Lo scriveva un padrone, non un sindacalista: «Il lavoro dell'uomo non è una merce ma un atto umano. Si offenderebbero la legge morale e l'equità se il salario arrivasse al punto di non assicurare più il pane quotidiano». Léon Harmel — origine belga, naturalizzato francese, nato nel 1829 e morto durante la prima guerra mondiale — lo metteva nero su bianco mentre mandava avanti un lanificio nella Marna. A lui è dedicata la mostra «Léon Harmel: la profezia di un'impresa», allestita alla 47esima edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli e realizzata dalla Fondazione Meeting. Sabato 22 agosto l'ha visitata Papa Leone XIV, accompagnato da uno dei curatori, Ubaldo Casotto.
Un'utopia realizzata nell'occhio del ciclone
Il Val-des-Bois non era un laboratorio protetto. Era una fabbrica dentro il mondo che ha raccontato Dickens: ciminiere, sfruttamento del lavoro anche minorile, tutela della salute pressoché inesistente, povertà endemica. Lì Harmel introdusse i consigli di fabbrica per far partecipare gli operai alla gestione, assegni familiari, congedo di maternità, cassa mutua per l'assistenza. Rese obbligatorio il riposo festivo, abolì il lavoro notturno, ridusse l'orario senza toccare la retribuzione. Attorno all'azienda crebbero case, scuole, casse di risparmio: opere che gli operai gestivano da sé. «La legge di Dio obbliga a fare di più di quanto esige la regola della domanda e dell'offerta», ripeteva. Le leggi del mercato vanno studiate, non adorate.
«Non un teorico, ma un realizzatore»
«Il nome di Léon Harmel si può certamente associare alla vicenda storica del cattolicesimo sociale francese dell'Ottocento», scrive la studiosa Rosanna Marsala. «Non fu un teorico in senso stretto, né un pensatore politico, bensì un realizzatore». Il suo primato, aggiunge, sta nell'aver realizzato per primo nella fabbrica laniera la corporazione cristiana. E il metodo aveva una direzione precisa: Harmel credeva «che la ricostruzione di una nuova solidarietà di vita può venire solo dal basso», e per questo si rivolgeva direttamente agli operai. Voleva un movimento operaio cristiano capace di incidere sulla legislazione e di puntare non solo agli interessi economici ma all'autonomia della classe operaia, «ricostruita con le sue stesse forze». Un'idea che, annota Marsala, perseguì per tutta la vita.
Della sua tempra restano le note personali: la stanchezza si può ignorare, si può vivere facendo finta che non ci sia. Continuò a reggere una mole di lavoro impressionante anche rimasto vedovo, con otto figli da crescere da solo. A Pio IX aveva scritto che «essere del proprio tempo, comprendere il proprio tempo, vivere con il proprio tempo» era il mezzo indispensabile per renderlo migliore.
Ventimila operai a Roma
Con Leone XIII il legame diventò più stretto. Secondo lo storico Iorwerth Prothero, il pensiero del Papa sulla condizione del lavoro fu influenzato dalla fabbrica e dagli scritti di Harmel. Nel 1891, al pellegrinaggio di ringraziamento a Roma per la Rerum novarum, si iscrissero in ventimila. «Harmel, voi siete uno di quelli che mi procura più consolazione», gli disse il pontefice. E ancora: «Quest'uomo mi ha procurato i migliori giorni del mio pontificato. Se tutte le fabbriche fossero come la sua, come tutto andrebbe bene!». Il cardinale Benoît-Marie Langénieux avrebbe poi dichiarato che il Papa aveva permesso di affermare solennemente che l'enciclica era il ringraziamento per i pellegrinaggi degli operai francesi.
I campanili, le panche e l'occasione mancata
A riportarlo alla luce era stato don Luigi Giussani, in un corso alla Cattolica di Milano. «Se i cattolici industriali di allora invece o oltre che regalare i campanili o le panche alle chiese avessero preso sul serio l'enciclica, può darsi che il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune sarebbe stato profondamente diverso». Un giudizio duro, che riguarda un'occasione mancata: non la dottrina, ma la sua traduzione. Casotto ricorda che la riscoperta è ripartita dalla prima Messa di Leone XIV, quando il pontefice spiegò la scelta del nome ricollegandosi a Leone XIII.
Tradizione e innovazione, nello stesso uomo
L'altro curatore, Francesco Cassese, insiste su un punto che riguarda l'oggi più dell'Ottocento. «In lui la tradizione non coincide con la conservazione del passato, ma è capace di generare risposte nuove a problemi nuovi. È l'ancoraggio nella tradizione della Chiesa che gli permette di essere profondamente innovatore». Da qui il collegamento con la Magnifica humanitas, prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum e dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. «La convinzione che la fede investe tutta la realtà, la centralità della persona come criterio che deve guidare ogni progresso tecnologico e il metodo della sussidiarietà per valorizzare la responsabilità dei lavoratori sono delle costanti nell'operato di questo imprenditore illuminato», osserva Cassese, «e si ritrovano come capisaldi anche nella Magnifica humanitas».
Una profezia già accaduta
Al centro dello spazio espositivo c'è un telaio per tappeti in legno. Non è un cimelio: ricorda che tutto questo è nato in un capannone, tra la lana e le macchine, e non in un convegno. La parola profezia, nel titolo, non annuncia un futuro. Registra qualcosa che è già successo una volta, e questo cambia la natura della domanda che il visitatore si porta fuori: non più se sia possibile, ma come. Harmel non ha lasciato una teoria da discutere, ha lasciato dei numeri — orari, salari, un consiglio di fabbrica del 1883 — e il fatto che l'azienda abbia continuato a funzionare. Chi oggi guarda agli algoritmi con la sensazione di trovarsi in mezzo a una tempesta ha davanti un precedente che dice che la direzione è praticabile, e che il primo passo lo compie qualcuno che decide di farlo prima di sapere se conviene.