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Pier Giacomo Grampa, 90 anni da prete umanista e vescovo di frontiera

di Lorenzo Planzi*

Don Mino Grampa è passato alla storia quale rettore del Collegio Papio e poi quale vescovo di Lugano. Ma anche i suoi anni giovanili ci raccontano del suo essere, fino al midollo, un prete umanista. Nato a Busto Arsizio nel 1936, il suo carattere libero e forte, ma soprattutto lo Spirito, lo conduce da Milano a Lugano, ad Innsbruck, dove consegue la licenza in teologia. Ordinato prete è il 6 dicembre 1959. Dal 1965 è vicerettore al Papio di Ascona. Mentre dal 1975 diviene, per quattro anni, parroco in Vallemaggia, ad Aurigeno e Moghegno, aiutando queste comunità rurali a recuperare il ritardo nell’aggiornamento del Vaticano II. Ma i suoi studenti asconesi rivogliono don Mino a tutti i costi. In una lettera alla curia reclamano, nel 1979, il suo ritorno al Papio: «Sul piano umano sembra il più adatto ad adempiere al difficile compito della conciliazione tra gli ordinamenti rigidi dell’Istituto e le esigenze di una turbolenta gioventù moderna».

Un profilo atipico, anzi speciale, quello di don Mino, che lo avvicina a quello di un Papa speciale, Francesco. I due, che ho avuto il dono di conoscere da vicino, sono accomunati dall’esperienza quale pastori e docenti, ma anche dall’essere lettori del mondo, cioè ricercatori dello stupore e del senso che giunge attraverso l’altro. Don Mino, come Francesco, è maestro di dissidenza verso una cultura dominante acritica e piegata a logiche disumane, non temendo di annunciare il Vangelo e dire la verità anche quando è scomoda.

Don Mino è e rimane un vescovo di frontiera, vicino ai lontani, pastore della tenerezza di Dio. Anche da vescovo emerito accompagna la grandezza e la piccolezza dell’uomo, celebra battesimi, è catechista per i bambini di Loverciano, accompagna i fedeli alla vita eterna.

Tra i tanti ricordi che ci legano, vorrei dirne almeno tre. Da anni trascorriamo insieme la cena di San Lorenzo, ogni 10 agosto, e proprio durante una di quelle serate don Mino mi ha proposto di scrivere la storia del Collegio Papio, che è diventata un libro scritto praticamente a quattro mani.

Un secondo ricordo sono le visite romane di don Mino, negli anni in cui ho studiato e lavorato nella Città eterna. In quelle giornate preziose (immancabile l’amatriciana da Romolo) ho sperimentato il suo amore per la Chiesa universale.

Infine, nel periodo straziante della pandemia, quando la messa è scomparsa dalle nostre parrocchie, don Mino mi ha telefonato per invitarmi a partecipare ogni domenica all’eucaristia nella sua cappella di Loverciano, insieme alle sue tre suore (le autorità consentivano le celebrazioni in cinque persone al massimo). Ogni domenica mattina è stato un dono speciale, in quel periodo surreale, partecipare alla messa celebrata da don Mino e poi condividere la colazione. Sono momenti che mi ispirano ancora oggi nel mio cammino di insegnamento e ricerca. Grazie caro don Mino, tantissimi auguri per i tuoi 90 anni e resta sempre quello che sei!

* storico

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