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Aurel Sokouda ordinato sacerdote in Benin, formato tra Lugano e Kandi

di Laura Quadri

È il 27 giugno ed è un giorno speciale. Aurel Comlan Sokouda, 29 anni, dopo diversi anni di discernimento e formazione tra il Benin e il Ticino, riceve infatti proprio oggi, nella parrocchia di Notre Dame di Borgou de Banikoara, nella diocesi di Kandi, l’ordinazione presbiterale. A segnare la vicinanza della nostra Diocesi a quella africana, la presenza di mons. Alain de Raemy, che in loco ordinerà personalmente Aurel. «In Benin il discernimento dura almeno nove anni. Ci sono anche i seminari minori per chi sente il bisogno di iniziare presto questo cammino. Il primo anno è propedeutico; seguono tre anni di filosofia e uno di stage pastorale che io ho svolto nelle scuole. Poi gli studi accademici in teologia, che io sto per concludere alla Facoltà di teologia di Lugano», ci racconta il futuro sacerdote, raggiunto telefonicamente nei momenti in cui fervono i preparativi.

L’esempio della nonna materna e il Ticino

Con lui, al suo fianco in queste ore speciali, la sua famiglia che, nel cammino vocazionale, ha rivestito un ruolo centrale: «Mio padre è pastore della Chiesa Battista. A 9 anni tuttavia mia nonna materna, cattolica, aderente al Rinnovamento nello Spirito, ha fatto un viaggio per attraversare il Benin e raggiungerci dal sud del Paese, per venirci a trovare. È a quel punto, accompagnandola in chiesa, che incontro la fede cattolica. Mi ha molto incuriosito la presenza del tabernacolo, sempre illuminato da un lumino, ma poi anche l’uso della voce, del canto, della musica nella liturgia. Ma ciò che mi ha affascinato di più, è la figura del parroco: dava del suo tempo per la gioia altrui», ricorda Aurel con l’entusiasmo di chi fa memoria di un inizio importante. Sottolineando quanto il passaggio in Ticino sia stato e continui a essere fondamentale: «In Ticino la vocazione si è rafforzata con la testimonianza di tantissimi bravi sacerdoti che ho incontrato, in Seminario, coi formatori, nelle parrocchie, a Breganzona, a Gravesano dove ho fatto esperienze pastorali ad esempio. Devo tanto alla Chiesa in Ticino!».

Il lavoro pastorale in Benin

Dopo l’ordinazione, Aurel proseguirà tornando proprio in Ticino, per due anni, per una specializzazione; in seguito lo attende il rientro nella propria Diocesi, dove lascerà che sia il suo vescovo a decidere quale compito affidargli. «La Diocesi di Kandi è molto giovane, ha 30 anni di vita, richiede un serio lavoro di evangelizzazione: ci sono ancora tante persone a cui parlare di Cristo, indipendentemente dalla cultura, della lingua, del colore della pelle. Abbiamo bisogno di scoprire la fede come qualcosa di esistenziale, che oltrepassa ogni confine. Siamo chiamati anche a un serio dialogo con i fratelli musulmani, molto presenti a Kandi a seguito dell’immigrazione dalla regione del Sahara. Si tratta di aderire a quel cristianesimo che in tutto il resto del Paese è effervescente, cresce: oggi i cristiani in Benin sono attorno al 50 per cento; nella mia Diocesi molti di meno. Una bella realtà di lavoro, che ci sollecita molto».

La Diocesi di Kandi

E prosegue, tracciando un identikit della propria Diocesi, che lo accoglierà: «Il Benin conta 15 milioni di abitanti, a livello politico dagli anni Novanta in poi siamo riconosciuti come il “nucleo della democrazia africana”, perché ci sono sempre stati cambiamenti democratici. Ma Mali, Niger, Burkina Faso, Paesi dal punto di vista politico più instabili, certamente destabilizzano le zone di confine. I bisogni della gente si sentono soprattutto nelle periferie, a cui la mia Diocesi appartiene: la gente ha bisogno di lavoro, case, cure sanitarie garantite. Siamo un territorio povero, con scarsità di sacerdoti evidente: meno di una quarantina, rispetto alle altre Diocesi che ne hanno centinaia. Poniamo molta attenzione alla Pastorale giovanile: a tenere e mantenere i contatti con i giovani nelle scuole, come docenti e cappellani».

Chiediamo, a questo punto, ad Aurel cosa si sente di consigliare a un giovane in ricerca: «Consiglio di non esitare mai, ma di sentirsi sempre in ricerca, senza fermarsi alle proprie convinzioni, o alle proprie delusioni vissute. Bisogna sapere che c’è tanto di più: c’è il Signore che può stupire, che stupisce sempre». Infine, il pensiero corre di nuovo all’importante giornata di oggi: «Come motto della mia ordinazione diaconale, avvenuta in Ticino, avevo scelto un versetto del Magnificat per dire che il Signore ha davvero fatto tanto per me, è sempre stato presente, tramite i miei genitori, poi la fede che ho conosciuto con la nonna, la testimonianza dei fedeli in Ticino: non posso che rinnovare, anche oggi, il mio grazie!».

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