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Terra Santa al Meeting di Rimini: il custode Ielpo e il parroco di Gaza Romanelli

L'immagine l'ha presa in prestito dallo tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano, con una differenza: là i soccorsi poi arrivarono. «Gaza è tritata», ha detto padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, collegato in video dalla sua chiesa di Gaza City con l'Auditorium del Meeting di Rimini, lunedì 24 agosto. In fiera, accanto allo schermo, fra Francesco Ielpo, custode di Terra Santa; a moderare Alessandra Buzzetti, corrispondente di Tv2000 dalla Terra Santa. Titolo dell'incontro: «Amare la Terra Santa».

Cinquecentoquarantuno

I numeri Romanelli li ha snocciolati quasi a memoria. Nella Striscia vivono due milioni e trecentomila persone, e «hanno bisogno assolutamente di tutto». I cristiani, cattolici e ortodossi insieme, sono oggi 541; prima del 7 ottobre 2023 erano poco più di millecento. Sessanta sono morti durante la guerra: ventitré «direttamente uccisi per azioni militari», altri ventitré «per mancanza di cura», quattordici erano molto anziani «ma comunque i dottori dicono che potevano vivere di più». Il resto se n'è andato. E l'urgenza non si attenua con il tempo: «se tu ti trovi in emergenza hai bisogno di una risposta immediata. Ogni giorno che si ritarda quella risposta [...] diventa peggiore». Con un'aggiunta che suona come un rimprovero ai media: «la catastrofe è sparita dai titoli dei giornali, però non è sparita per niente».

Una cisterna, tre generatori, mille alunni

La chiesa parrocchiale fu costruita sopra una cisterna alimentata da una sorgente. Durante la guerra quella cisterna «è stata miracolosa», dice il parroco: rifornisce d'acqua oltre quattrocento famiglie del quartiere, quasi tutte musulmane, più chiunque si presenti al cancello. Ma per pompare serve corrente, e «la pompiamo a prezzo d'oro». Dei tre generatori uno, quello della casa delle suore di Madre Teresa, è stato bombardato; un altro «è morto». Il diesel costa dieci euro al litro. Ogni ora di motore va divisa tra gli sfollati ospitati nel compound, la scuola, le due case delle Missionarie della Carità, l'acqua del quartiere e la clinica San Giuseppe, aperta un mese fa dal Patriarcato latino con l'Ordine di Malta. La scuola parrocchiale prima della guerra aveva duecentosettanta alunni; le altre due scuole cattoliche della Striscia non esistono più, così a settembre ne accoglierà circa mille.

«Non siamo eroi»

Sul perché siano rimasti, nonostante gli ordini di evacuazione e i testamenti già scritti, Romanelli ha tolto di mezzo le due spiegazioni più comode. «Non siamo degli eroi, e quindi delle volte crolliamo». E «non è una sfida politica, per niente». La ragione è un'altra: «ci è sembrata la risposta naturale, spiritualmente e umanamente parlando [...] il pastore deve essere con il suo gregge». Poi: «noi siamo qua per Gesù Cristo, per preservare la presenza eucaristica; l'altare di questa chiesa è un altare di pace». Il 17 luglio dell'anno scorso, quando un colpo dell'artiglieria israeliana centrò il complesso uccidendo tre persone della comunità, erano tutti in chiesa. «Nessuno, nessuno, nessuno ha chiesto vendetta, ma nemmeno giustizia, che tutto sommato è una cosa giusta chiedere. Tutti hanno chiesto perdono, misericordia, pace per tutti». E ancora: «inghiottire le lacrime è un ufficio di chi ama».

Le opere e il cuore

Padre Ielpo, custode dal giugno 2025 e alla guida di oltre trecento frati tra Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto e Cipro, ha detto che un tempo avrebbe cominciato elencando le opere della Custodia; adesso no: «faccio più fatica a elencare le opere, perché mi accorgo sempre di più che innanzitutto c'è un'opera che è ciascuno di noi, che è il mio cuore, che continuamente va costruita». Altrimenti, ha aggiunto, «saresti un'altra ONG tra le tante». A Betania, alle porte di Gerusalemme, tre frati giovanissimi hanno semplicemente cominciato a fare le cose insieme, «stimandosi, volendosi bene», e ora la parrocchia non riesce più a contenere i fedeli. Ai cristiani della Cisgiordania, ha spiegato, non serve anzitutto denaro: chiedono aiuto per ottenere un permesso di lavoro in Israele, «per poter portare a casa il pane per i loro figli». Leone XIV ha parlato di «emorragia cristiana». Da qui l'avvertenza del custode: se si sgancia la missione dalla dimensione vocazionale, si rischia «di fare violenza agli stessi cristiani che vivono lì», dicendo loro «dovete rimanere a tutti i costi».

A Gaza, intanto, resta un solo generatore funzionante, quello grande, «al quale chiediamo al Signore che gli dia lunga vita» ci dice padre Romanelli sorridendo. Ogni tanto lo accendono anche per far giocare i bambini, cristiani e musulmani, con acqua non potabile e un po' di detersivo pagato a prezzo d'oro. Una follia, in piena crisi idrica. «Delle volte puzza, ma non fa niente [...] tutti ridono, pure i grandi, pure io gioco con loro».

Incontro «Amare la Terra Santa» con padre Ielpo e padre Romanelli 

Incontro «Israele-Palestina: esiste un'alternativa al conflitto?»

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