di Laura Quadri
Da Gerusalemme a Betlemme, per festeggiare l’Avvento e il Natale sui luoghi santi. Ed essere, in questa occasione come durante l’anno, vicino ai cristiani del posto e partecipe, assieme alla Custodia di Terra Santa, della loro vita, dalle grandi sofferenze degli ultimi due anni alla parvenza, recente, di una normalità ritrovata. È stato questo il Natale «speciale» di Miryam Bianchi; italo-svizzera, originaria di Lugano e produttrice del Centro Media della Custodia, la sua attività l’ha portata in questi giorni a toccare una volta di più la quotidianità della popolazione locale: «Quest’anno, finalmente, abbiamo rivissuto un’atmosfera un po’ più natalizia», racconta con emozione. «Tutto si è svolto regolarmente. Abbiamo riaccolto gli scout, che hanno preceduto l’ingresso solenne del Patriarca Pizzaballa. La Via della Stella, che attraversa Betlemme e accompagna i pellegrini fino al luogo della Natività, era piena di gente, anche di musulmani; così come la chiesa della Natività, dove c’era gente pure all’esterno. Anche gli scorsi anni i partecipanti erano tanti, ma quest’anno si è tornati a vivere l’evento della nascita di Cristo tutti assieme, anche con chi veniva da lontano».
La vita che riprende
Un clima natalizio forse non del tutto ritrovato, ma comunque più intenso rispetto agli scorsi anni. Bianchi rievoca con gratitudine anche le parole del Patriarca durante le omelie natalizie: «Per tutti noi è stato, nonostante tutto, un Natale di luce, di speranza. Lo sguardo è certo rivolto, costantemente, a Gaza: ma sempre con la voglia di ricominciare a vivere. Siamo in questo supportati da piccoli segnali: il turismo interno, che lentamente riprende, con i cristiani del Nord scesi a Betlemme per festeggiare con noi, e anche i pellegrini dall’estero, che ci hanno voluto raggiungere. Durante i festeggiamenti ho incontrato italiani, spagnoli, americani, filippini. E mi sono detta che il Natale, anche qui, è tornato in pienezza».
La vicinanza della Chiesa
Come addetta stampa, Bianchi ha seguito anche la visita del Patriarca nella parrocchia di Gaza, la domenica prima di Natale. «Il Patriarca ha potuto toccare le difficoltà dei cristiani all’interno della Striscia. Eppure, una piccola speranza c’è anche lì», conferma, pensando alle persone che hanno confidato a mons. Pizzaballa la loro esperienza di sofferenza. «C’è anche la vicinanza del Papa a Gaza», ricorda in aggiunta. «Padre Romanelli, parroco di Gaza, lo ha ricordato più volte. La Chiesa non lo ha mai lasciato solo».
I ricordi della guerra
L’incoraggiamento è forte; ma le difficoltà sono evidenti, come ricordano le notizie diffuse dai media: «Dopo l’attacco dell’Iran la preoccupazione è aumentata. Ora l’agreement (il patto di pace, ndr) ci dà nuova speranza, speriamo prosegua e si sviluppi ulteriormente. La Custodia e il Patriarcato chiedono di rimanere: non si può pensare a una Terra Santa senza cristiani. Ma comprende anche chi parte: se hai una famiglia, dei figli, pensi a loro. Due anni sono lunghi. Mettono alla prova». Bianchi pensa anche alla sua famiglia, con lei in Terra Santa: «Uscivamo dalla pandemia, abbiamo potuto vivere un anno di ripresa, poi la guerra improvvisa. C’è gente che è rimasta bloccata per giorni, mio figlio oggi pensa sia normale vedere sopra la propria testa dei missili. È una cosa che mi agghiaccia. Passavamo le nottate nei bunker, le escalation erano sempre notturne. La scolarizzazione, anche per i più piccoli, è stata difficile, discontinua. La speranza della popolazione è stata messa duramente alla prova. Anche ora, spesso, il sentimento dominante è l’incertezza».
Semi di speranza
La Custodia agisce concretamente, elargendo anche numerose borse di studio per i ragazzi e i bambini delle scuole, sottolinea Bianchi. «Nella guerra non vince nessuno, c’è solo sofferenza, da entrambe le parti. Si spera sempre che non accada mai più. Nei bunker non hai altro che la preghiera. Ti affidi con tutto il cuore a Dio e basta. È difficile da spiegare, mi mancano le parole. Il mio è un trauma piccolo, non oso pensare a Tel Aviv: i palazzi bombardati, gli ostaggi che non sono mai tornati, le vittime. Il Giubileo incredibilmente ci ha esercitati alla speranza; siamo grati di averlo potuto vivere anche qui, nonostante le interruzioni nei momenti più duri». Un piccolo «germoglio» di speranza, ricorda l’addetta stampa, è giunto anche dalla Diocesi di Lugano, con la colletta indetta in collaborazione con il Patriarcato, ancora attiva, in favore della popolazione locale e a cui hanno partecipato recentemente anche le parrocchie del Mendrisiotto, con la raccolta sotto le festività di oltre 50 mila franchi.
L’appello, ora, «è quello di tornare a essere pellegrini in Terra Santa: siamo un Paese che vuole tornare ad aprirsi al mondo. Qui si vive di turismo, c’è bisogno di vedere l’economia riprendersi, aspetto fondamentale per aiutarci a rimanere. Vogliamo essere custodi di questi luoghi, come “pietre vive”. Vi aspettiamo tutti: il Patriarca, i frati della Custodia, la gente del posto. Venite a trovarci!».
Per continuare a partecipare alla colletta: CH96 0900 0000 6900 0112 8, Curia Vescovile, Borghetto 6, 6900 Lugano. Causale «Colletta speciale Gerusalemme».
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