di Cristina Vonzun
A Lugano si dedicano - dal 15 al 18 settembre - alcune giornate alla preghiera e alla riflessione attorno alla figura del magistrato siciliano Rosario Livatino (1952-1990) ucciso dalla mafia e beatificato nel 2021 da papa Francesco. Lo scorso mese di maggio la Conferenza episcopale italiana ha dichiarato Rosario Livatino «patrono dei magistrati italiani ». Diversi gli eventi in programma organizzati dalla confraternita San Rocco, dal Seminario San Carlo e dalla Fondazione Centesimus Annus. Ci introduce alla figura di Livatino il magistrato italiano Domenico Airoma, Procuratore della Repubblica italiana presso il tribunale di Napoli Nord e vicepresidente del Centro studi Livatino. Airoma interverrà con una conferenza, giovedì 17 settembre, a Lugano.
Dottor Airoma, perchè la figura di Livatino è ancora attuale?
La sua è una figura certamente attuale da molti punti di vista. Leone XIV, nell’intervento del 25 ottobre 2025 durante il Giubileo degli Uffici cerimoniali istituzionali, ha indicato tre testimoni della necessità di coerenza tra fede, vita e responsabilità nelle istituzioni pubbliche: Alcide De Gasperi, Salvo D’Acquisto e Rosario Livatino. Livatino ha saputo coniugare la ricerca della giustizia con la propria vita, mostrando una profonda coerenza tra il ruolo istituzionale, la professione e la dimensione personale. Per lui la giustizia era uno stile di vita, da praticare non soltanto nelle istituzioni, ma anche nella quotidianità. Oggi, spesso, la crisi dell’autorità nasce proprio dall’incapacità di tenere insieme la testimonianza pubblica e la vita privata. Questa «schizofrenia » è all’origine di una crisi profonda: manca l’autorevolezza, che si conquista invece attraverso la credibilità. Livatino è stato un testimone di questa credibilità, nella capacità di vivere in modo semplice e genuino ciò in cui credeva, sia nella professione sia nella vita personale. Per questo rappresenta ancora oggi un esempio attualissimo per tutti, credenti e non credenti.
Il messaggio di Livatino parla dunque anche a chi non crede?
C’è un passaggio importante di una sua conferenza su «Fede e diritto», nel quale afferma che, nel decidere tra più soluzioni alternative, «il magistrato credente non perderà mai il riferimento al trascendente, alla verità: vedrà sempre nella persona che è chiamato a giudicare un suo prossimo, cioè una persona che riflette l’immagine di Dio». Livatino aggiunge poi che anche il magistrato non credente non perderà questa dimensione, perché sarà chiamato a rendere giustizia in nome del bene comune, comunque riferendosi a una dimensione superiore. Entrambi, quindi, il magistrato credente e quello non credente, non dovranno mai smarrire questa dimensione verticale nel rendere giustizia. È un aspetto che richiama tutti, in particolare i magistrati.
Papa Francesco, quando ricevette in udienza il Centro Studi Livatino, ci richiamò proprio su questo punto: Livatino ha avvertito i giudici a non sentirsi dei superuomini. Non devono mai smarrire l’umiltà nel decidere, né sentirsi padroni della vita altrui, né padroni della norma, che va interpretata ma non manipolata.
Che cosa ci rivela la sua vita spirituale?
La sua è stata una spiritualità drammatica, anche molto combattuta. È arrivato alla cresima in età adulta perché non è mai rimasto in superficie: ha sempre voluto andare in profondità.
Dalle sue agende traspare questo combattimento spirituale. Sentiva di dover vivere la propria vocazione fino in fondo. Questo lo porterà a non abbandonare il posto di lavoro anche davanti alle minacce serie che riceveva. Per lui quella era una vocazione, una missione. Pensiamo che dalle sue agende traspare come la morte fosse avvertita quale orizzonte imminente.
In che modo la Chiesa ha riconosciuto la santità di Livatino?
Nel 1993, quando Giovanni Paolo II si recò ad Agrigento e ascoltò i genitori di Livatino, il Pontefice disse subito che Livatino era «martire della giustizia e indirettamente della fede». Allora non si conoscevano ancora tutte le carte relative al suo caso. Più tardi è emerso che i suoi sicari e i mandanti decisero di ucciderlo perché lo consideravano «incorruttibile in quanto giudice cristiano». Tanto che lo chiamavano, in forma dispregiativa, il giudice «santocchio». Inizialmente volevano ucciderlo davanti alla chiesa di San Giuseppe, dove si recava ogni mattina prima di andare in ufficio. Poi scelsero, come sappiamo, un altro luogo. Il decreto della Chiesa che riconosce il martirio accerta quindi questo passaggio: Livatino venne ucciso in « odium fidei» , in odio alla fede. Non fu ucciso semplicemente in quanto giudice – la sua sorte avrebbe potuto essere accomunata a quella di tanti altri valorosi magistrati, come Falcone e Borsellino – ma nel suo caso, gli assassini lo colpirono «in quanto giudice cristiano ».
La sua incorruttibilità, agli occhi degli assassini, nasceva dalla sua fede.
Che cosa rende la santità di Livatino vicina al nostro tempo?
La santità non è legata soltanto all’impossibilità di professare la fede, come vediamo nei Paesi dove i cristiani vengono martirizzati proprio per questo. Oggi, soprattutto in Occidente, viviamo in un contesto nel quale anche praticare le virtù fino in fondo diventa difficile.
Una testimonianza di vita coerente finisce così con l’essere, in qualche modo, una testimonianza di santità.
Perché in questa epoca vale la pena confrontarsi con la sua figura?
In un mondo popolato da brutte storie e cattive narrazioni, quella di Livatino è una bella storia di cui abbiamo bisogno tutti, giovani e meno giovani.
Biografia di Rosario Livatino, magistrato e martire in Sicilia nel 1990
Il 9 maggio 2021, ad Agrigento, veniva beatificato Rosario Angelo Livatino, magistrato ucciso a 38 anni, « in odium fidei », da killer mafiosi il 21 settembre 1990. In questi giorni, in Ticino, diversi eventi culturali accompagnano il transito di una sua reliquia. Da Canicattì dove nacque ad Agrigento dove venne ucciso, da studente a magistrato del Tribunale dove, per un decennio, fino al 1989, come sostituto procuratore della Repubblica, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune, ma anche della cosiddetta «Tangentopoli siciliana», Rosario Livatino diede vita ad una storia umana e cristiana esemplare. Fu proprio lui, assieme ad altri colleghi, a interrogare per primo un ministro dello Stato italiano. Livatino era il magistrato più produttivo della Procura di Agrigento nel periodo tra il 1984 e il 1988. Si poneva agli antipodi delle logiche schiavizzanti del malaffare, delle pressioni su chi conta, della ricerca del prestigio a tutti i costi, della corruzione, della collusione con i poteri occulti e dell’omertà. «Martire della giustizia e indirettamente della fede», per san Giovanni Paolo II, che così lo definì il 9 maggio 1993 dopo aver incontrato ad Agrigento i genitori di Livatino, caduto tre anni prima sotto i colpi della Mafia. Proprio qualche ora dopo quell’incontro, papa Wojtyla lanciò nella Valle dei Templi il suo famoso e duro anatema contro la mafia. L’omicidio di Rosario Livatino suscitò grande reazione nell’Italia di quegli anni, sicché la sua figura fu studiata e approfondita a lungo. A livello penale furono aperti ben tre processi, dai quali la sua immagine di uomo e di magistrato emerse in tutta la sua limpidezza. Al contempo, anche nel popolo di Dio, e non solo in terra di Sicilia, crebbe la convinzione che Livatino possedesse una personalità cristiana tale da permettergli di andare oltre il piano della giustizia e dell’azione di magistrato. La fede di Livatino era concreta, quella dei «Santi della porta accanto», secondo una espressione di papa Francesco. Ritroviamo questa «concezione pratica della fede» in una frase negli scritti di Livatino, diventata famosa: «quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Lo stesso possiamo dire per il motto sub tutela Dei («sotto la custodia di Dio», abbreviato nella sigla S.T.D), con cui apriva i suoi scritti e che si legge anche nella tesi di laurea. La sua vicenda torna a interpellarci sulla possibilità di essere, ciascuno nel proprio posto, persone credibili. È forse questo il senso più profondo del suo «passaggio» anche alle nostre latitudini: una vita da incontrare e una domanda da raccogliere.
La reliquia, i momenti di preghiera e le conferenze dal 15 settembre
Per iniziativa della confraternita di San Rocco a Lugano, della Fondazione Centesimus Annus del Ticino e del Seminario San Carlo arriva a Lugano un’importante reliquia del beato Livatino: la camicia insanguinata che indossava il giorno in cui venne ucciso dalla mafia. Diversi gli eventi in programma, sia di preghiera che culturali per approfondire la figura del magistrato siciliano:
Martedì 15 settembre nella chiesa di San Rocco a Lugano alle 19: accoglienza della reliquia e preghiera dei Vespri.
Mercoledì 16 settembre nella chiesa di S. Giuseppe alle 7.30: Eucaristia . Segue colazione offerta. Nella chiesa di S. Rocco: ore 12: Preghiera dell’Ora Media; ore 12.15: business lunch e incontro con Giuseppe Canella presso il «LabOratorio Oratorio» di Lugano. Giuseppe Canella è avvocato a Milano. Conobbe di persona il beato Livatino. Alle 19: Vespri con le confraternite
Giovedì 17 settembre nella chiesa di San Rocco: ore 7.45 Santa Messa celebrata da don Willy Volonté; nella Sala San Rocco dalle 18: accoglienza; alle 18.30 conferenza di Domenico Airoma, magistrato e Procuratore della Repubblica italiana presso il Tribunale di Napoli nord. Vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, da anni ne approfondisce e diffonde la testimonianza, con particolare attenzione al rapporto tra fede, giustizia e responsabilità professionale.
Venerdì 18 settembre in San Giuseppe: 7.10 preghiera delle Lodi mattutine; 7.30 S. Messa.