Le attività quotidiane del parroco sono passate dagli incontri comunitari e a tu per tu, alle telefonate, soprattutto ad anziani e persone malate. È la vita parrocchiale al tempo del coronavirus in Ticino. «La gente di Chiasso sta vivendo questo momento, un po’ come tutti: con smarrimento e ansia. Però, avvertiamo anche con più lucidità di prima, la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca: il virus non si ferma alla dogana». Così descrive la situazione nella parrocchia di confine il parroco, don Gianfranco Feliciani. «Quindi, forse più per forza che per prossimità, ora scopriamo che siamo “condannati” all’unità e alla fraternità ». Così la pensa don Gianfranco. Il parroco corre alle immagini televisive dei giorni scorsi, quelle della gente in fuga dal nord Italia. «Mi ha molto impressionato la schietta confessione di uno dei tanti “fuggitivi” dalla zona rossa della Lombardia: «Mentre mi precipitavo ad abbandonare Milano per ricongiungermi alla mia famiglia, – ha raccontato – pensavo ai migranti sui barconi che fuggono dalla guerra e dalla fame. Fino all’altro ieri anch’io ero fra quelli che sostenevano di ricacciarli indietro a cannonate. Adesso ho vergogna!». Don Gianfranco conclude: «Da questa emergenza del coronavirus, ancora una volta, viene a noi un monito severo: siamo chiamati a cambiare i nostri stili di vita, a ritrovare quella ecologia integrale di cui parla papa Francesco nella “Laudato si’”, a convertirci dall’idolatria di una crescita economica sfrenata, alla gioia della condivisione e della sobrietà. Il pianeta è in pericolo ed occorre, da parte di tutti, un salto di qualità: è il momento di costruire una nuova umanità fondata sul senso della dignità e della sacralità della persona».
A Faido, padre Edy Rossi-Pedruzzi, ci spiega che in valle, l’emergenza pandemia si avverte meno rispetto ai grossi centri. Dal suo profilo social il frate cappuccino segue il resto del mondo. «Resto incredulo a leggere su facebook che qualcuno ha definito l’epidemia un castigo divino. Grazie a Dio – commenta fra Edy – queste idee assurde volano alte sulla testa della nostra gente, che ha una fede molto più equilibrata». A Faido, come negli altri ospedali del Cantone, c’è un servizio di cappellano. «Seguiamo le direttive che abbiamo ricevuto e per ora ci rechiamo in ospedale quando ci chiamano per le urgenze o per l’unzione degli infermi, ma abbiamo sospeso le visite ordinarie ».
Don Marco Dania, parroco di San Nicolao a Lugano-Besso, prende spunto dal santo svizzero a cui è dedicata la sua chiesa. Il 21 marzo prossimo si ricorda, infatti, l’anniversario della morte dell’eremita avvenuta nel 1487. «San Nicolao è una chiesa votiva che è stata edificata 70 anni fa, perché l’allora vescovo di Lugano, Angelo Jelmini, aveva fatto un voto al santo eremita: se il Ticino e la Svizzera fossero stati preservati dalla guerra, avrebbe edificato un santuario a lui dedicato. E così è avvenuto », ci spiega don Dania. Don Marco esorta quindi a pregare San Nicolao e soprattutto a considerarlo un esempio in questo tempo dove siamo tutti invitati dalle autorità a misure e comportamenti responsabili nella limitazione dei contatti e quindi ad una inusuale solitudine, che però può essere riempita di senso, di ricerca di sè stessi e anche di Dio.
Federico Anzini e Cristina Vonzun