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Una testimonianza per l'oggi. Rivive all'USI la storia dei Martiri di Algeria

di Laura Quadri

“Una proposta di dialogo tra persone di fedi religiose diverse, di cui abbiamo bisogno, ma sentiamo anche una grande assenza”. Si è aperta così, ricordando il profondo significato della scelta di vita dei 19 martiri di Algeria, oggi Beati, la serata di riflessione e testimonianza “Fedeli all’incontro”, martedì 5 maggio all’auditorio dell’Università della Svizzera italiana: un’occasione di riflessione importante, a cui hanno risposto in molti, e che ha visto dialogare, sulla testimonianza dei martiri di Algeria, Martino Diez, Direttore scientifico della Fondazione Internazionale “Oasis” e professore all’Università Cattolica di Milano e Luan Afmataj, Imam della Moschea di Bellinzona, moderati dal giornalista Claudio Mésoniat.

A fornire in modo particolare lo spunto la mostra “Chiamati due volte. I martiri di Algeria”, mostra portata in Ticino, presso la Facoltà di Teologia di Lugano, dal Centro culturale della Svizzera italiana e allestita un anno or sono in occasione del Meeting di Rimini, grazie al lavoro e all’iniziativa congiunta di “Oasis” e dalla Libreria Editrice Vaticana.

Una santità del quotidiano

Ad aprire la serata, dopo il saluto portato per mons. de Raemy dal delegato ad omnia don Jean-Luc Farine, il videomessaggio del card. Jean-Paul Vesco, appositamente inviato per l’incontro. Vesco ha ricordato anzitutto la grande eco avuta dalla mostra stessa, testimonianza, con i suoi molti documenti, di una “fraternità vissuta fino in fondo”, che non appartiene al passato, ma “conserva anzi tutta la sua attualità”.

Dei 19 martiri, inseriti nel contesto della Chiesa algerina, il cardinale ricorda dapprima un aspetto: la loro quotidianità, la normalità del loro vissuto. “La nostra Chiesa è una Chiesa normale, con le sue piccolezze, la sua quotidianità. Ed era così per coloro la cui vita è stata presa. Ma tra di loro ritroviamo dei giganti della spiritualità. La buona novella è che il Signore chiama ciascuno e ciascuna di noi alla santità, ma non ci chiede di essere perfetti, aspetta semplicemente una risposta fedele alla sua chiamata. Ci sono tante maniere di essere fedeli a un comandamento di vita evangelica: il Signore vuole abitare le nostre vite un pezzettino alla volta”.

Un altro insegnamento che deriva dalla vicenda dei martiri di Algeria è che “il Signore ci vuole Santi tutti insieme. Vuole un popolo di Santi, una testimonianza comunitaria di santità. La santità non è infatti un concorso individuale, ma siamo tutti chiamati, qualunque sia il nostro stato di vita, i nostri limiti. Questa chiamata fonda la Chiesa.

Diciannove vite per l’Algeria: la lezione d’amore dei martiri arriva a Lugano

22/04/2026

Diciannove vite per l’Algeria: la lezione d’amore dei martiri arriva a Lugano

Diciannove cristiani uccisi in Algeria durante il "decennio nero" (1992–2002) sono i protagonisti della mostra Chiamati due volte, ospitata a Lugano dal 29 aprile al 7 maggio. Un percorso di fede, amicizia e dialogo che interroga anche la nostra convivenza con i musulmani in Ticino.

Martiri con i musulmani

La vicenda ha un significato particolare soprattutto per il dialogo interreligioso. “La forza della testimonianza dei martiri di Algeria è di non essere stati uccisi da musulmani, ma con dei musulmani. Se si pensa a loro come a dei cristiani uccisi in odio alla loro fede, si perde il senso della loro testimonianza. Non sono stati uccisi per la loro fede ma per aver scelto di rimanere in Algeria, proprio in nome della loro fede in Cristo, a fianco di un popolo musulmano travolto dalla violenza. La decisione di restare è stata una risposta alla fraternità incondizionata, tanto più che essa ha oltrepassato le barriere culturali e religiose. Mai sapremo quanto sono stati protetti, prima di essere uccisi, dai loro vicini musulmani tutti quegli anni: sicuramente tanti! Il loro martirio è una risposta di amore ai gesti d’amore fraterni da parte dei musulmani”.

“La mia convinzione profonda – ha concluso Vesco – è che la fraternità culmina con l’amicizia, che è il punto più alto dell’amore umano. Spingere l’amore fino a rifiutarsi di vedere in qualsiasi fratello in umanità un nemico è il culmine della fraternità. Voglio ricordare la testimonianza del priore di Tibhirine. Giunse a una convinzione: non posso chiedere alla persona che mi sta davanti di disarmarsi, se non chiedo a Dio, dapprima, di disarmare me e disarmaci in comunità.

Disarmalo, disarmami, disarmaci: quale preghiera più urgente potremmo rivolgere al Signore in questo tempo di guerre, per diventare testimoni credibili di fraternità?.

Una storia per l’oggi

Quindi, a prendere la parola, Martino Diez: “Ho cominciato questo lavoro a gennaio dello scorso anno.

Avevo sentito parlare dei martiri perché il card. Scola mi aveva sempre detto come il testamento del priore di Tibhirine, tra i martiri, non solo rappresentasse un vertice teologico della spiritualità, ma fosse anche una delle pagine letterarie più alte del Novecento.

Allestire la mostra è stata davvero una sorpresa: al Meeting ha avuto oltre 15 mila visitatori in una settimana. Oggi vi sono le versioni in inglese e francese, mentre i Vescovi algerini stanno pensando a una versione in arabo. Ma il vero cambiamento avviene interiormente. Alcuni visitatori ci hanno detto di essere venuti a visitarla in modo prevenuto ma dopo aver letto e ascoltato il testamento del Priore di Tibhirine si commuovevano e uscivano cambiati. Perché colpisce? Perché è insieme una storia, con la potenza di un fatto avvenuto, con persone reali, con degli scritti, ma è anche una storia che ha dentro degli spunti che parlano molto all’oggi. Una storia che può parlare anche se non siamo in Algeria”.

Il pubblico alla serata
Il pubblico alla serata "Fedeli all'incontro", a Lugano, il 5 maggio con il Centro culturale della Svizzera italiana

Fedeltà e dialogo

Uno degli elementi per cui parla a tutti “è il tema della fedeltà. Riprendendo un’espressione usata dal postulatore della causa di beatificazione, abbiamo voluto ricordare sin dal titolo della mostra, come i martiri di Algeria siano stati “chiamati due volte”: sono tutti religiosi, sacerdoti, vi è tra di loro anche un vescovo, dunque con una vocazione particolare alla vita consacrata, ma la loro seconda vocazione è stata quella di scegliere di restare in Algeria. La guerra civile algerina porterà a 200 mila morti in 10 anni. Sin dall’inizio, l’episcopato algerino lascia ai cristiani la libertà di scegliere che cosa fare. È importante ricordare che la Chiesa di Algeria aveva già attraversato una pagina drammatica al momento della decolonizzazione: allora, un milione di francesi era stato scacciato in tre mesi. La Chiesa cattolica algerina si era così ritrovata a vivere, da un giorno all’altro, con strutture vuote e parrocchie disabitate. Chi resta, deve trovare modalità nuove di presenza. Allo scoppio della guerra civile, la questione si ripropone. Chi sceglie di rimanere rimane per fedeltà”.

Un’altra parola al cuore della vicenda dei martiri di Algeria, “è il dialogo. Chi è restato in Algeria dopo la partenza dei francesi si è dovuto chiedere come entrare in relazione con i musulmani in modo nuovo e che tipo di rapporto instaurare.

A tutt’ora i Vescovi del Nordafrica definiscono le loro comunità “Chiese della visitazione”: Chiese che vanno ad incontrare il popolo musulmano.

Ma negli stessi cattolici ci sono idee molto diverse sul tipo di rapporto da instaurare. C’erano idee diverse anche tra i monaci di Tibhirine. Nella mostra abbiamo cercato di leggere queste idee accostandole al documento “Dialogo e annuncio” (1991) del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, documento che nasce dall’esperienza della chiesa nordafricana. Anzitutto, vi è la possibilità di un “dialogo di vita”: quel dialogo con i fratelli musulmani che possiamo instaurare tutti nella nostra quotidianità, lì dove ci troviamo. Poi il “dialogo delle opere”: significa compiere insieme opere per lo sviluppo integrale della persona, tratto caratteristico in Algeria di molte scuole, biblioteche, e istituzioni, realizzate spesso nei quartieri svantaggiati di Algeri. Terza e quarta forma sono il dialogo teologico e il dialogo dell’esperienza religiosa: dove si arriva a condividere anche l’esperienza di fede. I martiri difesero idee diverse al riguardo. Il vescovo di Orano Pierre Claverie era da esempio molto interessato al tema della differenza tra cristiani e musulmani. Christian de Chergé parlava invece di unità in Dio: la bellezza di trovarsi insieme davanti a Dio. Una unità che però nel suo Testamento definisce in modo trinitario: uniti nella differenza”.

Un messaggio di pace

A concludere la serata la testimonianza di Luan Afmataj. Giunto in Ticino per sua stessa richiesta alla comunità musulmana, ha studiato alla Facoltà di Teologia di Lugano, proprio per approfondire la fede dei cristiani. Alla serata ha portato una riflessione sul tema della pace nel Corano, chiara e inequivocabile: “Nel mondo musulmano la storia viene spesso insegnata da una sola prospettiva. Si guarda alla Francia che ha massacrato l’Algeria musulmana.

La vicenda dei martiri di Algeria ci insegna che forse dobbiamo guardare la storia da punti di vista diversi, non solo quelli che ci interessano.

Qualcuno che crede in Dio, che ha fede nel suo Creatore, non può fare del male. Nel Corano è introdotta una distinzione: al mondo ci sono le persone che vivono senza fede nel cuore e, poi, gli uomini di Dio, coloro che credono. Sicuramente uccidere un essere umano è uno dei peccati più grandi. Ma uccidere degli uomini di Dio per il Corano è peccato ancora più grande. Né nel Corano né nella tradizione profetica né tra i sapienti musulmani, è lecito dire che si possa uccidere. Non c’è nessun motivo. Anche noi ricordiamo i martiri per la fede e la cosa più bella che si possa fare, insegna l’Islam, è pregare per loro”.

La mostra “Chiamati due volte” è visitabile fino a domani presso la Facoltà di Teologia di Lugano.

Per approfondire la vicenda dei martiri di Algeria, è a disposizione il catalogo della mostra (Libreria Editrice Vaticana): “Chiamati due volte. I martiri di Algeria”, a cura di Lorenzo Fazzini e Chiara Pellegrino, pref. del card. Marcello Semeraro.

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