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Il buon affare o il giusto prezzo? Il vero costo etico della fast fashion

Comprare una maglietta a 5 franchi è un buon affare? No, molto probabilmente si tratta di un'ingiustizia alla quale l'acquirente contribuisce.

Incuriosita dal boom della moda usa e getta (fast fashion), una recente inchiesta della RTS si è recata nella città di Guangzhou, dove vengono fabbricati i vestiti che si possono acquistare a prezzi incredibilmente bassi su diverse piattaforme online. Lì si trovano numerosi piccoli laboratori in cui gli operai, spesso venuti da una provincia lontana, lavorano in condizioni molto precarie, senza contratto, spesso 12 ore o più al giorno, con quasi nessun giorno di riposo, in condizioni prive di sicurezza e naturalmente senza assicurazioni sociali.

Sono già diversi anni che i giornalisti d'inchiesta ci mettono in guardia sulle ingiustizie legate a questo tipo di consumo. Ma una t-shirt a 5 euro è un affare talmente allettante che nessuno vi resiste.

C'è già qui qualcosa che, dal punto di vista etico, dovrebbe insospettirci. Più un affare viene percepito come vantaggioso, più grande è lo scarto tra il valore reale dell'oggetto e lo scarso valore monetario che gli viene attribuito. Dando 5 franchi per la mia t-shirt, non ne onoro il valore, e non rendo giustizia al coltivatore di cotone, al tessitore, al sarto o ai magazzinieri e agli altri intermediari che hanno contribuito alla sua fabbricazione.

Si potrebbe aggiungere la necessità di rendere anche al creato ciò che gli è dovuto, cioè di compensare l'impatto ecologico del mio acquisto

Gli economisti dispongono di strumenti sottili per fissare un prezzo equo. L'eticista, invece, si interroga sulla presenza della giustizia nei diversi anelli della catena.

È giusto ciò che dà a ciascuno quel che gli è dovuto. Tommaso d'Aquino direbbe addirittura che si tratta di «rendere a ciascuno ciò che gli appartiene». Quando la sarta cuce un abito, mette in quell'oggetto una parte di sé. È questo che il salario, se giusto, deve restituirle, permettendole, a lei e a chi ha eventualmente a carico, di mantenere un livello di vita conforme alla dignità umana.

Si potrebbe aggiungere la necessità di rendere anche al creato ciò che gli è dovuto, cioè di compensare l'impatto ecologico del mio acquisto.

È evidente che i 5 franchi che spendo volentieri per la t-shirt non basteranno a coprirlo. Bisogna quindi fare attenzione alle parole: non sto risparmiando, ma partecipo con il mio acquisto a un circuito economico ingiusto. La sarta di Guangzhou non aveva l'intenzione di farmi un regalo: in tutta giustizia, il mio prezzo dovrebbe restituirle ciò che ha dato.

Lo sforzo mentale richiesto ai singoli cittadini è talmente contro-intuitivo che continueranno a comprare questi vestiti e a sostituirli poco dopo, dato che costano così poco. La presa di coscienza deve essere collettiva, a livello degli acquirenti istituzionali e della politica, per regolare questo commercio ed esigervi il minimo di giustizia necessario.

Lo scambio commerciale può avvenire solo all'interno del quadro più ampio di relazioni che rendono umani

L'etica sociale cristiana, dalle Scritture fino alle prese di posizione contemporanee delle Chiese, ha lanciato numerosi avvertimenti contro la nostra tendenza a privilegiare un godimento futile che si realizza a prezzo dello sfruttamento altrui. Le invettive di Amos contro i ricchi del suo tempo, che «comprano il povero per un paio di sandali» (Am 8,6), restano di totale attualità.

Calvino, nel suo Sermone 142 sul Deuteronomio, ci ricorda magistralmente che lo scambio commerciale può avvenire solo all'interno del quadro più ampio di relazioni umanizzanti che rispettano la dignità di ciascuno dei partner: «L'umanità ci viene raccomandata in generale affinché, quando i poveri lavorano al nostro servizio, non ne abusiamo con superbia come di schiavi e non siamo troppo taccagni o meschini: perché non c'è nulla di più ingiusto del fatto che, dopo averci servito, essi debbano appena sopravvivere miseramente.»

fonte: cath.ch / Thierry Collaud

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