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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (24 gennaio 2026)
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  • I commenti al Vangelo di domenica 7 dicembre

    Calendario romano

    Dal deserto la Carità ci trasforma

    di Dante Balbo

    Due sono i deserti che ho incontrato nella mia vita: uno vero e proprio, durante il pellegrinaggio in terra santa, l'altro in una sera nell’orto del Getsemani. Nel primo ho avvertito la singolarità del luogo, nel silenzio rarefatto, nell’assoluta assenza di acustica, mai provata altrove, che mi ha fatto percepire una solitudine estrema e contemporaneamente un senso di attesa, come se solo lì potesse accadere un incontro vero con l’indicibile.

    Nel giardino degli ulivi, mentre il silenzio ci avvolgeva, ho potuto restare un tempo ad ascoltare il racconto degli alberi che mi portavano l’agonia del Maestro. Ricordo che non sono riuscito a dire nulla, se non a suonare delicatamente una chitarra, pensando che non avevo niente da dare al mio Signore, ma che se voleva gli facevo un po’ di compagnia.

    Per incontrare il datore di Vita è necessario il silenzio, il momento privilegiato in cui la particolarità dei luoghi ci aiuta a non avere più vie di fuga. Allora il Signore è vicino, non in senso temporale, perché arriverà presto, per la morte o per il giudizio, ma perché ci è offerta l’occasione di incontrarlo, come molte volte nella nostra vita, ma in modo speciale, quando la frenesia dell’oggi si placa un istante.

    Giovanni Battista, il profeta che invita alla conversione è anche lui nel deserto, dove convoca i suoi, perché possano ascoltare la voce innamorata del cuore di Dio che li aspetta. Non possiamo cavarcela dicendo che il Battista se la prendeva con i Farisei, che pensavano di essere giusti; anche noi spesso pensiamo che di peccati gravi non ne facciamo, che rispettiamo la legge della chiesa, andiamo spesso a Messa, preghiamo un poco, siamo a posto con il Padre eterno.

    Giovanni potrebbe dire anche a noi che cristiani il Signore ne può far nascere dai sassi, che è un’illusione pensare alla nostra fede come un libro contabile, in cui noi facciamo la nostra parte e Dio deve fare la sua. A lui non interessa se ci pensiamo buoni, ma vuole incontrarci e il deserto, nel segreto della nostra stanza, è il luogo ove il silenzio si fa preghiera, la preghiera gratitudine, la gratitudine la compassione e la carità che Gesù ci insegna.

    Calendario ambrosiano

    Gesù a Gerusalemme e la novità di Dio

    di don Giuseppe Grampa

    L'evangelo di questa domenica di Avvento è come una messa in scena del venire di Dio in mezzo a noi. 
    L'ingresso di Gesù in Gerusalemme è come una vera e propria rappresentazione di questo tempo di Avvento, tempo del venire di Dio in mezzo a noi. Ai molti  titoli che possiamo adoperare per indicare Gesù oggi possiamo aggiungere: il Veniente, Gesù Colui che viene.

    E noi siamo un popolo che attende, perché Qualcuno viene.  
    Non misuriamo forse il tempo a partire dalla sua venuta? 2025 dopo Cristo! 
    Proprio perché il Signore è venuto noi siamo uomini e donne di memoria, chiamati a custodire e trasmettere una memoria. Le parole della fede noi le abbiamo ricevute da altri che prima di noi le hanno ricevute e custodite e trasmesse.

    Ma non siamo solo uomini e donne di memoria, chiamati a custodire e trasmettere quanto abbiamo ricevuto. Il Signore che è già venuto è atteso e noi viviamo nell'attesa della sua venuta. Per questo il cristiano non è solo chiamato a custodire e conservare il passato, la memoria ma anche ad aprirsi al futuro, al nuovo. 
    Niente è tanto distante dallo stile di Avvento quanto il rassegnato pessimismo di chi dice: "Niente di nuovo sotto il sole". Il Signore viene, il tempo non è ancora definitivamente concluso, noi non siamo chiamati solo a ripetere il passato ma siamo chiamati ad aprirci a colui che viene, alla sua novità. L'evangelo di questa domenica annuncia la venuta del Signore nella città, a Gerusalemme dove entra non a cavallo, cavalcatura propria della guerra, ma in groppa ad un asino. Viene nella città perché la sua parola che è certo anzitutto rivolta alla coscienza e alla libertà di ogni uomo è altresì una parola per la città, per la convivenza civile. Quando la Chiesa alza la sua voce a difesa dei soggetti più deboli della società, contro la precarietà del lavoro, per il rispetto della dignità di ogni uomo senza discriminazioni, è fedele al suo Signore venuto nella città e per la città. E viene sull'asino. 
    Oggi questo asino è la Chiesa. E' lei che porta Gesù ma in verità è Lui, il Signore, che la porta e la sostiene.

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