Una canzone, una chiesa silenziosa, una partita di basket con gli amici. Questo bello “tanto da cambiarci interiormente” continuerà a fiorire quando l’umanità imparerà a “custodire l’anima di ciò che essa genera”. Non ce l’ha ancora fatta, o forse sta “appassendo silenziosamente” proprio la capacità di intrecciare il materiale con lo spirituale. È un’impronta di eternità che forgia l’identità del mondo e dell’Europa, riflettendosi nelle sue istituzioni: attraverso università ed economie che non voltano le spalle al mondo del lavoro, sminuendo il dipendente a “fattore nell’equazione dei propri interessi”; in forme d’arte accessibili a tutti, e non riservate alle élite; in pratiche sportive che valgono molto più del “mero business”; in progresso che non dimentica chi già fatica a far sentire la propria voce. A guidare e orientare tutto ciò può e deve essere la Chiesa, che seppur talvolta “controcorrente”, rimane “esperta di umanità”.
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“Quale eredità stiamo lasciando al futuro?”
Lo scibile della creatività umana, esordisce il vescovo di Roma nel discorso pronunciato in lingua spagnola, si dirada da piazze e chiese nelle forme artistiche in cui numerose personalità del Paese iberico si sono distinte.
Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana.
Dall’ammirazione scaturisce una domanda spontanea:
Quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?
Esperti, ma incerti
Gli interventi che precedono quello di Leone XIV, incluso quello dell’attore Antonio Banderas, trovano concorde il Pontefice nel riconoscere un’umanità che, alla straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare, non riesce a corredare un’autentica custodia di ciò che genera.
Corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo.
Le risposte alle domande sulla vita
Il Pontefice richiama l’affermazione del suo predecessore san Paolo VI alle Nazioni Unite: in quanto “esperta in umanità”, la Chiesa non si disinteressa di nulla che sia autenticamente umano. Al contrario, invita a interrogarsi su cosa significhi davvero esserlo, condividendo l’aver trovato in Gesù la risposta alle domande più profonde sulla vita e sulla sua pienezza.
Fiorire e appassire
La comunità ecclesiale intende quindi inserirsi pienamente nel contesto culturale contemporaneo, in cui "l’uomo in quanto uomo è di più", utilizzando i propri strumenti per tornare alla radice etimologica della cultura: coltivazione.
Siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate.
Università, lavoro, arte e sport
Per rispondere a tali questioni è necessario tessere reti di dialogo sociali consapevoli del linguaggio multiforme della società contemporanea – scritto, orale, digitale, visivo – e della sua non neutralità. Ogni espressione può infatti guarire o ferire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisioni o risvegliare la speranza di costruire insieme qualcosa di autenticamente umano.
Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce.
Generare bellezza
Il contributo della Chiesa a questo interscambio nasce dalla consapevolezza che "il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore" i quali, nelle parole di Benedetto XVI, attraverso la fede generano poesia, musica e gioia. E dunque bellezza. Perché tutti, chi più chi meno, hanno “sperimentato qualcosa di bello” tanto da mutarli “interiormente".
L’esistenza tra materiale e spirituale
Da tale fascino non è estraneo l’annuncio della Buona Novella. In Spagna, il canto religioso tradizionale andaluso della saeta accompagna le processioni della Settimana Santa; la poesia mistica e la grande letteratura contano autori come Lope de Vega, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce e Calderón de la Barca, fino alla prosa di san Tommaso d’Aquino, dalle cui opere derivano alcuni degli inni del Corpus Domini celebrato proprio oggi.
Tutto ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza.
Osservazioni e interrogativi
Questo patrimonio umano si traduce spesso in servizio disinteressato e, grazie alla fede, dà vita a opere concrete come ospedali e scuole. Da qui nasce un’ulteriore riflessione:
Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità.
E una nuova domanda:
È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto.
Chi non può esprimere le virtù
Leone amplia poi lo sguardo, riprendendo la sua esortazione apostolica Dilexi te, e lo rivolge a quanti non hanno la possibilità di esprimere pienamente le proprie virtù: i bisognosi, che interrogano tanto le persone quanto i sistemi politici ed economici, e la stessa Chiesa, chiamata a placare le avidità e alimentare la speranza senza abbandonare nessuno. Un concetto ripreso anche nell’enciclica Magnifica humanitas
Questa Chiesa, esperta in umanità, anche se a volte va controcorrente, insiste sul fatto che le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti.
Sport e unità
In chiusura del discorso, il Pontefice si sofferma sullo sport, spesso capace più di molti discorsi di insegnare il rispetto dell’avversario, la vittoria che non umilia e la sconfitta che non genera odio. Già san Giovanni Paolo II ricordava come, in tempi che lacerano il tessuto della solidarietà sociale, lo sport possa offrire una luminosa testimonianza di coesione, pace e unità.
Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza.
Le tessere del nostro tempo
Prima del discorso del Papa e delle testimonianze, il cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano, rivolge alcune parole di benvenuto riprendendo il motto del viaggio apostolico, “alzare lo sguardo” e il tema delle tessere, il cui senso si coglie solo osservandone l’insieme. A creparle, nel nostro tempo, è la “mancanza di domande e di senso”, che si ripara soltanto unendo “frammenti sparsi della realtà, come tessere di quella grande vetrata, per restituire la luce all’umanità”.