantenuto fino al 1998. L’anno successivo, infine, l’ordine cistercense avrebbe riconosciuto alla comunità di Lantao lo status di abbazia autonoma che dal gennaio 2000 ha poi ripreso il nome che aveva nell’Hebei: oggi è tuttora l’Abbazia di Nostra Signora della Gioia, che grazie a p. Chao e ai suoi compagni monaci ha tenuto viva la memoria e la presenza orante dei trappisti dell’Hebei, oltre le ferite della storia del Novecento.
Fonte: Asia News