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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (14 febbraio 2026)
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  • Aiutare ad aprire gli occhi su dimensioni finora impensate

    di Federico Anzini

    La pandemia ha cambiato tutte le nostre abitudini e particolarmente colpite dalle misure di contenimento della pandemia sono state le grandi manifestazioni. Tra queste i carnevali, molto amati dai giovani e non solo, come momenti aggregativi,che da tradizione si sarebbero dovuti festeggiare in tutto il Ticino in questi giorni. A partire da questi luoghi e spazi per ora sospesi e dai bisogni relazionali che li contraddistinguono, affrontiamo il tema di come le nuove generazioni stanno vivendo questo secondo semi-lockdown. Ne parliamo con Nicola Gianinazzi, membro del Comitato dell’Associazione Svizzera delle Psicoterapeute e degli Psicoterapeuti (ASP) e delegato per la Svizzera italiana.

    Nicola Gianinazzi, dal suo osservatorio di genitore, psicoterapeuta e persona impegnata nella politica sanitaria nazionale, come stanno vivendo i giovani questa seconda ondata della pandemia?

    Tutto sommato credo che reagiscano in modo positivo anche se lo stare confinati a casa - scientificamente giustificato - ha però dei costi umani evidenti. Alcuni esempi tra i molti: ci sono studenti universitari che hanno iniziato percorsi scolastici senza vedere mai il loro campus; notiamo ragazzi ansiosi che non riescono a ritrovare il loro ritmo dopo il primo lockdown o che stanno perdendo i loro riferimenti sociali e reali tra pari e non, ecc.

    Il legittimo desiderio dei giovani di evadere e stare insieme tra coetanei è al momento molto limitato. Che ripercussioni avrà sulla loro crescita, questa situazione?

    Questa seconda chiusura delle attività, rispetto alla prima, è sicuramente più sofferta. Per molti giovani si tratta di un secondo trauma, analogo al primo, e questo rende più difficoltosa la naturale reazione resiliente. Per questo la loro voglia di incontrarsi nella «realtà dei cinque sensi» – anche come sana reazione alla vita da «Wall.e» (per chi ricorda il bellissimo cartone) – è la risposta ad un loro bisogno vitale che deve essere rimandato. Questo chiede un grande lavoro educativo da parte degli adulti.

    Quali insidie si possono nascondere nel periodo di confinamento?

    Sono molto difficili da individuare e prevedere, ma cominciano a delinearsi, oltre che nella sfera economica, anche nelle sfere sociali e psicologiche: più ansia, depressione, dipendenze (dal mondo virtuale, da sostanze). I ragazzi fragili purtroppo diventano più fragili e faticheranno a tornare alla «vita di prima». Forse per un certo verso se la vita di prima sarà un po’ meno uguale a prima (almeno un poco più solidale, attenta, sensibile ed ecosostenibile) potrebbero farcela meglio. Il grande sostegno del mondo psico-sociale ticinese e della scuola in presenza per fortuna questa volta è dato e garantito con maggior forza rispetto alla prima ondata.

    Quali consigli si sente di dare per vivere anche come opportunità questo periodo di limitazioni?

    Parlare di opportunità mi pare un po’ da «pensiero positivo», preferisco parlare di elaborazione del lutto, dal quale potrebbero emergere nuove forme del vivere in comune e nuove risorse personali, oserei dire esistenziali, psicologiche-affettive. Più che un’opportunità si tratta della realtà che ci «apre gli occhi» su dimensioni umane finora impensate e non-pensate. I nostri ragazzi con le loro famiglie, i loro pari e adulti di riferimento devono poter riflettere, sentire e fare quadrato attorno all’essenziale in loro e attorno a loro. Mi piace ricordare che l’essenziale comunque non può mai consistere meramente in un «non-morire» o in un «speriamo che me la cavo».

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