di Dennis Pellegrini /catt.ch e catholica/cdt
«La fede mi tiene in vita». Lo dice piano, quasi con pudore, una signora che ha appena compiuto cent’anni e che al Campo estivo di Olivone ha scelto di restare anonima. L’incontro a tavola, tra una portata e l’altra, durante un pranzo del Campo che la Fondazione Vita Serena organizza ogni estate per una ventina di ospiti anziani, soli o invalidi. È la sua prima volta al Campo, dice, «dove ho trovato gente onesta e gentile». Non pensa a niente, qui, «visto che nel passato ho lavorato molto»: solo compagnia, la coroncina del rosario cercata ogni giorno, la Messa celebrata ogni mattina a cui partecipano in tanti. Poche frasi, ma bastano per capire perché sono venuto fin qui.
Dal 1970 ad oggi
Il Campo esiste da oltre cinquant’anni, nato nel 1970 per volontà di Italo e Gemma Balzaretti, che in seguito fondarono Vita Serena per dare continuità a un’intuizione semplice: regalare due settimane di vacanza a chi la vita l’ha vissuta a lungo, e spesso in solitudine. Quest’anno l’appuntamento è dall’11 al 24 luglio presso la casa Gioventù e Sport di Olivone, con una ventina di ospiti e una sessantina di volontari che si alternano. Il tema scelto per l’edizione 2026 è «Il sogno nel cassetto», e non a caso il 2026 è anche l’anno internazionale del Volontariato: l’esercito svizzero è quest’anno partner ufficiale dell’evento, con l’impiego di alcuni militi a supporto dell’organizzazione.
Ad accogliermi è Lucas Falardi, da dieci anni al Campo e quest’anno per la prima volta responsabile insieme a Flavio Varini, anche lui novità alla guida ma già alla sua quarta edizione. Mi raccontano il lavoro che sta dietro le quinte: adattare una struttura pensata per altri scopi alle esigenze reali degli ospiti, curare ogni dettaglio delle stanze, e soprattutto rispondere a un bisogno che negli anni non è scomparso ma ha cambiato volto – la solitudine crescente tra le persone anziane. «Il campo ha qualcosa di speciale che ogni anno si realizza quasi miracolosamente», mi dicono, ricordando che si regge quasi interamente sul volontariato gratuito: ci sono giovani studenti, persone appena andate in pensione, e una fascia di mezzo – tra lavoro e famiglia – più difficile da coinvolgere, ma comunque presente. Quest’anno don Angelo Ruspini, da sempre presenza discreta e punto di riferimento spirituale del Campo, non può esserci; a sostituirlo, per la prima volta, è don Marco Castelli, che ogni mattina sale per celebrare la Messa. Ma la frase con cui il presidente ama descrivere il senso del volontariato resta il filo conduttore di tutto: i volontari come «il braccio estensibile degli ospiti, dove non arrivano loro arriviamo noi».
Le voci degli ospiti e dei volontari
Tra gli ospiti raccolgo altre voci. Rita, di Poschiavo, è al suo terzo anno: viene per la compagnia, per le amicizie nate qui. Romano, di Lamone, ex operaio comunale e pasticcere, è alla quinta partecipazione e ricorda ancora la festa per il cinquantesimo del Campo; il suo sogno nel cassetto sarebbe tornare a dare una mano in pasticceria, magari abitando in una baita nella zona dell’Adula. Luciana, di Roveredo, samaritana da anni, sottolinea ciò che per lei conta di più: il rispetto reciproco tra ospiti e volontari, alla base di una buona convivenza. Anche tra i volontari le storie si intrecciano. Marusca, di Ponte Capriasca, è arrivata quasi per caso – vedeva l’auto della cugina sempre carica prima di partire per Olivone – e oggi racconta di ricevere «più di quanto do»: gioia, vita, carica interiore. Letizia, di soli quattordici anni, la più giovane del gruppo, è stata spinta dalla nonna a provare quest’esperienza; sogna il liceo e poi medicina o legge, ma intanto ha già imparato cosa significhi «liberare la mente» in un ritmo lento, lontano dallo stress della quotidianità.
Ma è alla signora centenaria che i miei pensieri tornano lasciando Olivone. Cento anni di vita, il primo Campo della sua esistenza, e una fede che – dice lei – l’ha sostenuta fin qui e continua a farlo ogni giorno, tra una preghiera e una Messa condivisa con altri che, come lei, hanno scelto di crederci ancora. In un luogo dove la solitudine degli anziani è la sfida silenziosa da affrontare ogni anno, la sua voce resta la più semplice e la più esatta: «La fede mi tiene in vita».
La visita di de Raemy
Sabato 18 il Campo riceve la visita di mons. Alain de Raemy, che celebra alle 10.15 la Messa per tutta la popolazione di Olivone e per gli ospiti e i volontari del Campo. De Raemy si fermerà per il pranzo – una tradizione che negli anni ha permesso al vescovo di farsi vicino, ascoltando chi sentiva il bisogno di aprirsi e confidarsi