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Barcellona, la croce più alta del mondo brilla sulla città di Gaudí

Quando la croce che corona la Torre di Gesù Cristo si è accesa nella notte di Barcellona, illuminando il cielo sopra l'Eixample come un faro aperto sul Mediterraneo, centoventimila persone hanno trattenuto il fiato. Ieri, 10 giugno, centenario della morte di Antoni Gaudí, è stato il giorno scelto da Leone XIV per compiere il gesto più atteso della sua visita in Spagna, benedire il pinnacolo più alto di una delle architetture più straordinarie della storia umana. Con i suoi 172,5 metri, la Sagrada Família è diventata ufficialmente l'edificio religioso più alto del mondo. Ma il Papa ha subito sgomberato il campo da ogni tentazione di trionfalismo: questa torre non è un primato, è una luce. E una luce ha senso solo se illumina qualcuno.

Una «foresta pietrificata» al centro della festa

All'interno della basilica, novemila fedeli stipati nella navata principale hanno assistito alla Messa, mentre altri centomila attendevano fuori, sui marciapiedi e nelle piazze circostanti. L'interno della Sagrada Família è, come scriveva Gaudí stesso, «un grande bosco pietrificato»: le colonne ramificano verso l'alto come alberi, le vetrate trasformano la luce in colore e il colore in catechesi. «Questa chiesa — ha detto Leone XIV nell'omelia in catalano e spagnolo — è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest'opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine.»

La basilica, consacrata da Benedetto XVI nel novembre del 2010, è ancora un cantiere: a oggi ne risulta completato circa il settanta per cento. Una incompiutezza che il Papa ha riletto in chiave teologica senza retorica: «Non abitiamo un'opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza.»

Non si può credere in Gesù e fare la guerra

L'omelia di Leone XIV non si è limitata allo splendore architettonico. Davanti alle autorità spagnole — il re Felipe VI e la regina Letizia, il premier Pedro Sánchez — il Pontefice ha pronunciato parole nette, prive di ambiguità diplomatica: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l'innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.»

La Croce posta in cima alla torre, ha spiegato il Papa, non è un simbolo di potere: «È la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno.» E ancora: «La torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza.»

Una bambina non vedente racconta la Torre di Gesù Cristo a Papa Leone
Una bambina non vedente racconta la Torre di Gesù Cristo a Papa Leone © Vatican Media

Valentina, la bambina che vede più in alto

Una delle scene più sorprendenti della giornata non è avvenuta sull'altare né durante la benedizione. Prima della Messa, una bambina non vedente di nome Valentina, invitata dall'associazione ONCE — che opera in Spagna a sostegno dei non vedenti — ha spiegato al Papa il progetto architettonico della torre attraverso il tatto, sfiorando un modellino con movimento ascensionale. Con il suo linguaggio preciso e poetico, Valentina ha raccontato come la croce sommitale, rivestita di circa quindicimila pezzi di ceramica bianca smaltata e di vetro, sia stata concepita da Gaudí perché «da quel vetro poteva uscire una luce a forma di raggio. E poiché esce dai quattro bracci della Torre, simboleggia l'ombrello protettivo della città di Barcellona: Dio protegge la città con questo ombrello e abbraccia i barcellonesi». Chi non vede, alle volte, vede di più.

La notte si illumina: il genio di Gaudí e la firma del Papa

Al termine della Messa, il corteo papale si è diretto verso la tribuna esterna attraverso la scalinata della facciata della Natività, rivolta a oriente. Davanti a centoventimila persone, Leone XIV ha pronunciato la benedizione: «Fa' che i tuoi figli, volgendo lo sguardo alla croce del Redentore che corona questa basilica della Sagrada Família, attingano i frutti della salvezza e testimonino la gioia che da quest'alba della vita è venuta.»

Poi, il momento atteso. La musica dell'orchestra, il canto corale dei pueri cantores, i giochi di luce che hanno attraversato il corpo della basilica dall'interno, e infine la croce accesa nella notte, esattamente come Gaudí aveva desiderato: «deve risplendere di giorno e illuminare la notte». Un'esplosione di fuochi d'artificio ha temporaneamente cancellato dalla vista il profilo maestoso dell'edificio, prima che tornasse a emergere nell'oscurità, mentre migliaia di luci a led disegnavano nell'aria il volto del venerabile architetto.

Un volo verso le Canarie, con lo stesso sguardo

Questa mattina, alle 8:45, Leone XIV è decollato dall'aeroporto di Barcellona diretto a Las Palmas de Gran Canaria, dove lo attende l'incontro con le realtà di accoglienza dei migranti nel porto di Arguineguín — il cosiddetto «porto della vergogna» del 2020. Dal pinnacolo più alto del mondo alla riva dove approdano i più poveri: è forse questo il movimento più eloquente del viaggio apostolico in Spagna. La frase con cui Gaudí riassumeva il suo metodo — Primer l'amor, despres la tecnica, prima l'amore, poi la tecnica — sembra fatta per descrivere anche questo pontificato.

fonte: aggenzie/catt.ch

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