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Commemorazione dei defunti: riposo, luce e pace nel pensiero rivolto ai nostri cari

di fra Agostino Del-Pietro*

Réquiem ætérnam dona eis, Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace. Amen.

L'eterno riposo, dona loro o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

Il Papa recita questa preghiera con i fedeli riuniti in piazza san Pietro a Roma prima della solenne benedizione al termine di ogni Angelus domenicale. È bello pensare che lo si faccia alla domenica, il giorno della risurrezione del Signore. Una consuetudine che ci ricorda che per il cristiano la parola morte non equivale alla parola fine. È probabile che anche noi abbiamo fatte nostre queste parole, latine o italiane, ogni volta che ci siamo congedati da uno dei nostri parenti, amici o conoscenti. Ed è molto verosimile che queste saranno le parole che mi sovverranno quando il due novembre aprirò il cancello del Campo santo per rendere visita ai defunti. Gli anni della vita dell’uomo sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica e dolore, passano presto e noi ci dileguiamo.

Lo affermava il Salmista parecchi secoli prima di Cristo. Sì, conosciamo la fatica che accompagna l’esperienza di ogni vita umana; ma anche il sollievo arrecato dal riposo. È bello auspicare che chi ci ha preceduti e che non è più fisicamente con noi goda ora di un riposo eterno. Varcata la soglia del cimitero, mi soffermerò magari dapprima presso la tomba di un amico prematuramente scomparso, con il quale ho condiviso qualche fatica, sul lavoro, nell’apprendimento, nello svago. Il mio auspicio si trasformerà allora anche in richiesta di condivisione di un benefico riposo al termine di ogni mia fatica quotidiana, settimanale, annuale. Forse porterò con me una candela che, meteo permettendo, vorrò accendere proprio sulla tomba di chi ne ha tenuta una in mano il giorno del mio battesimo. Una luce che accompagna la nostra vita. Già il Salmista diceva: È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce.

Una luce che, in tempi bui e calamitosi come sono quelli che stiamo vivendo, qualche volta facciamo fatica a scorgere. Ma per loro, per coloro che hanno ormai oltrepassato la soglia di ogni tenebra, splende perpetuamente. Nelle mie mani avrò forse anche un ramoscello d’ulivo. Da tempo immemorabile simbolo della Pace. Nel becco di una colomba dopo uno sconvolgimento epocale, nelle mani di una folla esultante nell’accogliere il Principe della pace, graffiato sui muri diroccati di un edificio di Gaza. Un simbolo di uno dei più profondi desideri umani. Anche il Salmista invocava: Chiedete pace per Gerusalemme... Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”

Una pace che però per molti contemporanei resta una chimera. Lascerò il rametto di ulivo presso la lapide di un conoscente morto violentemente. Troppe le delusioni della vita, troppi gli ostacoli da superare, troppe le insicurezze e, in fine, solo un vortice che lo ha travolto e portato con sé. Fiducioso che solo la misericordia di Dio conosce fino in fondo il cuore dell’uomo, le sue sofferenze, i suoi limiti, i suoi inganni. Riposo, luce e pace: invocati, auspicati, condivisi, ricordando chi ci ha preceduti nel varcare la soglia della vita eterna.

*frate al Santuario della Madonna del Sasso a Orselina

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