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Mar 24 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Sacerdoti radicati in Cristo: la fede che non si vede ma che non muore

    di don Marcin Krzemien*

    Parto subito con una domanda: di quali radici si tratta? Ovviamente, quelle dell’essenza della vocazione sacerdotale: le sue dimensioni cristologica ed ecclesiale nonché la libera scelta da parte di Dio.

    Però, prima di andare con ordine, vorrei fare una premessa, riferendomi alle parole di Giovanni Paolo II rivolte al clero durante la sua visita apostolica in Svizzera nel 1984 che non hanno perso nulla della sua attualità Disse: Ma desidero prima parlarvi di ciò che mi sembra di primaria importanza, cioè la nostra stessa fede […] In una parola, cari amici, abbiamo fede sufficiente nel nostro sacerdozio ricevuto da Cristo? Crediamo fermamente che Cristo ci ha santificati e inviati? Che egli agisce attraverso il nostro ministero, se almeno noi compiamo la sua opera? Crediamo a sufficienza che il seme della parola, che la testimonianza del suo amore non resteranno senza portare frutto? Dopo esserci liberamente impegnati, accettiamo di seguirlo, quando il suo mistero incontra l’incomprensione degli uomini, quando il suo cammino è quello della croce e delle rinunce? Perché così è sempre stata la condizione dell’apostolo, del discepolo, del sacerdote. Più il mondo si scristianizza, più ha bisogno di vedere nella persona dei sacerdoti, questa fede radicale, che è come un faro nella notte, o la roccia sulla quale si appoggia. Cristo non abbandonerà coloro che, da lui scelti, gli hanno consacrato tutta la loro vita. Ecco, fondamentalmente, la sorgente della nostra speranza. Ecco ciò che ci permette di portare uno sguardo nuovo sul mondo, come nel mattino di Pentecoste.

    Carattere cristologico della vocazione sacerdotale

    Il sacerdote è radicato in Gesù Cristo. Il sacramento dell’ordine sacramentale incorpora Cristo. Quindi, ciò che è essenziale e fondamentale nel ministero sacerdotale è un profondo rapporto personale con il Signore. Perciò, la formazione di ogni sacerdote dipende da questo rapporto e deve essere realizzata in questa prospettiva.

    La descrizione più essenziale della vocazione sacerdotale si trova nel vangelo di Marco. Marco descrive la chiamata degli apostoli con queste parole: “E ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 4,16). In questa descrizione vengono sottolineate due componenti essenziali ed inseparabili: essere con Gesù ed essere inviati. Dunque, solo chi accompagna Gesù e trascorre il tempo con Lui ha l’opportunità di conoscerlo sempre più pienamente. Quindi, stare con Gesù è di fondamentale importanza! Da questo intimo legame nasce il desiderio di portare il Vangelo agli altri e di annunciare la verità della salvezza con tutta la propria vita, non solo con parole vuote.

    Però, una lettura superficiale del testo potrebbe suggerire che essere con Gesù e ed essere in missione siano in opposizione e contraddizione. In effetti, un’eco di questo pensiero è la divisione delle vocazioni nella Chiesa tra le vocazioni monastico- contemplative e le vocazioni apostoliche. Papa Benedetto XVI commentando questo brano osserva che Gesù corregge questa linea di pensiero: Solo chi è con Lui può essere inviato; e solo chi porta avanti il Suo messaggio e il Suo amore [...] Solo chi Lo conosce, chi conosce le Sue parole e le Sue azioni, chi ha sperimentato personalmente la comunione con Lui durante lunghi giorni e notti – solo lui può portare il Signore Gesù agli altri. Per questa ragione stare con Gesù è una componente fondamentale della vocazione sacerdotale.

    La fede nella potenza del sacramento sacerdotale e la fiducia in Cristo sono essenziali per la vita di un sacerdote e per tutta la sua formazione sacerdotale. Sono fonte della sua forza interiore, della sua gioia, e diventano il riferimento e il faro nei momenti difficili. Questa verità risuonava nel messaggio di Benedetto XVI ai sacerdoti durante il suo pellegrinaggio in Polonia nel 2006 (ero ancora seminarista): Credete nella potenza del vostro sacerdozio! In virtù del sacramento che avete ricevuto, avete ricevuto tutto ciò che siete. Quando pronunciate le parole “io” o “mio" (“ti perdono”, “questo è il mio corpo”), non lo fate a nome vostro, ma a nome di Cristo (in persona Christi), che ha voluto servirsi delle vostre labbra e delle vostre mani, della vostra generosità e del vostro talento. Attraverso il segno liturgico dell’imposizione delle mani nel rito dell’ordinazione, Cristo vi ha preso sotto la sua speciale protezione. Siete nascosti nelle sue mani e nel suo cuore. Immergetevi nel suo amore e donategli il vostro! E poiché le vostre mani sono state unte con l’olio, segno dello Spirito Santo, sono state dedicate al servizio del Signore come sue mani nel mondo di oggi. Non possono più servire l’egoismo, ma devono testimoniare al mondo l’amore di Dio stesso.

    A tale proposito, anche Leone XIV si domandava durante una delle udienze all’inizio di quest’anno: Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un seminarista o di un sacerdote che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio. Perciò, in definitiva, tutto inizia — e torna sempre — al rapporto vivo e concreto con Colui che ci ha scelti senza alcun merito nostro […] Si dice che gli alberi “muoiono in piedi”: rimangono eretti, conservano l’apparenza, ma dentro sono già secchi. Qualcosa di simile può avvenire nella vita del seminario o di un seminarista — e più tardi nella vita di un sacerdote — quando si confonde la fecondità con l’intensità delle attività o con la cura meramente esteriore delle forme. La vita spirituale non dà frutto per ciò che si vede, ma per ciò che è profondamente radicato in Dio. Quando questa radice viene trascurata, tutto finisce col seccarsi dal di dentro, finché, silenziosamente, “muore in piedi”.

    Concludo con le parole che ad ogni prete vengono rivolte durante l’ordinazione presbiterale: Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al mistero della croce di Cristo.

    *prete polacco in Ticino

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