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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (28 gennaio 2026)
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  • «Ruminatio sinodale»: ma chi se ne…

    È un inizio frase che sa già di molto. Tanto quanto basta per far capire a chi è lì presente che cosa gli si vorrebbe dire. Non è solo l’inizio di un pensiero. Con solo nove sillabe si va ben oltre l’esternazione di un’emozione e si esprimere in concentrato tutta una filosofia di vita, un concetto di sé e sugli altri decisamente molto chiari. Tuttavia, è oltre i tre puntini che si precisano o possono cambiano le cose.

    Per la maggioranza delle persone basta aggiungere un frettoloso «frega» per lanciare oltre la porta delle labbra quel «Ma chi se ne frega» di autodifesa, di liberazione, di riappropriazione di se stessi e della propria vita; un’affermazione chiara e netta che blocca qualsiasi altro ragionamento. Sfregare, scrollare via da sé quanto si è appoggiato, attaccato, è certamente un’azione di liberazione e, più di ogni altra possibilità, in gioco entrano la voglia e la scelta di scostare lontano quanto non è gradito vicino. Ma se si tratta di persone?

    Anche se con una piccola sfumatura, lo stesso discorso non cambia, anzi si aggrava, quando c’è chi chiosa i discorsi in corso con il suo «ma chi se ne importa», precisando così che nessuno è disposto ad accogliere l’altrui bisogno, a chinarsi con attenzione sulle sue situazioni, su problemi di vita che chiamano a raccolta le migliori energie di prossimità. Un verbo, «non importare», che manifesta la scelta di diverse persone a non rendersi per nulla disponibili ad incontrare il vissuto profondo o anche le minuzie di vita di un’altra persona. E tutto avviene o per un sincero amor proprio oppure per puro egoismo, o per un opportuno menefreghismo o, anco-ra più grave in sé, per pura indifferenza degli altri.

    C’è una terza via, che sempre più persone iniziano a considerare importante per loro e per gli altri compagni di viaggio, una via che sa molto di saggezza e di ricchezza d’animo, quando, dopo i tre puntini, si aggiunge il verbo «curare», tanto da trasformarsi il tutto in una domanda di altissimo valore: «Ma chi se ne prende cura?». E qui entrano in gioco valori potenti e trasformanti quali il rispetto, l’attenzione, la prossimità, la scelta di vivere una fraternità responsabile, che si prende a cuore e in cura le difficoltà e le ferite di chi è lì, in quel momento. È la cura che responsabilmente mettiamo dentro le relazioni, dentro l’accogliere e il condividere il vissuto degli altri, a valorizzare ogni esperienza di vita, proprio per non perderci tutti dentro resti di civiltà, resti di umanità.

    don Sergio Carettoni

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