Consenso Cookie

Questo sito utilizza servizi di terze parti che richiedono il tuo consenso. Scopri di più

Vai al contenuto
Mer 15 apr | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
Advertisement
  • no_image COMMENTO

    Il dono della gratuità: non padroni, ma testimoni. Il sacerdozio come scelta libera di Dio

    di don Marcin Krzemien*

    Vorrei continuare la riflessione precedente soffermandomi sull’altra dimensione della vocazione sacerdotale, che merita di essere sottolineata e approfondita singolarmente e in comunità: è quella della libera scelta da parte del Signore. In poche parole, questo aspetto riguarda la gratuità della scelta di Dio, la necessità di discernere la propria vocazione e la fiducia nell’assenza di nuove vocazioni.

    A questo punto, dobbiamo ammettere con profonda consapevolezza e ferma convinzione che nessuno ha diritto al sacerdozio! Questo vale sia per i singoli credenti che per le comunità ecclesiali. Ciò è significativo, considerando soprattutto il contesto contemporaneo, quando una comunità cristiana cerca di rivendicare il diritto di conferire una missione sacerdotale. Papa Benedetto XVI, a questo proposito, ha sottolineato: “Nessuno ha diritto al sacerdozio. Non lo si può cercare come si cerca qualsiasi altra posizione. Si può solo essere “cercati" – da Gesù. Essere sacerdote non è un diritto umano. E nessuno può lamentarsi di non aver ricevuto il sacerdozio. Gesù chiama coloro che Egli stesso vuole”.

    Come è stato sottolineato nella riflessione precedente, il sacramento dell’ordine sacro si incorpora in Cristo e permette di esercitare il ministero in persona Christi. In altre parole, ciò significa che ogni chiamato (cercato) al sacerdozio consegna (offre) ciò che non può dare da se stesso; fa qualcosa che non dipende da lui; adempie soltanto alla mia missione e trasmette ciò che gli è stato affidato. Per questa ragione, va ribadito, che nessuno può farsi sacerdote da sé, né alcuna comunità può, di propria iniziativa, chiamare qualcuno a tale missione!

    Da questo dimensione sine qua non della vocazione sacerdotale, derivano le implicazioni concrete. Innanzitutto, il sacerdozio non può essere un modo per raggiungere l’autorealizzazione, oppure come attualmente è molto di moda per seguire il proprio “come lo vedo io”. Al contrario, il sacerdozio esige costantemente che si vada oltre la propria volontà, oltre la semplice idea di autorealizzazione e ci si abbandoni a una “altra volontà”. Se manca questa convinzione fondamentale di affidarsi a questa “altra volontà”, di unirsi ad essa, e di lasciarsi guidare, significa che non si è ancora intrapreso il cammino sacerdotale, e questo purtroppo può contribuire all’esaurimento personale, e portare le conseguenze disastrose alla locale comunità ecclesiale.

    Invece, il sacerdozio è una chiamata a discernere continuamente la volontà del Signore e a maturare continuamente nella propria vocazione. San Francesco di Sales esortava il clero della sua diocesi: “solo l’offerta di sé agli altri, il distacco da sé stessi, e la gratuità del servizio conducono alla maturazione della propria umanità”. Le sue parole non hanno perso nulla della loro viva attualità oggi! Quindi, in questa ottica, il successo e la felicità nel sacerdozio dipendono da una relazione (una connessione) viva con il Signore e dal fare del proprio sacerdozio uno spazio della propria vita compiuta. Indubbiamente, questo è un elemento importante della formazione sacerdotale. Non solo per i sacerdoti stessi, ma anche per risvegliare nuove vocazioni sacerdotali. Perché non c’è altro modo migliore per favorire la crescita di nuove vocazioni diverso da quello della testimonianza di un sacerdozio ben vissuto, esercitato con dedizione e gioia. Invece, sacerdoti frustrati, tristi e stanchi, privi del fuoco interiore di Dio, non incoraggeranno nessuno a intraprendere il cammino della vocazione.

    Dovremmo invece imparare da Gesù un atteggiamento di speranza, che dice ai suoi discepoli che “la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi”. Malgrado la situazione, il Signore comunque mantiene la fiducia nella potenza del Padre, che è “Signore della messe”. Questa fiducia di Gesù dovrebbe essere il fondamento della nostra speranza; personale e comunitaria. La risposta dovrebbe essere quella di ascoltare la richiesta di Gesù: Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe. C’è da sottolineare che Gesù non ha chiesto ai suoi discepoli di condurre una campagna pubblicitaria per acquisire nuovi discepoli, ma li ha chiamati a pregare Dio.

    Ma, la domanda che forse ci viene in modo spontaneo è: in concreto cosa significa questo per noi oggi? Penso a due aspetti fondamentali. In primo luogo, significa un invito a pregare per le nuove vocazioni. La chiesa non è una fabbrica. Non possiamo “produrre” vocazioni, ma esse devono venire da Dio. Nello stesso tempo, da parte nostra, è necessaria la nostra collaborazione, cioè conoscere Gesù interiormente, conoscere sempre di più la sua volontà e i suoi desideri.

    In secondo luogo, sono indispensabili le nostre azioni, la nostra testimonianza, insomma il nostro slancio (zelo) umano-pastorale. A questo proposito, non dovremmo lasciarci condizionare e avvolte scoraggiare dalla logica dei numeri e dei risultati, ma guardare la realtà attraverso la categoria del dono. Perché, in fondo, come ha detto il Signore Gesù, facciamo il nostro servizio secondo la logica di un chicco di grano, che dà frutto proprio quando cade a terra e muore. Infatti, il vangelo non si comunica ai pari delle altre notizie, ma si dona coma una vita che pian piano prende forma.

    Anche questa volta, concludo con le parole che ad ogni prete vengono rivolte durante l’ordinazione presbiterale: Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al mistero della croce di Cristo.

    *prete polacco in Ticino

    Leggi anche dello stesso autore:

    News correlate

    News più lette