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“Chi annuncia l’amore lo fa con lo stesso stile dell’amore”

«Chi annuncia l’amore non può che farlo con lo stesso stile dell’amore», senza credersi più buono o migliore degli altri. Il Vangelo «si propone e mai si impone», agendo come «la pioggia nella terra» come «un piccolo seme che porta frutto nel silenzio». Lo ha detto Papa Francesco a migliaia di neocatecumenali ricevuti in udienza nell’aula Paolo VI. Durante l’incontro sono state «inviate» in missione in vari Paesi del mondo trecento famiglie, divise in cinquanta gruppi guidati ognuno da un sacerdote.

Entrando, il Papa ha salutato molti fedeli e moltissimi bambini. Ne ha invitato quattro a salire con lui e li ha fatti sedere sul tappeto accanto a lui. Nel salutare Francesco, il fondatore del movimento, Kiko Arguello, ha detto: «Io sono pericoloso padre... sono un laico, dicono: questo Kiko bisogna fermarlo!».

Il Papa ha ringraziato tutti, in modo «speciale quelli che stanno per partire... Benedico il Signore per questo». Quindi ha sottolineato tre parole contenute nel Vangelo di Giovanni che era stato appena letto: unità, gloria e mondo.

Francesco ha ricordato che quella dell’unità dei suoi discepoli è stata l’ultima richiesta di Gesù prima della Passione. «La comunione è essenziale». Il «nemico di Dio e dell’uomo, il diavolo» può fare «molto male alla Chiesa tentando la nostra umanità».

«Provoca la presunzione - ha aggiunto il Papa - il giudizio sugli altri, le chiusure, le divisioni. Lui stesso è “il divisore” e comincia spesso col farci credere che siamo buoni, magari migliori degli altri: così ha il terreno pronto per seminare zizzania. È la tentazione di tutte le comunità e si può insinuare anche nei carismi più belli della Chiesa».

Da qui l’invito a vigilare perché il carisma ricevuto rimanga una «grazia di Dio per accrescere la comunione». Il carisma, infatti, «può deteriorarsi quando ci si chiude o ci si vanta, quando ci si vuole distinguere dagli altri». Il modo di custodirlo è «l’unità umile e obbediente». «È sempre necessario vigilare sul carisma, purificando gli eventuali eccessi umani mediante la ricerca dell’unità con tutti e l’obbedienza alla Chiesa. Così si respira nella Chiesa e con la Chiesa».

La Chiesa, ha detto ancora Francesco, è madre, «non una organizzazione che cerca adepti, o un gruppo che va avanti seguendo la logica delle sue idee, ma una Madre che trasmette la vita ricevuta da Gesù». E «questa fecondità si esprime attraverso il ministero e la guida dei pastori».

Il Papa ha quindi sottolineato che la gloria di Dio si manifesta sulla croce: «è l’amore, che lì risplende e si diffonde. È una gloria paradossale: senza fragore, senza guadagno e senza applausi. Ma solo questa gloria rende il Vangelo fecondo. Così anche la Madre Chiesa è feconda quando imita l’amore misericordioso di Dio, che si propone e mai si impone. Esso è umile, agisce come la pioggia nella terra, come l’aria che si respira, come un piccolo seme che porta frutto nel silenzio. Chi annuncia l’amore non può che farlo con lo stesso stile dell’amore».

Infine, Francesco ha parlato del «mondo». «Dio ha tanto amato il mondo - ha detto - da inviare Gesù. Chi ama non sta lontano, ma va incontro. Voi andrete incontro, a tante città, a tanti Paesi... Dio non è attirato dalla mondanità, anzi, la detesta; ma ama il mondo che ha creato, e ama i suoi figli nel mondo così come sono, là dove vivono, anche se sono “lontani”. Non sarà facile a voi la vita in Paesi lontani, in altre culture - ha aggiunto improvvisando Bergoglio - ma è la vostra missione e questo lo fate per amore, per amore alla madre Chiesa».

Francesco ha invitato le famiglie missionarie a «mostrate lo sguardo tenero del Padre» e a considerare un dono «le realtà che incontrerete; familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali, rispettandoli e riconoscendo i semi di grazia che lo Spirito ha già sparso. S enza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti, seminate il primo annuncio: ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario».

«È la buona notizia - ha detto - che deve sempre tornare, altrimenti la fede rischia di diventare una dottrina fredda e senza vita. Evangelizzare come famiglie, poi, vivendo l’unità e la semplicità, è già un annuncio di vita, una bella testimonianza, di cui vi ringrazio tanto. E vi ringrazio - ha concluso, ancora improvvisando - anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare, andare verso l’ignoto, e soffrire, perché ci sarà la sofferenza, ma anche la gioia, perché ci sarà la gloria di Dio sulla croce. Io rimango qui, ma col cuore vado con voi».

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