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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (16 gennaio 2026)
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  • Pentecoste: dono e festa dello spirito

    Nella Pentecoste contempliamo “l’epifania dell’evento pasquale. Nel cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, lo Spirito Santo discende e ci rende fratelli e sorelle in comunione con Cristo. Apriamo quindi il nostro cuore per lasciarci guidare dallo Spirito che abita nel nostro profondo”. Così il Vescovo Valerio ha salutato i fedeli, aprendo l’Eucaristia in Cattedrale nella festività di Pentecoste. Con lui hanno concelebrato Mons. Azzolino Chiappini, Mons. Claudio Mottini, Don Aldo Aliverti e il cerimoniere vescovile Don Emanuele Di Marco. Il canto è stato guidato da un coro diretto dal maestro Giovanni Conti.

    “A Pentecoste – ha sottolineato Mons. Lazzeri nell’omelia – Dio ha mandato il suo Spirito Santo sulla povertà disarmata dei discepoli del suo Figlio, sull’umanità di coloro che hanno imparato ad attendere insieme e a invocare con perseveranza l’attuazione della promessa di Gesù”. Così “attraverso questa via ha cominciato a far fluire nel tempo la linfa della nuova creazione”. E’ un mistero di grazia e di amore, nella consapevolezza che “la visibilità della Pasqua comincia nella maniera più umile e nascosta: dalla fiammella dell’amore per Gesù che in ciascuno può accendersi solo da dentro, cominciando concretamente a trasformare una vita umana in dimora del Padre e del Figlio, nello Spirito Santo, che in essa viene effuso”.

    E’ quindi forte e vera “la speranza che la Pentecoste accende oggi nei nostri cuori”, sentendo che “siamo trasformati dal cielo”, che “non indica tanto il blu che vediamo sopra le nostre teste”, ma “è la dimensione inaccessibile che ci portiamo dentro, quella che ci tiene sempre aperti al Dono di Dio, che in ogni momento possiamo ricevere, anche se in nessun modo lo possiamo comprare o pretendere”. Infatti “è solo lo Spirito che ci può condurre alla scoperta di non poterci più pensare al di fuori del legame con Gesù, della relazione personale con Lui. Solo lo Spirito ci fa capire che questa è l’unica radice di una vera comunione possibile tra esseri umani, l’unico elemento distintivo del nostro essere Chiesa, del nostro pregare, del nostro soffrire, del nostro donarci reciprocamente e nella nostra sollecitudine per tutti”. Allora di fronte a domande, richieste, critiche e pretese “la sola condizione da ricordare è quella posta da Gesù, «se uno mi ama», ossia, se uno accoglie in sé lo Spirito da Lui promesso e donato a partire dal Padre, se uno crede di poterlo lasciare vivere dentro di sé, rinunciando alla logica della paura e della morte”. Questo è l’evento: “così è accaduto, Signore! Ti sei manifestato a noi nella potenza dello Spirito Santo. Continua a sorprenderci e a sconvolgerci con il tuo Soffio divino. Non lasciarci mai mancare il coraggio e la fierezza di poter essere nella Chiesa fermento di unità, di speranza, di pace e di riconciliazione universale”. Prima della benedizione finale, il Vescovo ha espresso l’augurio che “la luce dello Spirito illumini e guidi il nostro cammino”, rendendoci a nostra volta annunciatori e testimoni dell’Evento della salvezza, come gli apostoli a Gerusalemme, in quella Pentecoste, 50 giorni dopo la Pasqua.

    Gianni Ballabio

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