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Venerdì inizia il Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini. Sabato accoglierà Leone XIV

di Federico Anzini

Sabato 22 agosto, alle tre del pomeriggio, Leone XIV varcherà l'ingresso Ovest della Fiera di Rimini. Sarà il secondo Papa nella storia a visitare il Meeting per l'amicizia fra i popoli, dopo Giovanni Paolo II nel 1982, e per un pomeriggio l'intera manifestazione si fermerà: alle quattro parlerà in un auditorium allestito per diecimila persone, con l'intervento proiettato in ogni sala e in ogni spazio della fiera. La 47ª edizione, dal 21 al 26 agosto, porta un titolo dantesco, L'amor che move il sole e l'altre stelle, ultimo verso della Divina Commedia — scelto, spiega il presidente della Fondazione Meeting Bernhard Scholz, proprio perché sembra andare controcorrente: «Abbiamo bisogno di ricomprendere che il principio dell'universo, che investe anche la nostra esistenza, è un principio di bene, di bellezza e di amore».

Un'edizione costruita attorno a un pomeriggio

«Al centro del Meeting 2026 ci sarà la visita del Santo Padre», ha detto Scholz, descrivendo un incontro aperto a tutti — bambini, studenti, famiglie — che potranno salutare il Papa lungo il percorso fra i padiglioni. Il titolo, secondo Scholz, trova un approfondimento nell'enciclica Magnifica humanitas: la dignità della persona, il senso del lavoro e della ricerca, il dialogo con l'infinito. Non è un testo sulla tecnologia, precisa: «Rimette al centro la dignità della persona e la grandezza dell'uomo», e parla del limite non come qualcosa che soffoca ma come una realtà che apre all'infinito — un rischio, avverte, in un tempo che prova a superare ogni limite proprio attraverso la tecnologia.

Attorno a quel pomeriggio si muovono sei giorni di convegni su pace, rapporti fra i popoli e intelligenza artificiale, con ospiti come il cardinale Pierbattista Pizzaballa e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. L'apertura, il 21 agosto, è affidata a due donne legate da un attentato: Roseline Hamel, sorella del sacerdote Jacques ucciso nel 2016 a Saint-Étienne-du-Rouvray, e la madre di uno degli attentatori. «La riconciliazione è fonte di pace», dice Scholz di quell'incontro.

Nel 1982, seduti per terra e quel biglietto arrivato all'ultimo

Per capire che cosa significhi una visita papale a Rimini abbiamo chiesto a chi c'era la prima volta. Antonietta Moretti, luganese, nell'agosto del 1982 era a Rimini: il Meeting era alla terza edizione e occupava pochi spazi del vecchio quartiere fieristico, in città, dove oggi sorge il Palacongressi. La notizia che Giovanni Paolo II sarebbe venuto arrivò un mese prima, il 26 luglio, e mise in agitazione anche il gruppo di ticinesi che attendeva l'evento romagnolo. «Sapevamo della visita del papa e ci chiedevamo come sarebbe stato, l'avremmo visto? Come?», ricorda. Poi si seppe che per entrare nel salone servivano i biglietti. «Noi ci siamo trovati fuori, seduti per terra».

A cambiare le cose fu un incontro fortuito. Poco prima dell'arrivo del Papa, don Francesco Ricci di Forlì — «una delle anime del Meeting» e ideatore del CSEO, il Centro Studi per l'Europa orientale per cui Moretti lavorava — venne a cercarla con alcuni biglietti in mano e la fece entrare. Non era casuale: don Ricci aveva conosciuto bene Karol Wojtyła quando era cardinale di Cracovia, e il cardinale «apprezzava infinitamente il lavoro culturale di CSEO».

Il tono colloquiale e la stima

Quel pomeriggio il Papa si trovò davanti a diecimila persone e a una serie di domande poste dai giovani, tanto da scherzare sul fatto di essere sottoposto a un esame. «Ai toni colloquiali di Giovanni Paolo II ci stavamo abituando, sempre però con grande commozione», dice Moretti. A colpire fu piuttosto altro: «Ci riempiva di entusiasmo l'evidente stima per la nostra esperienza e per le nostre iniziative e, nel caso concreto, per il Meeting».

La manifestazione era agli inizi, ma alcuni tratti c'erano già: «Il Meeting era ai primi passi ma già aveva chiaro il suo carattere di apertura a 360 gradi sulla realtà ed il suo carattere di gratuità», dice, riconoscendo in quest'ultimo il valore dei volontari, che quest'anno saranno oltre tremila, il 58 per cento con meno di trent'anni. «Il Meeting è sempre un'esperienza di Chiesa, per chi lo fa e per chi lo frequenta».

"Profondamente capiti da Giovanni Paolo II"

Qui il racconto si fa diretto, e tocca una ferita di quegli anni. Comunione e Liberazione, dice, «come tutti i movimenti, faticava a trovare spazio nella Chiesa; ci siamo sentiti profondamente capiti da Giovanni Paolo II e fortemente incoraggiati». E l'accoglienza, precisa, non fu un traguardo: «Dovevamo però ancora capire che questa è soprattutto una responsabilità».

Le domande rivolte al Papa, del resto, non erano esercizi teologici. Nascevano «dall'esperienza che facevamo come credenti immersi nel mondo del lavoro, della scuola, degli ospedali. Di fronte ai problemi del mondo e di fronte ai problemi di tutti». La richiesta era pratica: «Ci premeva un aiuto per capire il nostro compito nel mondo e nella Chiesa». La risposta del Papa riguardò l'identità stessa della Chiesa: «Giovanni Paolo II ci ha indicato con chiarezza l'aspetto missionario della Chiesa che, senza cessare di essere roccia stabile e istituzione, era anche missione, era anche Popolo di Dio».

Dalle risorse dell'uomo alla "Magnifica humanitas"

Sul legame fra il titolo di quest'anno e l'enciclica di Leone XIV, che Scholz aveva indicato nel presentare il programma, Moretti non ha dubbi: «Vedo immediatamente una profonda consonanza con la Magnifica humanitas». Per lei quella consonanza arriva più indietro, fino al tema del 1982: la Magnifica humanitas e Le risorse dell'uomo dicono, a quarantaquattro anni di distanza, la stessa cosa.

Le minacce sono cresciute — le sfide della tecnica, gli squilibri, i pericoli per la pace — ma nell'enciclica «aleggia la stessa serena fiducia nell'amore di Cristo, nella sua salvezza presente, che ci apriva gli occhi sulle grandi risorse dell'uomo nel 1982». Richiama il passaggio in cui il Papa cita Tolkien: «Non siamo chiamati a dominare tutte le maree del mondo, ma a fare del nostro meglio». Cioè, chiosa lei, riconoscere che «tutto si regge su un numero infinito di piccoli gesti di umanità, giustizia, gratuità, amore, che già stanno trasformando il mondo».

Cresciuto perché necessario

Il Meeting oggi supera i 130mila metri quadrati — dal 2003 si tiene nel nuovo quartiere fieristico a nord della città — con più di 150 convegni e circa 500 relatori. Moretti non attribuisce la crescita a una strategia: «È cresciuto per tante ragioni, ma soprattutto perché è necessario. Ne abbiamo bisogno». Quello che la tocca, dopo tanti anni, non sono i numeri: «L'attenzione e l'ascolto a tante persone e a tante esperienze. È forse l'aspetto più prezioso per chi desidera vivere cristianamente: imparare a vedere dove il Signore opera».

E c'è una cosa che, dice, al Meeting non è mai stata messa a tema eppure accade: «Al Meeting non mi risulta che sia mai stata messa a tema la sinodalità, eppure questo è il miracolo che si verifica ogni anno, una convergenza, una costruzione armoniosa, che vince i particolarismi».

Il consiglio a chi sta valutando se scendere a Rimini è semplice: «Vale la pena lasciarsi interpellare». Il Meeting – nonostante la preziosa possibilità di seguire molti incontri in streaming comodamente da casa – resta qualcosa da attraversare di persona.

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