L’impegno per un dialogo di carità che ripristini l’unità della Chiesa senza assorbire né dominare. L’invito a costruire l’unità amandosi come fratelli e sorelle. Il monito a non usare mai il nome di Dio per giustificare guerre e violenze. Con questi tre messaggi, forti, che si sono dipanati tra la commemorazione del I concilio ecumenico a Iznik, l’antica Nicea, e la partecipazione del Papa alla Divina Liturgia nel giorno della festa di Sant’Andrea (con in mezzo una dichiarazione congiunta), Leone XIV lascia la Turchia. Non c’è stata la definizione di una data comune per la Pasqua – gli ortodossi e gli orientali la calcolano secondo il calendario giuliano, i latini secondo il calendario gregoriano. Era una speranza, perché proprio a Nicea, 1700 anni fa, si era stabilita la modalità di calcolare la data della Pasqua. L’impegno, però, resta, mentre Leone XIV ha definito una strada di dialogo con una enfasi particolare sulla preghiera comune e sulle sfide del mondo, dalla questione ecologica a quella dell’intelligenza artificiale. Questi i contenuti importanti del discorso più ecumenico del viaggio in Turchia. Nella domenica pomeriggio il volo e l’arrivo in Libano.
L’incontro a Beirut con le autorità e la società civile
Il Papa è stato accolto a Beirut dal presidente del Libano, Joseph Aoun, dal presidente dell’assemblea nazionale, dal primo ministro e dal patriarca maronita, si è poi recato al palazzo presidenziale, dove si è svolta la visita di cortesia al presidente, dopo la quale il presidente libanese e la famiglia hanno lasciato il Salone degli Ambasciatori per l’incontro privato tra il Santo Padre e il presidente dell’Assemblea Nazionale, cui è seguito quello con il primo ministro. Alle 18 l’incontro con le autorità, la società civile e il Corpo diplomatico, durante il quale il Pontefice ha proninciato un discorso.
Beati gli operatori di pace
“Beati gli operatori di pace”. L’esordio di Leone XIV davanti al corpo diplomatico e alla società civile di Beirut racconta già, in qualche modo, il senso del passaggio del pontefice nella Terra dei Cedri, nel “Paese messaggio”, secondo l’espressione di Giovanni Paolo II. Un messaggio di pace che si lega idealmente al messaggio di unità della prima tappa del viaggio, laddove, insieme al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Leone ha anche ribadito che nessuna religione può fare la guerra in nome di Dio. Un messaggio che il Papa unisce ad un diritto che sembrava messo da parte in questi ultimi anni: quello di restare nella propria terra, prima ancora che di migrare.
Leone XIV offre un discorso denso, tutto dedicato alla pace e agli operatori di pace, a questa “speciale beatitudine” che riguarda proprio gli uomini della società civile libanese, a fronte di “milioni di libanesi, qui e nel mondo intero, che servono la pace silenziosamente, giorno dopo giorno”. Perché in quella terra “pace è molto più di una parola”, ma è piuttosto “un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto”.
Leone XIV loda il fatto che i libanesi sono “un popolo che non soccombe, ma che, di fronte alle prove, sa sempre rinascere con coraggio”, con una resilienza che è “caratteristica imprescindibile degli autentici operatori di pace”, perché “l’opera della pace è un continuo ricominciare”, e perché “ci vuole tenacia per costruire la pace” e “ci vuole tenacia per costruire e far crescere la vita”.
Il Papa chiede ai libanesi di guardare alla loro storia, perché in un Paese variegato hanno sempre saputo parlare “la lingua della speranza”. E sì che “attorno a noi, in quasi tutto il mondo, sembra avere vinto una sorta di pessimismo e sentimento di impotenza”, mentre “le grandi decisioni sembrano essere prese da pochi e spesso a scapito del bene comune”, e questo “appare a molti un desino ineluttabile”.
Leone XIV riconosce che il Libano ha “molto sofferto le conseguenze dell’instabilità globale”, ma ha notato che “ha sempre voluto e saputo ricominciare”, perché “il Libano può vantare una società civile vivace, ben formata, ricca di giovani capaci di plasmare i sogni e le aspirazioni di un intero Paese”.
Il Papa incoraggia i politici a “non separarsi mai dalla loro gente”, a “porsi al servizio del popolo”, a fare “di ogni gruppo la voce di una polifonia”. È un appello all’unità nella diversità.
Gli operatori di pace, prosegue Leone XIV, non solo sanno ricominciare, ma sanno riconciliarsi, perché “vi sono infatti ferite personali e collettive che chiedono lunghi anni, a volte intere generazioni per potersi rimarginare”. Se queste “non vengono curate, se non si lavora, ad esempio, a una guarigione della memoria, a un avvicinamento tra chi ha subito torti e ingiustizie, difficilmente si va verso la pace. Si resta fermi, prigionieri ognuno del suo dolore e delle sue ragioni. Tuttavia, verità e riconciliazione crescono sempre insieme: sia in una famiglia, sia tra le diverse comunità e le varie anime di un Paese, sia tra le Nazioni”.
Ma la riconciliazione deve guardare ad una “apertura verso un futuro, nel quale il bene prevalga sul male subito e inflitto nel passato o nel presente”, perché “una cultura della riconciliazione non nasce solo dal basso, dalla disponibilità e dal coraggio di alcuni, ma ha bisogno di autorità e istituzioni che riconoscano il bene comune superiore a quello di parte”.
La pace è “saper abitare insieme”
Infatti, sottolinea il Papa, “il bene comune è più della somma di tanti interessi: avvicina il più possibile gli obiettivi di ciascuno e li muove in una direzione in cui tutti avranno di più che andando avanti da soli”. E la pace – aggiunge – “è molto più di un equilibrio, sempre precario, tra chi vive separato sotto lo stesso tetto. La pace è saper abitare insieme, in comunione, da persone riconciliate. Una riconciliazione che oltre a farci convivere, ci insegnerà a lavorare insieme, fianco a fianco per un futuro condiviso”.
Non c’è bisogno di chiarire tutto, è piuttosto “il confronto reciproco” a portare verso la riconciliazione, perché “la verità più grande di tutte è che ci troviamo insieme inseriti in un disegno che Dio ha predisposto perché tutti possiamo raggiungere una pienezza di vita nella relazione tra di noi e con Lui”.
La terza caratteristica degli operatori di pace, continua Leone XIV, è che “osano rimanere, anche quando costa sacrificio”, perché “sappiamo che l’incertezza, la violenza, la povertà e molte altre minacce producono qui, come in altri luoghi del mondo, un’emorragia di giovani e di famiglie che cercano futuro altrove, pur con grande dolore nel lasciare la propria patria”. Pur apprezzando la positività che arriva dai libanesi sparsi nel mondo, “non dobbiamo dimenticare che restare preso i suoi e collaborare giorno per giorno allo sviluppo della civiltà dell’amore e della pace, rimane qualcosa di molto apprezzabile”.
Nota Leone XIV: “La Chiesa, infatti, non è soltanto preoccupata della dignità di coloro che si muovono verso Paesi diversi dal proprio, ma vuole che nessuno sia costretto a partire e che chiunque lo desideri possa, in sicurezza, tornare”.
Infatti, aggiunge il Papa, la mobilità umana “rappresenta un’immensa opportunità di incontro e di reciproco arricchimento, ma non cancella lo speciale legame che unisce ciascuno a determinati luoghi, a cui deve la propria identità in modo del tutto peculiare”, e la pace “cresce sempre in un contesto vitale concreto, fatto di legami geografici, storici e spirituali”, e “occorre incoraggiare coloro che li favoriscono e se ne nutrono, e non cedono a localismi e nazionalismi”.
È una sfida, quella di capire cosa fare perché le persone non siano costrette a emigrare, che riguarda “non solo il Libano, ma tutto il Levante”.
Il Papa sottolinea che “cristiani e musulmani sono chiamati a fare la loro parte in questo senso, ed impegnarsi a sensibilizzare in merito la comunità internazionale”.
Il ruolo delle donne a favore della pace
Leone XIV mette anche in luce l’importanza delle donne – una costante nei suoi discorsi diplomatici, il tema era presente anche in Turchia – nell’impegno per costruire la pace, ruolo per cui le donne hanno “una specifica capacità”, e per questo “la loro partecipazione alla vita sociale e politica, così come a quella delle proprie comunità religiose, similmente all’energia che viene dai giovani, rappresenta in tutto il mondo un fattore di vero rinnovamento”.
In conclusione, il Papa ricorda che “la pace è un dono che viene da Dio e che, innanzitutto, abita il vostro cuore” e auspica che cresca il “desiderio di pace che nasce da Dio e può trasformare già oggi il modo di guardare gli altri e di abitare insieme questa Terra che Egli ama profondamente e continua a benedire”
Il programma del 1 e 2 dicembre
Lunedì 1° dicembre il Papa si traferirà in auto e in papamobile al Monastero di San Maroun ad Annaya, dove arriverà alle 9.45 per la visita e la preghiera silenziosa sulla tomba di San Charbel Maklūf, canonizzato da Paolo VI nel 1977. Prima di entrare nella cappella che custodisce la tomba di San Charbel, il Santo Padre viene accolto dal Presidente della Repubblica e dalla consorte nel cortile. Dopo la preghiera silenziosa davanti alla tomba del santo e al suo saluto, il Pontefice visita il museo del Monastero, che custodisce reperti storici e reliquie, accompagnato dal superiore del Convento dei Maroniti, per poi trasferirsi in auto alle 10.30 al Santuario di Nostra Signora del Libano ad Harissa. Accolto dal Vicario Apostolico dei Latini di Beirut e dal Patriarca della Chiesa Armena Cattolica, dopo alcune testimonianze il Papa pronuncerà l’omelia e consegnerà la Rosa D’Oro, omaggio tipico nei santuari mariani, e prima di congedarsi in auto benedice una prima pietra della “Città della Pace” di Tele Lumiére e Noursat. Alle 12.30 il trasferimento in auto alla nunziatura, per l’incontro privato con i patriarchi alle 12.30. Alle 15.30 il Papa si recherà in Piazza dei Martiri uccidi nel 1916 alla fine della dominazione ottomana. Accolto all’ingresso della tenda dal patriarca siro-cattolico, dal patriarca maronita, dal Grande Imam sunnita e dal rappresentante sciita, il Santo Padre raggiunge il palco, dove sono disposti gli altri leader religiosi, e dopo gli interventi di questi ultimi tiene il suo discorso. Alla fine la piantumazione di un ulivo e il canto finale della pace. Alle 17 il trasferimento ih auto al Patriarcato di Antiochia dei Maroniti a Bkerké, dove si svolge l’incontro con i giovani, tra testimonianze e discorso di risposto del Papa. Alle 19 il rientro in nunziatura per l’incontro privato con le comunità religiose musulmane e druse, in programma un quarto d’ora dopo.
Martedì 2 dicembre, alle 8.10, il Papa si traferirà in auto alla Congregazione delle Suore Francescane della Croce a Jal ed Dib, per la visita all’Ospedale de la Croix, uno dei più grandi ospedali per disabili mentali del Medio Oriente: comprende cinque grandi padiglioni per degenti (Saint-Jacques, Saint-Élie, Saint-Michel, Notre-Dame, Saint-Dominique), oltre alla farmacia centrale, al dispensario, agli ambulatori, alla sala cinematografica e teatrale, alle cucine e alla lavanderia. Dopo il saluto della superiora e della direttrice e le testimonianze dei malati, il Papa pronuncia a sua volta un saluto e visita uno dei cinque padiglioni, il Saint-Dominique. Alle 9.15 il trasferimento in auto al luogo dell’esplosione del Porto di Beirut, nel luogo dove la duplice l’esplosione del 4 agosto 2020 ha ucciso oltre 200 persone, ferito altre 7mila e lasciato senza casa 300mila individui. Alle 9.30 il Santo Padre incontra alcuni partenti delle vittime e sopravvissuti alle esplosioni. Alle 9.50 il trasferimento al Beirut Waterfront, per la messa in programma alle 10.30 con l’omelia papale. Alle 10.30 il trasferimento all’aeroporto di Beirut, dove si svolgerà la cerimonia di congedo don un discorso del Papa. Alle 13.15 la partenza per Roma, con arrivo alle 16.10 (ora locale).
fonte: agenzie/catt.ch