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Dalle docce ai pasti caldi a Termini: reportage sulla carità del Papa

ANDREA TORNIELLI
ROMA

Città del Vaticano, ore 20.10, a pochi metri dalla Porta di Sant'Anna. Un furgone Ducato Fiat di colore grigio con il bagagliaio zeppo di cibo in scatola, latte, succhi, cassette di frutta, kit con spazzolino e dentifricio. Un piccolo gruppo di persone prima di salirvi recita il Padre Nostro. Ci sono due vescovi - uno eletto ma non ancora consacrato - insieme a delle suore e a cinque guardie svizzere fuori servizio, in jeans e giubbotto. Sta per iniziare l'ultimo atto di una giornata che abbiamo trascorso nella Roma più nascosta, quella degli «invisibili»: i senzatetto che vivono per la strada. Poveri che la Chiesa, le parrocchie e le associazioni della città, come per esempio la comunità di Sant'Egidio, hanno sempre aiutato e continuano ad aiutare in tanti modi. Ma che ora sono diventati il centro  dell'attenzione: iniziative che si moltiplicano, il contagio della carità. Francesco non soltanto ha aperto per loro un servizio doccia sotto il colonnato, da dove inizia il nostro viaggio, ma li ha anche coinvolti nella distribuzione dei piccoli vangeli o dei libretti di preghiere regalati ai pellegrini dopo l'Angelus. E li ha voluti invitare a visitare la Cappella Sistina, accogliendoli personalmente e dicendo loro: «Questa è casa vostra!».

Le docce sotto il colonnato

Ore 12.10, colonnato di destra guardando la basilica. La giornata è tersa, luminosa, con la Settimana Santa già iniziata i turisti che affollano San Pietro e dintorni sono tantissimi, pur in assenza di cerimonie. In un angolo neanche troppo discreto si avvicinano altri pellegrini. Hanno zaini, capelli lunghi, abiti sdruciti. Trovano posto sulle sedie di plastica e panchine in ferro battuto in quella che è diventata un'improvvisata sala d'aspetto. Attendono il loro turno per usare le tre docce messe a disposizione da Francesco, costruite ad hoc ristrutturando i bagni per chi visita la basilica. Ogni giorno i senzatetto che vengono a lavarsi qui sono un'ottantina. Il doppio di quanto aveva previsto il vescovo Konrad Krajewski, Elemosiniere del Papa, che ha organizzato il servizio dei volontari. Il martedì è il turno dell'Unitalsi. Niente nomi, niente foto per questi uomini e queste donne. C'è chi accoglie l'ospite per consegnargli un telo da bagno usa e getta, biancheria pulita dell'adeguata misura, una piccola confezione di bagnoschiuma e shampoo, un rasoio usa e getta. E alla fine del percorso, prima dell'uscita, offre una merendina. C'è chi pulisce ogni doccia appena questa è stata usata. Non sono bagni di lusso, ma moderni e dignitosissimi. Sul fondo si scorge una piccola sala da barbiere. Un uomo in maglione grigio, con gli occhiali color rosso scuro e la barba incolta, ha appena servito un giovane dalle braccia tatuate con l'orecchino. È uno dei barbieri che garantiscono quotidianamente una quarantina di tagli, barba capelli. Anche lui chiede l'anonimato. «Sono entrato a lavorare nella barberia di mio padre quando avevo dieci anni. E per trent'anni ho fatto il barbiere al Senato. Ho tagliato i capelli a qualche padre della Patria, ai politici della prima e della seconda Repubblica, ora faccio lo stesso con i senzatetto a San Pietro. Non sempre fanno prima la doccia prima di accomodarsi qui... E io cerco di accontentarli, perché hanno le loro richieste anche per quanto riguarda lo stile del taglio».

Il pettine di Gangaweera

Arrivano altre persone, uomini e donne. Ci sono italiani ormai habitué. Ci sono romeni. Una ragazza con un cappello di lana grigia e lo sguardo triste un po' perso nel vuoto è seduta accanto a suo padre, un giovane spagnolo con la barba e i capelli lunghi e chiari. Dallo zaino spunta una chitarra. Si chiama Roberto Carlos, «sono un compositore cristiano», dice. «Ho 34 anni, vengo da Malaga e vivo suonando nel parcheggio del Gianicolo, ma la vita è dura, ci sono bande di borseggiatori, ricevo minacce...». Carlos e la figlia abitano in una casa abbandonata e diroccata alla periferia di Roma. La doccia a San Pietro è diventata un appuntamento fisso. «Ma l'acqua dovrebbe essere più calda», sottolinea. In un angolo, con il cappellino in testa, c'è un orientale, anche lui in attesa del turno. Si chiama Gangaweera Virkam, 60 anni, originario di Singapore. Nella vita passata era un manager che si occupava di import-export, sposato a una donna italiana dalla quale ha avuto una figlia. «Quattro anni fa mi hanno buttato fuori di casa. Ho perso tutto. Vivo sotto il ponte dell'Auditorium, mangio grazie agli avanzi di cucina di un ristorante e a volte vado a cercare qualcosa nei bidoni dei mercati. Grazie a Papa Francesco vengo a fare la doccia qui». Gli chiediamo se ha usufruito del servizio di barberia. Gangaweera sorride, si toglie il cappello e mostra la sua calvizie: «Pensi che per Pasqua un sacerdote mi ha regalato un pettine, ma a che mi serve?».

Le ronde della carità

Ore 20.45, via Marsala, stazione Termini. Il furgone grigio proveniente dal Vaticano arriva quasi in contemporanea a un altro, di colore bianco. Sul marciapiede esterno della stazione, tra il via vai dei passeggeri e il caos delle auto e dei taxi, centinaia di senzatetto hanno già formato una lunga e composta fila. Qui ogni martedì sera s'incrociano gli aiuti della carità del Papa con quelli che l'associazione ABC (Assistenza, Beneficenza, Carità) un gruppo nato dalla delegazione romana dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. In pochi minuti si montano dei tavoli di plastica, vengono scaricati contenitori con cibi caldi. Le donne hanno la precedenza, sfilano per prime e per prime vengono servite. Galateo homeless. Ognuno riceve una porzione di pastasciutta e un trancio di pizza. Poi ci sono bicchieri di carta con all'interno una porzione di dolce fresco di pasticceria, quindi una scatoletta di tonno, un uovo, mezzo litro di latte. Infine un bicchiere d'acqua o di succo di frutta. I pasti disponibili questa sera sono 290, raccolti grazie a forni, pasticcerie, donazioni, ignoti benefattori. E il giovedì sera la stessa scena si ripete alla stazione Tiburtina. Davanti ai volontari, preti, vescovi, guardie svizzere ma anche esponenti della nobiltà romana che chiedono rigorosamente l'anonimato, sfilano donne giovani incontrando le quali mai crederesti che vivano per strada, anziani che chiedono doppia razione, tanti giovani africani, un vecchio eritreo con le stampelle in piedi per miracolo. Più di qualcuno fa un secondo e un terzo giro, e chi distribuisce fa finta di niente. Molti sono diventati ormai amici di vecchia data dei volontari, dell'Elemosiniere del Papa, del nobile che coordina la squadra e passa con il cartone di succo per offrire un rabbocco a quanti consumano il loro pasto seduti a terra.

Sulla porta della Sistina

Alcuni dei senzatetto che cenano a Termini grazie a queste ronde della carità erano presenti giovedì 26 marzo nei Musei Vaticani, per la visita guidata. «Me lo aspettavo che Francesco venisse, - confida Pino, maglione blu e cappello di lana in testa, uno dei 150 clochard che hanno potuto ammirare gli affreschi michelangioleschi nella Cappella dove si svolge il conclave - anzi, ne ero certo. Il Papa non è arrivato quando noi eravamo già nella Sistina. È arrivato prima, ci stava già aspettando, ci ha accolto e salutato uno a uno. Ci ha detto che quella era casa nostra». Non c'erano fotografi ufficiali, ma Francesco ha voluto che senzatetto e accompagnatori scattassero tutte le foto che volevano con i loro telefonini. Uno degli ospiti, emozionato, «ha dato il suo telefonino al Papa per farsi fotografare da lui invece che con lui. Francesco non sapeva bene come usarlo. Ha detto: "Io non so come si fa"». Claudio, barba lunga e borsone sulle spalle, un'altra vecchia conoscenza delle ronde della carità, sul marciapiede di Termini chiede ai volontari uno dei piccoli Vangeli che Bergoglio fa distribuire ai pellegrini: «Sono innamorato del Papa!». In pochi minuti, tutto viene smontato, grandi sacchi della spazzatura raccolgono i rifiuti, i clochard si allontanano dopo lo scambio degli auguri di Pasqua. Per chi ha portato il cibo, c'è una breve preghiera finale e la benedizione data a nome del Papa, prima di risalire sui furgoni e lasciare la stazione con la consapevolezza di aver ricevuto molto di più di quello che si è distribuito.

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