La mitezza, la semplicità, la purezza di cuore, la misericordia e la persecuzione a causa della giustizia vissuta sul proprio esile corpo di sacerdote ottantacinquenne. Padre Jacques Hamel incarna in sé le beatitudini evangeliche. Quel sacerdote francese – ucciso dieci anni fa da due terroristi, radicalizzatisi nel segno del sedicente Stato islamico, il 26 luglio 2016, dentro la sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray – era un operatore di pace. Viveva con sobrietà e profondità la sua fede, il suo servizio, nell’ombra e nel raccoglimento di una parrocchia del nord della Francia, un edificio severo e trascendente.
"Vattene, Satana!"
Quel mattino ha appena terminato di celebrare la messa, di fronte a pochi fedeli, quando viene ferocemente aggredito, accoltellato. "Vattene, Satana!", aveva gridato padre Jacques prima di morire, cercando di liberare quei due giovani dal male che si era impossessato dei loro pensieri e delle loro azioni. Ricorreva la festa dei santi Gioacchino e Anna, i genitori della Madonna, e si apriva proprio quel giorno, a Cracovia, la Giornata Mondiale della Gioventù celebrata da Papa Francesco. La notizia del martirio di padre Jacques Hamel traumatizzò la Francia e il mondo.
Il ricordo a Saint-Étienne
Eppure l’esempio di fede di padre Jacques Hamel è sopravvissuto e continua a esprimersi nella grazia. Molte le iniziative per onorare la sua memoria e per pregare in questo decennale, tra queste due giornate di commemorazione organizzate, questo fine settimana, dalla diocesi di Rouen e dal comune di Saint-Étienne-du-Rouvray: fra i molti appuntamenti, il 25 luglio una conferenza sul dialogo tra cristiani e musulmani, incentrata sull’educazione dei giovani all’incontro con l’altro, e domenica 26 luglio la messa presieduta dal cardinale Jean-Marc Aveline, presidente della Conferenza episcopale francese.
"Sorelle di dolore"
Una testimonianza della forza ininterrotta dello spirito cristiano di padre Hamel si può leggere oggi nel libro Sorelle di dolore (Ares-Libreria Editrice Vaticana, traduzione di Paolo Piro) scritto dal giornalista Samuel Lieven e da due persone, una donna cattolica e una musulmana, che non ci si aspetterebbe di vedere affiancate e che invece hanno avuto il desiderio e il coraggio dell’incontro: Roseline Hamel, sorella di padre Jacques, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due assassini del prete, uccisi dalle forze speciali nell’operazione per liberare gli ostaggi che i due avevano preso.
Uomo dei legami
"Nella sua quotidianità discreta – scrive Lieven –, Jacques era l’uomo dei legami. Legame con i suoi parrocchiani, ai quali lasciava il cancello aperto fino a tarda sera nonostante l’età avanzata. Legame tra Dio e gli uomini con la preghiera. Tra le Scritture e l’attualità, piccola o grande, che gli arrivava dai giornali e dalle conversazioni con chi lo circondava". E la storia di questo libro e di questa amicizia apparentemente impossibile tra Roseline Hamel e Nassera Kermiche è forse oggi uno dei segni più evidenti del cristianesimo vissuto da quel prete silenzioso e grande nella sua umanità.
Un dolore affrontato insieme
Intervistato dai media vaticani, il giornalista Lieven – già collaboratore di Radio Vaticana e oggi giornalista di La Croix e direttore editoriale del settimanale Le Pèlerin – racconta dell’amicizia naturale nata con Roseline Hamel, che gli ha consegnato nel 2018, a Lourdes, il primo premio dedicato a suo fratello, quindi la bellezza di un rapporto di fiducia cresciuto nel tempo e che ha dato vita a questo libro a partire dal giorno in cui Roseline Hamel lo ha chiamato per annuciargli: "Nassera è pronta". Pronta per raccontare la storia di un dolore diverso, ma affrontato insieme, come sorelle appunto.
Un'esperienza universale
"Poco a poco con Roseline abbiamo avuto quest’idea di un dialogo – spiega Lieven descrivendo la genesi del testo – perché avevo la convinzione che questa loro esperienza andava condivisa con gli altri. È più, infatti, della storia di due persone colpite da questa strage: è un’esperienza universale dell’incontro e della possibilità di incontrarsi sempre, nonostante il livello di dolore".
Attraversare la sofferenza
Nella sua prefazione il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, afferma: "È il racconto di ciò che accade quando il dolore non viene rimosso né negato, ma attraversato. Quando non si chiude in sé stesso, ma diventa spazio di incontro. Quando, contro ogni logica, apre una via possibile alla speranza". La vicenda di due destini "che la violenza ha incrociato nel modo più tragico possibile" è portatrice di un messaggio potentissimo, perché "Roseline e Nassera non parlano di fede per convincere, ma per testimoniare che l’amore – chiarisce il cardinale – quando passa attraverso il dolore, può diventare più grande di ciò che lo ha ferito". Un amore che non si arrende di fronte alla morte.
"Roseline e Nassera diventano così – osserva Pizzaballa – sorelle di dolore: non perché condividano la stessa storia, ma perché scelgono di attraversarla insieme". E allora questa storia interroga chi legge, perché "chiede se sia possibile credere ancora nella forza del bene quando tutto sembra smentirlo". E concludendo il patriarca mette in guardia: "Il male prospera dove le identità diventano muri e le sofferenze vengono usate come armi".
Dare senso
L’amicizia di queste due donne che riescono, ognuna con i propri tempi, a trasformare il dolore in una soglia non è stata un percorso semplice. Né semplice è stato il processo interiore che ha portato alla decisione di affidare questa testimonianza alle pagine di un libro. La pressione dei media, da quel 26 luglio di dieci anni fa, è stata fortissima. Nonostante le comprensibili preoccupazioni, Nassera Kermiche a un certo punto ha compreso che era il momento: "Nassera – approfondisce Lieven – si è resa conto che doveva farlo anche per dare senso a quello che non aveva senso: suo figlio, diventato terrorista, aveva ucciso un sacerdote innocente, una persona vecchia, compiendo un’azione completamente contraria a tutti i precetti di educazione, di amore che lei aveva dato ai suoi figli. Quindi, sia per la sua famiglia che per il resto della società si è resa conto che doveva correre il rischio di scrivere questo libro insieme a Roseline".
Un dialogo profondo
Nel volume si alternano le voci dei tre autori. Il libro ripercorre non solo la mattina dell’attentato che ha visto l’uccisione di padre Hamel e il ferimento grave di uno dei parrocchiani, Guy Coponet, ma permette al lettore di entrare nella storia di vita e di dolore delle persone stravolte dalla ferocia di quel male prodotto dalla radicalizzazione di Adel Kermiche. "Mi sembrava interessante – afferma Lieven illustrando il principio con cui ha costruito il libro – tornare al quotidiano che c'era prima, per capire meglio quello che è venuto dopo, soprattutto senza rompere il principio di uguaglianza tra le due testimoni. Per nessun motivo la vittima doveva essere considerata più importante della madre del terrorista. E in questo senso ci si rende conto alla fine che tutte e due sono vittime dello stesso fenomeno, cioè della radicalizzazione e dell’intolleranza, del terrorismo che ne proviene".
Chi più di me?
Due spinte interiori fondamentali hanno permesso a queste due donne il loro incontro. Roseline si è chiesta all’inizio "Chi può soffrire più di me?" e ha trovato nella chiesa vicino a casa sua, ad Armentières, la forza di continuare, contemplando una statua della Pietà: "Questa donna è sopravvissuta al dolore perché ha custodito le parole di giustizia e di amore di suo Figlio. E se la Madonna mi aiutasse a seguire le orme di mio fratello?". E ha saputo domandarsi: "Se fossi io la mamma del ragazzo che ha ucciso mio fratello, quanto soffrirei?".
L'abbraccio
Per Nassera era importantissimo chiedere perdono: "Volevo assolutamente che ci perdonasse entrambi, me e Adel. Era il mio chiodo fisso". Ma di fronte a quella richiesta di perdono, Roseline, accompagnata da monsignor Dominique Lebrun, arcivescovo di Rouen, ha risposto: "Non sono venuta per sentirmi chiedere perdono, ma perché insieme proviamo ad affrontare il nostro dolore di sorella e di madre". Quindi l’abbraccio.
Un dono
Una prova non semplice, neppure per Lieven, riportare con perfetto equilibro i diversi punti di vista. La chiave però è nella naturalezza del legame tra i tre autori: "Una semplicità, una volontà di parlare – racconta Lieven –, di condividere, che ci fa andare avanti naturalmente. E poi quello che temevo, cioè di non avere due testimoni esattamente sullo stesso piano, si è rivelato completamente falso, perché poi ho avuto con Nassera esattamente la stessa facilità, la stessa fiducia che ho avuto con Roseline". Per Lieven non si è trattato di un impegno professionale, "ma piuttosto di una specie di regalo". Il regalo "di aver trovato questo clima di fiducia spontanea con l’una e più tardi con l’altra ha permesso a questo libro di esistere". Aggiunge il giornalista: "Da parte di chi lo lascio indovinare. Forse anche padre Jacques Hamel non è totalmente assente dal processo che ha portato a questo incontro". Un altro suo dono.
fonte: vaticannews