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Grégoire Ahongbonon a Breganzona: in Africa toglie le catene ai malati psichici

di Federico Anzini

Ha cominciato lavando i malati abbandonati nell'ospedale di Bouaké, in Costa d'Avorio, e pagando di tasca propria le loro medicine. Quarant'anni dopo, Grégoire Ahongbonon è alla guida di una rete di centri psichiatrici che copre quattro Paesi dell'Africa occidentale. Giovedì 10 settembre alle 20.30, al centro parrocchiale di Breganzona in via dott. G. Polar 35, porterà la sua testimonianza nella serata «Oltre le catene», promossa da ACTA e dall'Associazione Jobel. Con lui dialogherà lo psichiatra Marco Bertoli.

Il gommista che voleva morire

Figlio di contadini, nato nel 1953 nel villaggio beninese di Ketoukpe, Ahongbonon arriva a Bouaké nel 1971. Ripara pneumatici, poi mette in piedi una società di taxi. L'attività fallisce. Sprofonda nella depressione e pensa al suicidio. A rimetterlo in cammino è un missionario, che lo porta in pellegrinaggio a Gerusalemme: in un'omelia sente dire che ogni cristiano dovrebbe portare una pietra alla costruzione della Chiesa. Tornato a Bouaké va a cercare la sua nell'ospedale generale.

Il gruppo di carità nato nel 1983 attorno a lui e alla moglie diventa nel 1991 l'Association Saint Camille de Lellis. Poi l'incontro con un uomo che frugava nudo nella spazzatura sposta tutto sui malati mentali: quelli che nei villaggi si legano a un albero e si lasciano lì, perché il delirio è letto come possessione.

Chi cura è chi è stato curato

Dal 1993 aprono i centri di accoglienza e cura, dal 1995 quelli di riabilitazione, dove chi sta meglio impara un mestiere prima di rientrare in famiglia. Nel 2003 nasce la Fraternità «Oasi d'amore», per chi sceglie di dedicare la vita a questo servizio. L'esperienza arriva in Benin nel 2004, in Togo nel 2015, e si allarga al Burkina Faso.

Oggi la Saint Camille gestisce in Costa d'Avorio quattro centri di cura, due di riabilitazione, un ospedale e una farmacia. In Benin, centri ad Avrankou, Bohicon, Djougou e Cotonou, un ospedale con maternità ad Adjarra e ventiquattro «relais» per consultazioni e distribuzione di farmaci.

Buona parte del personale è composta da ex pazienti diventati infermieri; gli specialisti arrivano a periodi, dal Canada o dalla Francia. Il metodo, spiegò Ahongbonon ad Avvenire nel 2019, sta tutto in una frase: «Si tratta di restituire loro fiducia e dignità». Nel 2015 il quotidiano nigeriano Daily Trust lo ha nominato africano dell'anno.

Il vuoto attorno

Secondo l'Ufficio regionale africano dell'OMS la spesa pubblica media per la salute mentale nella regione è di 46 centesimi di dollaro per abitante, contro i due raccomandati per i Paesi a basso reddito; l'ultimo Mental Health Atlas conta circa uno psichiatra ogni milione di abitanti nei Paesi poveri.

Marco Bertoli, che dirige il Dipartimento Dipendenze e Salute Mentale dell'ASUFC, l'azienda sanitaria del Friuli centrale, visita quei centri da tre decenni ed è volontario di Jobel. Eugenio Borgna, tra i maestri della psichiatria italiana, morto nel dicembre 2024, aveva parlato di modelli di cura «non lontani da quelli che hanno consentito a Franco Basaglia di realizzare una psichiatria aperta alla comprensione della follia». Basaglia è lo psichiatra che smantellò i manicomi italiani: la legge del 1978 che li ha chiusi porta il suo nome.

Il filo che passa dal Ticino

In Ticino la vicenda non è nuova: gli organizzatori ricordano un reportage della RSI girato nel 1999 in Costa d'Avorio, «Tra i dannati della terra», che mosse una raccolta di solidarietà. Poi è arrivata ACTA, l'Associazione cooperanti ticinesi associati di Lugano, che ha finanziato a Bouaké un centro di riabilitazione per sole donne, con corsi da parrucchiera e sarta e un asilo annesso.

Chi andrà a Breganzona giovedì sera non troverà un esperto con le slide, ma un uomo che ha toccato il fondo — il fallimento, l'idea di farla finita — e che da lì ha ricavato l'unica competenza che gli serviva: sapere che cosa significa essere l'ultimo. È anche la ragione per cui nei suoi centri chi cura è spesso chi è stato curato.

Lui le catene le ha tolte dal corpo di molti uomini lasciati morire abbandonati. Il seguito però è un'altra cosa, ed è la parte che conta: i nomi di chi è tornato a casa, il mestiere imparato, la famiglia ritrovata. Che cosa ha imparato in quarant'anni, glielo chiedono spesso. La risposta non riguarda la psichiatria, riguarda lo sguardo: «se nel malato psichiatrico vedi il volto di Gesù, non hai più paura». Questo è il motivo per cui continua a cercarli e a liberarli.

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