di Silvia Guggiari
È difficile dire qualcosa di don Gianfranco Feliciani che ancora non sia stato detto. Sono tante le interviste pubblicate in occasione del suo congedo dalla parrocchia e del suo pensionamento avvenuto lo scorso 7 giugno in una chiesa gremita di fedeli. Segno forse che in 25 anni a Chiasso di «chiasso» ne ha fatto parecchio, permettete il gioco di parole. Un chiasso mai fuori posto, fatto con le parole, ma anche con i fatti, con gli incontri quotidiani, con persone che ha saputo vedere, ascoltare e riconoscere nelle difficoltà. Un chiasso fatto anche di battaglie politiche, dalla chiusura dei canapai all’impegno con i migranti e i rifugiati che continua ancora oggi. «Non mi sento di aver fatto nulla, ho solo parlato tanto», ci dice di fronte a un caffè nel suo ormai ex appartamento. Don Feliciani ripercorre il quarto di secolo trascorso nella cittadina di confine, in un periodo pieno di trasformazioni sociali e culturali, segnato da una politica «arrabbiata e chiusa di vedute», come lui la definisce.
Una Chiesa sempre aperta ed accogliente
Basta poco per intuire che a fare la differenza nel suo sacerdozio è stato il cuore, quel cuore che ha messo nell’incontro con ogni persona, con ogni realtà, che ha speso nel costruire una Chiesa sempre aperta all’altro e che non potrà essere sostituito da alcuna Intelligenza Artificiale (almeno per ora), come emerge anche nel volume donato ai suoi fedeli in occasione del suo congedo dal titolo «Il Signore ti dia pace».
Don Gianfranco si commuove più volte. Parla delle sue origini, arrivato a Rancate negli anni 50, dopo che i genitori bergamaschi avevano deciso di trasferirsi in Svizzera per lavorare nei campi: «Siamo tutti migranti», dice – «soprattutto qui nel mendrisiotto». Toccando uno degli aspetti per il quale più volte è finito al centro delle cronache in difesa dei migranti: «non perché siano tutti buoni, ma perché sono figli di Dio come tutti noi».
Feliciani ha un cuore buono, una fede salda, mai messa in discussione, ha fiducia nell’istituzione: «Desidero una Chiesa che non rimanga ferma sulle sue posizioni ma che si apra alla società e al mondo. La Chiesa è colei che genera alla fede, è una mamma e come un figlio posso non essere d’accordo con tutto, ma mai perderò stima e fiducia in lei». Così ha avuto fiducia nell’amministratore apostolico che un anno fa gli ha comunicato che era arrivato il momento di ritirarsi in pensione: «ho colto questa notizia con grazia e speranza. Pur avendo ancora energie, sono sereno: continuerò a celebrare la Messa, a partecipare ad alcuni incontri, ma non avrò il peso delle responsabilità amministrative e istituzionali. Avrò più tempo per incontrare le persone, gli anziani, i malati, le famiglie... per dedicarmi ad ognuno, riscoprendo una dimensione più autentica del sacerdozio», dice.
Un pastore accompagnato dal suo gregge
L’incontro con l’altro è da sempre il fulcro della sua missione, ma come si fa a dare importanza a ciascuno, quando le persone da incontrare sono così tante? «L’amore autentico richiede attenzione piena verso chi si ha davanti. Quando incontri qualcuno, quella persona deve diventare tutto il tuo mondo in quel momento». «Spesso come pastore mi sono sentito accompagnato dal gregge», ci confida e si commuove nel raccontare di una donna che anni fa entrava ogni giorno in chiesa per pregare la Madonna. Avvicinandosi a lei, la donna gli confida di non avere fede né di credere nei miracoli, ma che suo figlio stava morendo e sentiva che solo Maria poteva capirla come madre che ha visto soffrire il proprio figlio: «Per me, è stato come scoprire una forma di fede che supera le categorie tradizionali ».
Tener viva la speranza per non cedere alla rassegnazione
Parlando della società di oggi, il sacerdote riconosce che «anche per colpa dei social non si ha più la capacità di creare relazioni vere, ma la comunione è qualcosa di molto più profondo del semplice stare insieme». In questo contesto, don Feliciani riconosce che la religiosità tradizionale è in calo, le chiese si svuotano, «ma questo non significa che il bisogno spirituale sia scomparso, anzi ha preso nuove forme: la psicologia, la psicanalisi, la ricerca interiore con le domande sul senso della vita. Tutto parla del cuore dell’uomo, della solitudine, del bisogno d’amore. Sono le stesse domande che da sempre appartengono alla dimensione religiosa. Il problema della Chiesa, quindi, non è l’assenza di contenuti, ma il linguaggio: spesso parla in modo incomprensibile all’uomo contemporaneo». Il Vangelo però è parola viva che continua ad incarnarsi nella storia, non un «testo antico da museo»: «dove c’è amore autentico, lì opera già Dio, anche se inconsapevolmente».
Il vero problema del presente non è solo economico o politico, ma spirituale, «è calata la speranza, le persone si stanno abituando alle guerre, alla violenza, all’impotenza. La rassegnazione è il pericolo maggiore. Ed è in risposta a questo clima, che papa Francesco ha indetto l’Anno Santo della speranza: essere “nelle mani di Dio” non significa rassegnarsi, ma affidarsi a un amore più forte del male. Anche se il mondo appare segnato da guerre, egoismo e crisi spirituale, l’amore di Dio è più forte del male, della morte e della disperazione. Siamo nelle sue mani; questa è la speranza per il futuro della diocesi di Lugano, della Chiesa e del mondo intero», conclude don Gianfranco.