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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (14 gennaio 2026)
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Berlin 1946, Pankower Güterbahnhof: Umsiedler benutzen für ihren Weitertransport die Eisenbahn

    Al via la nuova stagione di "Strada Regina" con una puntata dedicata all'accoglienza dei profughi in Ticino durante la Seconda guerra mondiale

    di Francesco Muratori

    Quando abbiamo ragionato su come iniziare la nuova stagione di «Strada Regina», nel nuovo studio e con una nuova sigla che sottolinea il ruolo fondamentale che hanno le storie narrate dai protagonisti, abbiamo deciso di raccontarvene una ignota ai più, partendo da una citazione di mons. Jelmini, vescovo a Lugano negli anni della seconda guerra mondiale: «Nella storia dei popoli vi sono pagine grandiose, ma nella storia del cristianesimo vi sono anime che hanno scritto storie ignote al mondo». Siamo nell’autunno del 1943, esattamente 80 anni fa, migliaia di perseguitati del regime nazifascista in fuga dall’Italia cercano rifugio nella vicina e neutrale Svizzera. L’8 settembre del 1943, rappresenta il momento in cui il Ticino scopre di essere parte della guerra. L’armistizio in Italia alimenta le speranze purtroppo disattese e il Ticino si sveglia con migliaia di profughi che superano il confine. Come si comportò la Chiesa della Svizzera italiana? Quale fu il ruolo svolto dai cattolici del Canton Ticino nei confronti delle migliaia di profughi italiani? Rileggendo i documenti d’archivio abbiamo scoperto che furono accolti tutti: civili, militari, ebrei e anche fascisti. Come furono gestiti? Cosa dice questo ai nostri tempi? Questi sono gli interrogativi dai quali partiremo per ricordare il vescovo di Lugano mons. Angelo Jelmini il quale intervenne nei rapporti con le autorità federali e nelle fasi di coordinamento, occupandosi di singoli casi «speciali» e di complesse attività di soccorso (anche al limite della legalità con l’aiuto del suo segretario mons. Giovannini). E al di là dalla ramina? Vi racconteremo una storia nella storia: quella di don Gilberto Pozzi. Insieme al maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Cortile e alla signora Nella Molinari, fondò a Clivio, a due passi dal confine, una cellula partigiana dedita all’aiuto degli ebrei, dei profughi e dei perseguitati dal nazifascismo. Un uomo di fede che con coraggio e a rischio della propria vita fece una scelta di campo: aiutare centinaia di vite umane strappandole dalla prigionia, dalla deportazione e dalla morte. Don Pozzi fu incarcerato a San Vittore a Milano e liberato grazie all’intervento del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, mentre il maresciallo Cortile morì nel campo di Mauthausen-Melk. Una storia che potrebbe essere un film, e invece è vera.

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