di Federico Anzini
La sera prima di morire aveva scritto sul muro della camera, accanto al crocifisso, una domanda presa dal Vangelo di Luca: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». La mattina dopo, il 5 novembre 2011, Marco Gallo uscì in motocicletta per andare a scuola e fu investito da un'automobile. Aveva diciassette anni. L'incontro che il Meeting di Rimini gli dedica, vede la partecipazione dei genitori Antonio Gallo e Paola Cevasco, di padre Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell'Ordine cistercense, e la moderazione di Stefano Filippi, direttore di Tracce. L'occasione non è di circostanza: il 7 marzo scorso, nella Cappella arcivescovile di Milano, l'arcivescovo mons. Mario Delpini ha aperto il processo di beatificazione.
Cinque euro e un panino alla Nutella
Il contenuto del portafogli che aveva addosso il giorno dell'incidente racconta più di molte biografie: un'immagine della Madonna di Medjugorje, cinque euro, una fotografia di sé bambino mentre mangia un panino alla Nutella e un biglietto con quella che chiamava «la promessa». Ci si era scritto l'impegno a vivere ogni giornata «come se fosse l'ultimo giorno di vita», aprendosi alla ricerca del Mistero anche quando la cosa risultava faticosa. È la madre ad averlo raccontato, in una recente testimonianza.
Corse, scalate e una domanda che non passava
Nato a Chiavari nel 1994, secondo di tre figli, Marco crebbe tra Casarza Ligure, Arese, Lecco e infine Monza. Un ragazzo esuberante, a tratti impulsivo, appassionato di arrampicata e di corsa: negli anni del liceo scientifico Don Gnocchi di Carate Brianza praticava atletica a livello agonistico. La copertina del libro che raccoglie i suoi scritti lo ritrae aggrappato a una parete di roccia.
Sotto quell'attivismo però correva altro. Chi lo ha conosciuto parla di una ricerca dell'infinito presente fin da bambino, che negli anni delle superiori trovò una strada attraverso Gioventù Studentesca. Verso i quindici, sedici anni i familiari lo videro cambiare: leggeva la Bibbia ogni sera e diceva di aver trovato quello che cercava. Nel maggio 2011 partecipò alla beatificazione di Giovanni Paolo II e in quel Papa riconobbe un amico. Nella primavera dello stesso anno mise per iscritto l'itinerario della propria vita, pagine che sarebbero diventate il nucleo di Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare, pubblicato da Itaca nel 2016. Nella prefazione il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti scrive che quella morte improvvisa appare «non l'epilogo di una vita, ma il compimento di un cammino». Poco dopo l'incidente era stato il cardinale Angelo Scola a proporre Marco ai giovani come esempio di vita cristiana.
Una causa partita dal basso
Il percorso canonico si è mosso per iniziativa di chi lo aveva conosciuto. La fama di santità non si è spenta con gli anni, anzi si è consolidata, tanto da spingere il vescovo di Chiavari Giampio Luigi Devasini a costituirsi attore della causa; postulatore è padre Andrea Mandonico. L'editto che invita i fedeli a consegnare testimonianze e scritti porta la firma del delegato episcopale don Marco Gianola. L'apertura è stata il 7 marzo, giorno del compleanno di Marco.
Il ticinese che siede al tavolo
Accanto a loro, a Rimini, ci sarà padre Mauro-Giuseppe Lepori. Nato a Lugano nel 1959 e cresciuto a Canobbio, entrato a Hauterive nel 1984 e abate di quel monastero dal 1994, guida l'Ordine cistercense dal 2010. Sulla rivista Tracce di giugno ha raccontato il proprio incontro con Comunione e Liberazione: avvenne quando anche lui aveva diciassette anni, e alla stessa età di Marco si era trovato davanti alle stesse domande.
Perché interessa anche chi non crede
Le cause di beatificazione hanno tempi lunghi e regole severe, e nessuno oggi può dire come finirà questa. Il punto non è quello. Nella vicenda di Marco Gallo colpisce la sproporzione fra la brevità della vita e la nitidezza delle domande che si portava dentro: una ricerca cominciata da bambino, arrivata a una risposta e interrotta il mattino di un sabato qualsiasi, sulla strada di scuola.
A Rimini quella storia verrà raccontata da chi lo ha messo al mondo e da un monaco ticinese che a diciassette anni si era trovato davanti alle stesse domande. Non è la celebrazione di un modello irraggiungibile. È il tentativo di mostrare che certe questioni si pongono presto, e che qualcuno, ogni tanto, prova a rispondere sul serio.