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Perché l'incoronazione del cranio di sant'Agata ha scioccato l'Africa

La cerimonia di incoronazione della reliquia del cranio di Sant'Agata a Catania, il 17 agosto 2026, ha suscitato numerose reazioni indignate da parte dei cristiani africani, che hanno paragonato l'atto all'idolatria o alla negromanzia. Questa confusione è comprensibile, secondo il gesuita Ludovic Lado, antropologo africano intervistato da cath.ch.

In alcune immagini e in un video condivisi sui social network, si vede Mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania, sollevare con entrambe le mani il cranio di sant'Agata davanti alla cattedrale della città siciliana, per poi riporlo nel suo reliquiario a forma di busto in argento dorato del XIV secolo.

Si vede anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, inchinarsi davanti alla reliquia e baciarla poco prima, per poi incoronare il reliquiario. Questa incoronazione cerimoniale del cranio è stata organizzata dall'arcidiocesi di Catania in occasione del 900° anniversario del ritorno in Sicilia delle reliquie di sant'Agata, martire cristiana del III secolo, patrona della città siciliana.

Un parallelismo di forme

Numerosi cristiani africani, cattolici o protestanti, si sono sentiti a disagio davanti a queste immagini, che evocavano per loro una forma di idolatria, stregoneria o paganesimo. Reazioni legate al contesto culturale locale e alle pratiche rituali del culto degli antenati.

«La confusione tra il cerimoniale che ha accompagnato l'incoronazione del cranio di sant'Agata e certe pratiche tradizionali africane è comprensibile», ritiene il Padre camerunese Ludovic Lado, che insegna scienze sociali alla Hekima University College di Nairobi (Kenya). Per questo specialista di antropologia delle religioni africane, tra i due fenomeni esiste un «parallelismo di forme», anche se il significato che li accompagna è diverso.

Quando i missionari arrivarono in Africa, trovarono, nella maggior parte dei paesi del centro, dell'ovest e del sud del continente, società tradizionali patriarcali che praticavano «la venerazione degli antenati». Presso i popoli bantu, ad esempio, o nell'ovest del Camerun, regione di origine del gesuita.

Questa pratica appartiene alla sfera del sacro, sottolinea l'antropologo. Fa parte del patrimonio religioso africano. «Quando un patriarca muore, descrive, viene sepolto secondo i rituali richiesti, in un terreno adiacente alla sua concessione, un campo ad esempio. Dopo alcuni anni, le sue reliquie vengono riesumate.»

La «domesticazione» delle reliquie

Vengono allora organizzate cerimonie di 'domesticazione'. «I resti del corpo sono riportati nello spazio dei vivi, in un angolo della concessione o della capanna sacra che essa ospita, per esservi conservati, prosegue il Padre Lado. In un certo senso, le reliquie diventano un membro a pieno titolo della concessione.»

Queste reliquie sono anche luoghi di sacrifici, di libagioni, volti a ottenere i favori degli avi affinché assicurino la felicità dei vivi, o quantomeno li proteggano dalle disgrazie. Tutto si gioca a livello dei simboli, fa notare il gesuita. Nell'immaginario religioso africano, le reliquie degli antenati permettono al legame filiale di diventare veicolo di trasmissione della vita.

L'impronta dei missionari

I missionari cattolici occidentali, tuttavia, non hanno compreso il senso profondo della venerazione degli antenati. Hanno demonizzato le manifestazioni di questo culto, qualificandole come pratiche pagane. «I missionari hanno chiamato gli africani a rigettarle per abbracciare la vera fede. E così facendo, li hanno iniziati alla venerazione dei santi», osserva Padre Lado.

Questa rottura con le pratiche rituali tradizionali voluta dai missionari è molto difficile da vivere per molti africani, osserva. «Nell'ovest del Camerun da cui provengo, le persone sono divise tra la lealtà verso il cristianesimo e la lealtà verso i propri antenati. Spesso praticano entrambe le forme di rituali.»

Questa frustrazione è riemersa nei commenti che hanno accompagnato il video dell'incoronazione del cranio di sant'Agata. «Se ciò fosse accaduto con un prete nero o nell'ambito della religione tradizionale ghanese, si sarebbe parlato di stregoneria», si è potuto leggere in particolare.

Per l'antropologo, queste reazioni sono tanto più naturali in quanto è proprio il cranio dei patriarchi a essere conservato come reliquia in certe regioni, in particolare nell'ovest del Camerun. Un elemento che alimenta le critiche dei neotradizionalisti. «I missionari sono venuti a scoraggiarvi, ad alienarvi religiosamente, dicono, ma fanno esattamente la stessa cosa dei vostri antenati.»

Parallelismi che invitano a sfumature

Alcuni teologi africani stabiliscono essi stessi un parallelo tra la venerazione delle reliquie dei santi e la venerazione delle reliquie degli antenati, precisa il professore. Cita in particolare il vescovo camerunese Watio Dieudonné, autore nel 1986 di una tesi comparativa sull'argomento, intitolata Le Culte des ancêtres chez les Ngyemba, Ouest-Cameroun, et ses incidences pastorales.

«L'errore dei missionari è stato quello di demonizzare le tradizioni religiose africane senza cogliere gli avvicinamenti che avrebbero potuto stabilire tra il culto degli antenati e la venerazione dei santi. Da allora l'acculturazione ha fatto il suo corso, e oggi si guarda a queste pratiche con un po' più di rispetto, anche se certe correnti cattoliche continuano ad associare culto degli antenati e demonizzazione.»

Per Padre Lado, queste sfumature richiedono una catechesi particolare da parte della Chiesa in Africa. Gli aspetti sacrificali delle tradizioni religiose africane possono essere messi in parallelo con quelli dell'Antico Testamento, osserva. Rendersene conto significa abbracciare il cristianesimo con una nuova comprensione del sacrificio eucaristico.

Dall'individualità all'universalità

La grande differenza tra il culto degli antenati e il culto delle reliquie nel cristianesimo, tra la venerazione di un defunto che fa parte della propria famiglia e quella di un defunto dichiarato santo dalla Chiesa, è che il primo fa riferimento al legame di sangue, biologico e genealogico, di carattere individuale, mentre il secondo al legame spirituale, più universalista.

Entrambi, tuttavia, sono portatori della simbolica della vita. Sul versante genealogico, si venera il genitore che ha dato la vita e che proseguirà questo compito nell'aldilà, per ottenere la vita dalla fonte stessa della vita. Sul versante cristiano, la dimensione biologica è trascesa dal legame spirituale. Ognuno può rivolgersi al santo. Questa universalizzazione celebra l'ideale della fraternità cristiana.

fonte: cath.ch/lb/trad. catt.ch

La lettera dei vescovi del Ghana

La polemica attorno all'incoronazione della reliquia del cranio di sant'Agata ha assunto una tale ampiezza che la Conferenza dei vescovi cattolici del Ghana (GCBC) ha diffuso una dichiarazione, il 26 agosto 2026. Essa chiede un «insegnamento chiaro sulla comunione dei santi» e sull'insegnamento della Chiesa riguardo alle reliquie.
I vescovi hanno spiegato che la cerimonia era un'espressione della venerazione cattolica e non di idolatria, negromanzia o occultismo. Una reliquia «non è una curiosità ma un legame tangibile con una vita di santità». Il cranio di sant'Agata è venerato perché la Chiesa considera il corpo umano come sacro, creato da Dio e destinato alla risurrezione. I vescovi hanno citato il Concilio di Trento, che insegnava che i corpi dei martiri, essendo stati templi dello Spirito Santo, devono essere onorati dai fedeli. «Questo onore non si ferma all'osso in sé; esso si rivolge al santo e, in definitiva, a Dio, fonte della sua santità», hanno spiegato.
«Quando i fedeli si inginocchiano davanti a una reliquia, la baciano o vi processionano accanto, non adorano l'oggetto; onorano il santo di cui essa conserva i resti», hanno inoltre precisato i vescovi, paragonando questa pratica al gesto di baciare la fotografia di una persona cara defunta: l'affetto non si rivolge alla carta, ma alla persona raffigurata.
La dichiarazione sottolinea inoltre che la corona posta sul reliquiario non è una decorazione e non conferisce uno status divino, ma è un riferimento alla promessa della «corona della vita» dell'Apocalisse (2,10). Essa rappresenta la vittoria e la ricompensa celeste della martire.

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