Calendario romano
Sapore e spere, sale e sapienza
di Dante Balbo*
Un'esperienza eccitante, durante la mia prima adolescenza, consisteva nel scendere di nascosto in refettorio e rubare una rosetta, per condirla con olio e sale. Pane e sale sono il segno dell'ospitalità beduina, per me erano trasgressione, ma anche il gusto mai dimenticato di un sapore intenso e ricco. Quando Gesù, continuando il grande discorso dal monte delle Beatitudini, paragona i suoi discepoli al sale della terra, mi ricorda che le cose vere hanno sapore, riempiono la vita, danno un senso di appagamento, di stare al posto giusto. Per questo sapere e sapore sono simili. Si dice nel Salmo, gustate e vedete come è buono il Signore. Geremia dice: quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità. Gesù continua a proporsi come modello per i suoi e propone loro di essere luce del mondo, anche se questo è un titolo che per primo gli appartiene. Anche nei cibi, come la luce rende visibile la bellezza del mondo, il sale, se ben calibrato, esalta i sapori degli ingredienti, facendoci riconoscere l'armoniosa complessità di un buon piatto. Essere sale della terra è possibile se ci lasciamo insaporire dal contatto con Gesù, che dà sapore alla vita, perché non la fugge mai, vi si immerge, la trasforma, le offre quella pienezza che ricorda un cibo fragrante. Gesù lo sa che il sale si può corrompere, se si mescola ad altri detriti, alla polvere, o viene dilavato dalla pioggia che quotidianamente fluisce e appiattisce il nostro gusto. Perciò richiama i suoi a conservare questa caratteristica di sapienza, che deriva dal nutrirsi di Lui, vero cibo che illumina l'esistere. Sale e luce sono insieme: lo constatiamo quando incontriamo un uomo o una donna di Dio, che illumina il mondo intorno, lo rende bello e saporito. Non vorremmo mai andare via e ci passa persino la fame. Gesù non dice che dobbiamo diventare luce o sale, ma che lo siamo già, perché siamo suoi, illuminati dalla sua presenza, salati dalla sua sapienza, per rinnovare il mondo intero. Il Respiro spirituale di Caritas Ticino
Calendario ambrosiano
La Domenica detta del “Perdono”
di don Giuseppe Grampa
Uno studioso della Scrittura sacra chiama la pagina che abbiamo appena letto «perla sperduta della tradizione antica». Perla perchè come altre pagine evangeliche è racconto mirabile, bello come perla preziosa, del volto di Dio, volto di misericordia. Ma perchè «sperduta»? Perché questa perla bellissima manca nei manoscritti più antichi che ci hanno trasmesso l’evangelo di Giovanni. Solo nel terzo secolo un documento della chiesa siriana menziona questo episodio. È significativo il fatto che in alcuni dei più antichi manoscritti che appunto non riportano la nostra pagina odierna, il copista abbia lasciato uno spazio bianco. Come se la penna del copista si fosse fermata davanti a questo episodio ad un tempo bellissimo e problematico. Questa donna non ha un nome; in realtà ha il nome di ognuno di noi, mi rappresenta, ci rappresenta. Ci rappresenta non per le nostre eventuali trasgressioni nel campo della fedeltà coniugale, ci rappresenta per la nostra incredulità. Spesso Gesù si rivolge ai suoi contemporanei apostrofandoli così: «Generazione adultera e incredula». Ma perché l’incredulità è indicata come adulterio? Perché l’incredulità è venir meno all’alleanza tra Dio e il suo popolo che è indicata nella Scrittura sacra, come relazione sponsale. La formula dell’alleanza: «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» è formula di reciprocità: Io per voi e voi per me, proprio come la parola di fedeltà che l’uomo e la donna si scambiano: «Io per te e tu per me, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia finchè la morte non ci separi». Nella donna senza nome siamo rappresentati noi tutti nella nostra quotidiana infedeltà a Dio, nella nostra incredulità, nel nostro abbandonarci nelle braccia di altri amanti. I farisei vorrebbero escludere con la forma più radicale di esclusione-la morte-questa donna segnata da una grave colpa. E si aspettano che Gesù ratifichi la loro intenzione. Ma l’evangelo non è parola di esclusione per nessuno, anzi è parola di accoglienza per tutti.